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Braccio di ferro con l’Ue: “L’Italia ratifichi il Mes o niente Patto di stabilità”

Charles Michel e Ursula von der Leyen a Bruxelles

 
Scontro tra Meloni e i partner al Consiglio europeo sul via libera di Roma al fondo Salva Stati. In stallo l’intesa tra i 27 sulle regole di bilancio: senza accordo a gennaio si torna ai vecchi vincoli
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BRUXELLES - Lo scontro ormai è aperto. E non viene nemmeno più nascosto. L’Italia conferma di non voler ratificare il Mes, il Meccanismo di Stabilità, e i partner europei rispondono minacciando di non approvare la riforma del patto di Stabilità. La seconda giornata del Consiglio europeo, una volta archiviata la discussione sulla crisi mediorientale e sull’Ucraina, si è concentrata proprio su questo punto. Perché il nostro Paese è l’unico a non aver ancora dato il via libera alla nuova formulazione del fondo. E fino a quando mancherà, non potrà entrare in funzione. Provocando l’irritazione di molti partner, a cominciare dalla Germania. Perché dentro questo strumento, che nessun Paese è obbligato ad attivare, ci sono misure che riguardano la protezione delle banche. Cui molti sono interessati.

BRUXELLES - Lo scontro ormai è aperto. E non viene nemmeno più nascosto. L’Italia conferma di non voler ratificare il Mes, il Meccanismo di Stabilità, e i partner europei rispondono minacciando di non approvare la riforma del patto di Stabilità. La seconda giornata del Consiglio europeo, una volta archiviata la discussione sulla crisi mediorientale e sull’Ucraina, si è concentrata proprio su questo punto. Perché il nostro Paese è l’unico a non aver ancora dato il via libera alla nuova formulazione del fondo. E fino a quando mancherà, non potrà entrare in funzione. Provocando l’irritazione di molti partner, a cominciare dalla Germania. Perché dentro questo strumento, che nessun Paese è obbligato ad attivare, ci sono misure che riguardano la protezione delle banche. Cui molti sono interessati.

Mentre allora Giorgia Meloni, rilanciando l’idea dello scambio, fa capire che il Parlamento italiano potrà accendere il disco verde se verranno accolte le sue richieste sulla riforma del Patto di stabilità («serve un quadro chiaro»), la replica degli altri 26 e della Commissione è piuttosto netta: e allora niente riforma e dal primo gennaio rientrerà in vigore il “vecchio” Patto. Soluzione pericolosissima per l’Italia. Le regole su debito e deficit sono molto più stringenti. I percorsi di rientro sarebbero insostenibili. Sull’ordine di diverse decine di miliardi ogni anno.

Palazzo Chigi si sta mettendo contro tutti. A cominciare dalla Germania. «Continuerò a sostenere la ratifica del Mes. Questo trattato – ha detto il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Pascal Donohoe - è un elemento davvero importante e in particolare garantirà che l’accesso a molte altre decine di miliardi di euro in futuro se ci sarà bisogno. È nell’interesse di tutti noi che venga ratificato e continuerò a lavorare a stretto contatto con il ministro Giorgetti». E poi ha osservato: «Anche se l’Italia decidesse di non usare in alcun modo il Mes in futuro, magari altri Paesi potrebbero farlo». La premier italiana si scherma dietro la formale constatazione che quando si è discusso al vertice, nessuno ha citato l’Italia. Ma è anche chiaro che nessuno l’ha fatto perché non ce ne era bisogno: il nostro Paese è l’unico a non averlo ratificato. Non a caso il Cancelliere tedesco Scholz, con una punta malizia, ha apertamente «raccomandato a tutti che la riforma del Mes entri finalmente in vigore. È molto positiva. Lo è anche per i Paesi che potrebbero trovarsi in una situazione economica difficile. È importante perché concentra e rafforza le nostre forze. È una buona riforma, quindi ne consiglio l’approvazione a tutti».

Roma, dunque, si trova davvero isolata. E nel braccio di ferro con l’Ue e le principali Cancellerie rischia di giocarsi l’osso del collo. Considerato che il nostro debito è il secondo in Europa e che le previsioni per il prossimo anno non sono affatto positive. La prospettiva – come già avvertito nelle ultime raccomandazioni della Commissione – di un avvio della procedura di infrazione già in primavera potrebbe rivelarsi più concreta senza il Patto di stabilità riformato.

Del resto, proprio ieri, Ursula von der Leyen ha voluto sgombrare il campo da alcuni dubbi: la clausola di salvaguardia che ha sospeso le regole della governance economica sarà disattivata tra due mesi. È vero che i leader ieri hanno invitato a chiudere la trattativa entro l’anno. Ma c’è un dato che conferma le difficoltà: il tema era stato calendarizzato nella prossima riunione dell’Ecofin (riunione dei ministri finanziari) del 9 novembre. E proprio ieri è stato stralciato dall’ordine del giorno. Se ne parlerà forse a quello successivo. Ma nella consapevolezza che o si trova un accordo entro novembre o difficilmente le nuove regole potranno entrare in vigore a gennaio. Tutto potrebbe slittare, nel pieno della campagna elettorale per le europee, con la Commissione in scadenza e con Berlino decisamente entusiasta di lasciare tutto inalterato. E infatti ancora il leader di Berlino ha avvisato a questo proposito: sulla riforma del Patto di stabilità «c’è ancora molto lavoro da fare. Ci sarà ancora molto da discutere, le posizioni non si sono ancora avvicinate, né da una parte né dall’altra». La Germania vuole garanzie proprio sui punti che riguardano l’Italia: certezza sui percorsi di rientro da deficit e debito. La proposta avanzata dalla Commissione, infatti, è stata considerata troppo “vaga”. L’esecutivo Meloni poi vorrebbe scomputare dal calcolo del deficit e del debito le spese relative a Difesa e transizione ecologica. E magari “sospendere” fino al 2026 quelle riguardanti il Pnrr. Soluzioni che i “frugali” del nord Europa non accettano. È vero che la presidente della Bce, Christine Lagarde, dopo un colloquio proprio con Giorgia Meloni, ha esortato a «promuovere sia la sostenibilità del debito che gli investimenti necessari per la competitività e la resilienza. Un accordo prima della fine dell’anno rappresenterebbe un importante segnale di unità». Per ora, però, dell’unità non c’è nemmeno l’ombra. Lo stallo è totale. E il governo italiano cammina su un crinale scivolosissimo.

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