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Giustizia, la maggioranza trova l’intesa sulla prescrizione: sconfitta la linea del viceministro forzista Sisto

Passa la soluzione proposta dall’ex presidente della Consulta Lattanzi, c’è l’ok anche da Azione. Venerdì alla Camera la discussione generale del provvedimento
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Giochi fatti sulla prescrizione. Tiene l’accordo raggiunto tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, che vede favorevole anche Azione. Via le leggi Bonafede e Cartabia, si torna alla Orlando, ma nella versione proposta due anni fa dall’ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi. Domani il presidente della commissione Giustizia della Camera, il meloniano Ciro Maschio, darà il via al voto sugli emendamenti, con l’obiettivo di andare in aula già venerdì in aula alla Camera per la discussione generale. Il relatore, il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, è d’accordo perché i partiti di governo sono giunti alla sua stessa proposta.

Chi “perde” in questa trattativa? Il vice ministro della Giustizia, l’avvocato berlusconiano Francesco Paolo Sisto, che invece sollecitava una diversa soluzione, uno stop della prescrizione solo dopo l’Appello e una sua sospensione nell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione. Dove però si prescrive solo l’1% dei reati, mentre in Appello ne c…

Giochi fatti sulla prescrizione. Tiene l’accordo raggiunto tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, che vede favorevole anche Azione. Via le leggi Bonafede e Cartabia, si torna alla Orlando, ma nella versione proposta due anni fa dall’ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi. Domani il presidente della commissione Giustizia della Camera, il meloniano Ciro Maschio, darà il via al voto sugli emendamenti, con l’obiettivo di andare in aula già venerdì in aula alla Camera per la discussione generale. Il relatore, il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, è d’accordo perché i partiti di governo sono giunti alla sua stessa proposta.

Chi “perde” in questa trattativa? Il vice ministro della Giustizia, l’avvocato berlusconiano Francesco Paolo Sisto, che invece sollecitava una diversa soluzione, uno stop della prescrizione solo dopo l’Appello e una sua sospensione nell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione. Dove però si prescrive solo l’1% dei reati, mentre in Appello ne cade il 25%. Contro quest’ipotesi non solo la stessa Forza Italia, tant’è che il vice presidente della commissione Giustizia Pietro Pittalis ha sottoscritto l’intesa con Lega e FdI, ma anche il relatore Costa.

Si chiude così un’intera giornata di fibrillazioni seguita al vertice di palazzo Chigi sulla giustizia presieduto dalla premier Giorgia Meloni. Giornata che ha visto più di un incontro in via Arenula tra il Guardasigilli Carlo Nordio e i suoi sottosegretari. Oltre a Sisto, il meloniano Andrea Delmastro Delle Vedove e il leghista Andrea Ostellari. Sisto si è battuto per far prevalere la sua ipotesi. Ma ha perso. Perché l’asse Lega-FdI si è rivelato imbattibile. D’accordo la responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno e il sottosegretario Delmastro. Non solo, l’ipotesi Sisto non piaceva neppure al resto di Forza Italia, né tanto meno ad Enrico Costa. A questo punto, dopo varie interruzioni, la partita si è chiusa con la decisione di andare avanti con la proposta Pittalis, Bisa (Lega), Varchi (FdI) che era già stata presentata la settimana scorsa e aveva visto il sì di Costa.

Ma, tecnicamente, di cosa stiamo parlando? Cosa comporterà questa decisione se alla fine dovesse essere approvata definitivamente? Un caos nei palazzi di giustizia. Perché si tratta nella quarta modifica dell’istituto della prescrizione, cioè del limite entro il quale lo Stato può perseguire e processare un presunto colpevole per un reato commesso. È del 2005 la legge battezzata come “ex Cirielli”, perché proprio l’attuale sottosegretario Edmondo Cirielli, allora del Pdl, ritirò la firma sulla sua proposta dopo l’emendamento del forzista Luigi Vitali, che accorciava i tempi di prescrizione. L’obiettivo, allora, era far cadere i processi del Cavaliere, nonché capo del governo. Tant’è che, per ogni reato, la prescrizione si ridusse dal massimo della pena più la metà, al massimo della pena più un quarto.

Siamo al 2017, e l’allora Guardasigilli Andrea Orlando cambia le regole, introducendo una prescrizione “processuale”. Per cui la prescrizione di ogni singolo reato resta nella versione ex-Cirielli (tant’è che una gran parte di reati si prescrivono ancor prima che inizi il processo, nella fase delle indagini preliminari), ma Orlando inserisce una sospensione di 36 mesi - 18 in primo grado e 18 in appello - per chi viene condannato in modo da garantire la prosecuzione e la conclusione del processo stesso.

Passano due anni ed ecco il suo successore Alfonso Bonafede introdurre una soluzione tranchant, la prescrizione si ferma dopo il processo di primo grado lasciando la possibilità di arrivare alla fine del processo stresso. Siamo in pieno governo giallo-verde, la Lega ingoia un boccone amaro e con la stessa Bongiorno, allora ministra della Pubblica amministrazione, avversa da subito la nuova soluzione.

Arriva la Guardasigilli Marta Cartabia, dà vita a una commissione presieduta dall’ex presidente della prima sezione penale della Cassazione (la più importante del palazzo di piazza Cavour dal punto di vista delle indicazioni giurisprudenziali), nonché ex presidente della Consulta, e prende in mano il ddl sul processo penale lasciatole in eredità da Bonafede. Proprio Lattanzi ipotizza di cambiare la prescrizione, e la sua seconda ipotesi è quella che adesso il trio Pittalis-Bisa-Varchi mette sul tavolo. Più complessa della Orlando. Si può riassumere così: la prescrizione resta sospesa dopo il primo grado per non più di due anni. Se l’Appello non arriva in tempo, la prescrizione riparte e si calcolano anche i due anni di sospensione nel computo. Se l’Appello conferma la condanna c’è una nuova sospensione di un anno. Ma se la Cassazione non chiude il dibattimento concludendo il processo in un anno anche stavolta la prescrizione riparte e recupera pure l’anno perduto.

È proprio questa la soluzione scelta dalla maggioranza. Mentre Cartabia ne aveva preferita un’altra, battezzata “improcedibilità”, per cui se l’Appello dura più di due anni il processo “muore” definitivamente, ma con varie esclusioni, compresa quella per i processi di criminalità organizzata e terrorismo. Chi ha lavorato con Cartabia, come il penalista Gian Luigi Gatta, boccia la soluzione perché metterebbe a rischio i fondi del Pnrr e vanificherebbe gli sforzi fatti dalle Corti di Appello per fare i processi.

Adesso siamo al colpo di spugna sul passato. Da domani in commissione si vota sulla soluzione Lattanzi, che ovviamente cancella anche l’improcedibilità di Cartabia, nonché la Bonafede, e non può essere chiamata legge Orlando, perché non lo è. Tant’è che il Pd la ostacolerà come dice di nuovo la responsabile Giustizia Debora Serracchiani: “Noi siamo per mantenere i risultati ottenuti e per farlo non dobbiamo di nuovo cambiare le carte in tavola. Vediamo quali sono le proposte: la ex Cirielli, che è un disastro apocalittico, la Orlando non la stanno mettendo in campo, ma c'è un'altra cosa ancora. Noi diciamo: se con la riforma in vigore stiamo ottenendo i risultati che avremmo dovuto ottenere nel 2026, perché dobbiamo cambiare strada? Una volta che una cosa funziona va tenuta". Ovviamente contrario anche M5S che obtorto collo ha votato la Cartabia, ma è rimasto sempre fedele alla Bonafede.

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