La democrazia del malumore: trent’anni di crollo dell’affluenza tra seggi deserti e quorum mancati
di Concetto VecchioCi siamo abituati alla disaffezione elettorale, con lo stesso fatalismo con cui un automobilista romano s’infila nell’infernale traffico cittadino. Ma non sempre è stato così. Fino agli anni Novanta votare era un esercizio collettivo da onorare, l’italiano coltivava l’orgoglio del voto, poi morti i partiti di massa, tramontate le ideologie, la fede nella politica si è tramutata in ripulsa. Ieri a Genova Sergio Mattarella ha lanciato l’allarme sulla mancata partecipazione, come di una malattia di cui non si rinviene la cura. La spia di un malessere profondo.
Adriano Galliani torna in Senato, ma meno di un brianzolo su cinque è andato al seggio. Si è visto di peggio, alle suppletive. La pd Cecilia D’Elia nel gennaio del 2022 venne eletta col contributo dell’11,3 per cento degli elettori del centro storico di Roma. Sandro Ruotolo, nel 2020, candidato al collegio uninominale di Napoli 7, fu eletto al Senato in una competizione che vide affluire alle urne un misero 9,52 per cento. Quattro …
Ci siamo abituati alla disaffezione elettorale, con lo stesso fatalismo con cui un automobilista romano s’infila nell’infernale traffico cittadino. Ma non sempre è stato così. Fino agli anni Novanta votare era un esercizio collettivo da onorare, l’italiano coltivava l’orgoglio del voto, poi morti i partiti di massa, tramontate le ideologie, la fede nella politica si è tramutata in ripulsa. Ieri a Genova Sergio Mattarella ha lanciato l’allarme sulla mancata partecipazione, come di una malattia di cui non si rinviene la cura. La spia di un malessere profondo.
Adriano Galliani torna in Senato, ma meno di un brianzolo su cinque è andato al seggio. Si è visto di peggio, alle suppletive. La pd Cecilia D’Elia nel gennaio del 2022 venne eletta col contributo dell’11,3 per cento degli elettori del centro storico di Roma. Sandro Ruotolo, nel 2020, candidato al collegio uninominale di Napoli 7, fu eletto al Senato in una competizione che vide affluire alle urne un misero 9,52 per cento. Quattro gatti, insomma.
L’altro grande fronte dove misurare la crisi è il referendum. Un anno fa – nessuno se ne ricorda più – l’abolizione della legge Severino smosse appena il 20,9 per cento. Direte: sono temi ostici, che non suscitano alcun interesse popolare. Non è solo quello. La consultazione sul taglio dei parlamentari nel settembre del 2020, voluta dai grillini, portò alle urne il 53,84 per cento degli aventi diritto. Metà degli elettori disertarono.
E il 50 per cento è ormai da tempo la media dell’affluenza ai ballottaggi nelle città italiane: la maledizione colpisce nord e sud in maniera uniforme. I nuovi leader vivono quanto una serie di Netflix, i partiti personali durano lo spazio di una legislatura, i social hanno sostituito le sezioni. Il Parlamento, un tempo specchio degli umori del Paese, certi pomeriggi è deserto come una strada d’agosto.
Mattarella ha invitato a non ricorrere a scorciatoie che abbassino ancora di più la partecipazione. Bisogna promuoverla, ristabilendo una fiducia, non abbassando la soglia al 40 per cento, come qualcuno ipotizza in Parlamento. Come fare, però? Certo, non basta una sola medicina per guarire.
Il prossimo test sono le Europee. Al primo voto, nel 1979, la novità attirò l’85,65 degli elettori. L’ultima volta, quattro anni fa, erano diventati appena il 54,50. E a giugno si rischia di scendere sotto il cinquanta per cento. La democrazia del malumore.