Non solo Sgarbi: da Santanchè a Delmastro, gli altri indagati nel governo. Ma a rischiare il posto è il sottosegretario
di Gabriele BartoloniCon l’indagine a carico di Vittorio Sgarbi, salgono a tre i membri dell’esecutivo finiti sotto l’attenzione delle procure. Il sottosegretario alla Cultura è indagato a Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. In barba ai debiti con il fisco, Sgarbi avrebbe comprato quadri tramite la compagna per evitare di figurare come acquirente e mettere le sue opere al riparo dalle possibili azioni dell’Agenzia delle entrate. Ma sul sottosegretario piovono anche accuse di conflitto di interessi per le sue attività di consulente.
Accuse che, insieme all’indagine, non rappresentano affatto un unicum nel primo anno di governo targato Giorgia Meloni.
Santanchè, dal conflitto di interessi all’indagine sulle società
Ben prima del caso Sgarbi fu Daniela Santanchè la prima esponente dell'esecutivo ad attirare critiche per l’incompatibilità che la vedeva, contemporaneamente, ministra del Turismo e comproprietaria - insieme a Flavio Briatore - del Twiga, lussuosissimo stabilimento balnea…
Con l’indagine a carico di Vittorio Sgarbi, salgono a tre i membri dell’esecutivo finiti sotto l’attenzione delle procure. Il sottosegretario alla Cultura è indagato a Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. In barba ai debiti con il fisco, Sgarbi avrebbe comprato quadri tramite la compagna per evitare di figurare come acquirente e mettere le sue opere al riparo dalle possibili azioni dell’Agenzia delle entrate. Ma sul sottosegretario piovono anche accuse di conflitto di interessi per le sue attività di consulente.
Accuse che, insieme all’indagine, non rappresentano affatto un unicum nel primo anno di governo targato Giorgia Meloni.
Santanchè, dal conflitto di interessi all’indagine sulle società
Ben prima del caso Sgarbi fu Daniela Santanchè la prima esponente dell'esecutivo ad attirare critiche per l’incompatibilità che la vedeva, contemporaneamente, ministra del Turismo e comproprietaria - insieme a Flavio Briatore - del Twiga, lussuosissimo stabilimento balneare della Versilia. La ministra se la cavò decidendo di cedere le sue quote, vendendole un po’ a Briatore e un po’ al compagno Dimitri Kunz. Una storia, questa, decisamente meno spinosa rispetto a quella legata alla gestione delle sue società e per via della quale ad oggi è indagata dalla procura di Milano con l’accusa di falso in bilancio e bancarotta.
Fu il sito di Repubblica a darne notizia nel novembre del 2022. La ministra, però, negò minacciando querele. La vera bomba scoppiò alcuni mesi più tardi - il 19 giugno 2023 - per effetto di un’inchiesta di Report sulla gestione delle società collegate a Santanchè, Visibilia e Ki Group. Quel servizio diede il via ad una spirale di accuse con al centro le società a rischio fallimento, i milioni di euro ricevuti da finanziatori misteriosi, ma anche i dipendenti con contributi e tfr non pagati e i soldi spesi per appartamenti e automobili nonostante i conti in bilico delle imprese. Soprattutto Visibilia editore, di cui Santanchè è fondatrice e principale azionista, oltre ad accumulare debiti, avrebbe fatto ricorso in maniera fraudolenta alla cassa integrazione dedicata all’emergenza Covid.
Al netto dell'inchiesta giudiziaria, il polverone che travolse la ministra fu innanzitutto politico. Santanchè negò di essere indagata fino a quando l'evidenza non ebbe la meglio, esponendosi a continue richieste di dimissioni che presto presero forma in una mozione di sfiducia presentata al Senato dal M5S nel giorno dell'informativa di Santanchè a Palazzo Madama. A votarla furono i pentastellati insieme ad Avs e – seppur con qualche obiezione di metodo – al Pd. Ad oggi una delle accuse, quella per bancarotta, potrebbe cadere per effetto di un accordo raggiunto tra il fisco e Visibilia Srl: a fronte di un debito da 2 milioni di euro, la società si è impegnata a versare 1,5 milioni in cinque anni.
Cospito e il caso Delmastro
Il terzo caso riguarda il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, accusato di rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda legata all’anarchico Alfredo Cospito. Lo scorso luglio il gip di Roma ha deciso per l'imputazione coatta nonostante la procura avesse chiesto l'archiviazione. L'origine del caso risale al 31 gennaio scorso quando il fedelissimo di Giorgia Meloni, Giovanni Donzelli, decise di intervenire in Aula lanciando accuse pesantissime nei confronti dei deputati del Pd che, alcuni giorni prima, in qualità di parlamentari, avevano fatto visita a Cospito, in sciopero della fame contro il 41 bis. “Io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi”, scandì Donzelli. “La mafia sta utilizzando il terrorista Cospito, un influencer, per far cedere la mafia sul 41 bis”, sostenne per poi leggere al cospetto dell’Aula alcune parti della relazione stilata dall’amministrazione penitenziaria circa le conversazioni avvenute durante l’ora d’aria tra Cospito e esponenti della criminalità organizzata.
Il caso politico, ancor prima che giudiziario, nasce qua. O meglio, da un interrogativo: come ha fatto Donzelli ad entrare in possesso di conversazioni fatte da detenuti in regime di 41 bis? La risposta la darà il sottosegretario Delmastro, ammettendo di essere stato lui stesso a passare le carte Donzelli. Un’ammissione che spinse il leader rosso-verde Angelo Bonelli a presentare un esposto in Procura che diede impulso all’indagine a carico di Delmastro, il quale ha sempre sostenuto di aver agito nel perimetro della legge. “Sono fiducioso che la vicenda si concluderà positivamente, convinto che alcun segreto sia stato violato, sia sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo", ha dichiarato il sottosegretario dopo la decisione del gip di respingere la richiesta di archiviazione e arrivata dalla procura.
La Russa e la difesa del figlio
Toccato da un’inchiesta, ma solo indirettamente, Ignazio La Russa. Il caso riguarda il figlio, Leonardo Apache La Russa, ma vale la pena di essere citato solo per il modo in cui il presidente del Senato decise di affrontarlo. Perché davanti ad un presunto stupro - questa l’accusa mossa da una 22enne nei confronti del terzogenito dell’esponente di FdI - La Russa senior non ha scelto il silenzio, bensì di solidarizzare con il figlio colpevolizzando l’autrice della denuncia. “Ho la certezza che mio figlio Leonardo non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante”, disse all’indomani dello scoppio del caso per poi accusare la ragazza di fare uso di cocaina.
Parole che causarono la reazione indignata dell'opposizione e che spinsero lo stesso La Russa a fare una parziale retromarcia: “Non rifarei la dichiarazione su mio figlio”, disse. Non solo: la presenza del presidente del Senato ebbe delle conseguenze anche nel corso delle indagini. La procura infatti non riuscì a sequestrare la sim di La Russa jr proprio perché quest’ultima apparteneva al padre, che, in quanto membro del Senato, è coperto dall’immunità parlamentare.