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Riforma del premierato, è scontro tra FdI e FI sulla norma anti-ribaltoni e sul ruolo delle Camere

Giorgia Meloni

 
Domani il vertice. FdI vorrebbe le elezioni se c’è la sfiducia. Si media su un nuovo premier se c’è stessa maggioranza
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ROMA – Caduto un presidente, se ne può fare un altro. Ma solo con i voti della stessa maggioranza. L’ultima mediazione sulla quale si confrontano le forze politiche non è una sfiducia costruttiva, nel senso di una norma che dà al Parlamento la facoltà di sfiduciare il premier (o la premier) eletto dal popolo solo dietro indicazione di un altro nome. No, la soluzione possibile è in un comma che dice che, se un primo ministro viene silurato o si dimette, non si va subito di nuovo alle urne. Il presidente della Repubblica può conferire l’incarico di formare il governo al premier uscente o a un altro eletto nella stessa coalizione “per proseguire nell’attuazione del programma”.Ma in questi casi il prescelto per Palazzo Chigi deve ricevere, in ciascuna Camera, il voto dei parlamentari della stessa maggioranza che ha vinto le elezioni.

Chi ha pensato questo comma ha tentato di mettere insieme l’esigenza di stabilità (e di evitare il ricatto del “vi mando tutti a casa” del capo del governo) …

ROMA – Caduto un presidente, se ne può fare un altro. Ma solo con i voti della stessa maggioranza. L’ultima mediazione sulla quale si confrontano le forze politiche non è una sfiducia costruttiva, nel senso di una norma che dà al Parlamento la facoltà di sfiduciare il premier (o la premier) eletto dal popolo solo dietro indicazione di un altro nome. No, la soluzione possibile è in un comma che dice che, se un primo ministro viene silurato o si dimette, non si va subito di nuovo alle urne. Il presidente della Repubblica può conferire l’incarico di formare il governo al premier uscente o a un altro eletto nella stessa coalizione “per proseguire nell’attuazione del programma”.Ma in questi casi il prescelto per Palazzo Chigi deve ricevere, in ciascuna Camera, il voto dei parlamentari della stessa maggioranza che ha vinto le elezioni.

Chi ha pensato questo comma ha tentato di mettere insieme l’esigenza di stabilità (e di evitare il ricatto del “vi mando tutti a casa” del capo del governo) con quella di scongiurare i ribaltoni. Su questa norma si ragiona, nel centrodestra. E sarà sul tavolo del vertice di maggioranza di domani. In un clima che, malgrado l’ottimismo della ministra Elisabetta Casellati, non è di totale concordia.

La virata di Meloni sul premierato (abbandonata l’idea dell’elezione diretta del Capo dello Stato) non ha sgombrato il campo dai dubbi giuridici e dalle contrapposizioni politiche. Come garantire che né il Parlamento né il Quirinale perdano poteri dopo la riforma? Ai vertici parlamentari di Fratelli d’Italia, ad esempio, l’idea della sfiducia costruttiva non piace proprio. E viene prediletto il principio del simul stabunt simul cadent: premier e parlamentari vengono eletti insieme e insieme se ne vanno, in caso di sfiducia o dimissioni del primo. Il tutto, a sentire autorevoli fonti di FdI, avrebbe fondamento in una questione costituzionale: se il primo ministro trae la sua legittimazione dal corpo elettorale, non può esserci un altro organo (il Parlamento) che gliela toglie per darla a un altro premier. Il favore va, in sostanza, nella direzione di una legge simile a quella che regola l’elezione diretta dei governatori e dei sindaci.

Ma è un principio che, in altri settori della maggioranza, non convince fino in fondo. Nazario Pagano, presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato ed esponente di Forza Italia, sottolinea un aspetto politico: “Il Parlamento deve continuare ad avere un ruolo, già adesso minacciato da un fenomeno come la bulimia di atti urgenti da parte del governo. L’elezione diretta, senza correttivi, rischia peraltro di costringerci ad andare a votare spesso”. Pagano promuove l’ipotesi che porta alla possibilità che un nuovo premier, dopo la sfiducia, venga eletto in Parlamento ma solo se la maggioranza si raggiunge con i voti della coalizione che ha vinto le elezioni: “Mi sembra una buona soluzione — afferma — che evita il problema dei cambi di casacca che ha contraddistinto la storia recente della Repubblica”.

Le questioni di costituzionalità delle norme — tutte al vaglio del Quirinale — sono pari al numero delle bozze che circolano. L’accelerazione di Casellati coincide con l’intenzione di Meloni di dare un segnale forte, di ottenere un successo simbolico in un momento di tensioni nel centrodestra, fra l’onda lunga del caso Giambruno e la manovra. Da un lato, c’è un’indicazione di prospettiva, da parte di Palazzo Chigi: il testo da portare in Cdm dovrà comunque essere snello, tre o quattro articoli, anche per evitare che un non improbabile referendum possa far saltare tutto. Si ritiene che una normativa più complessa renda complicato il raggiungimento del quorum e l’avallo popolare.

Ma la premier insegue un obiettivo più immediato: preservare il passaggio politico più importante della riforma prima del vaglio in Consiglio dei ministri, il vertice di domani, dalle fibrillazioni legate alla manovra. Ecco la decisione da parte di Meloni di dire che invierà la legge di bilancio al Senato al massimo in mattinata, quando ci sarà pure l’incontro con il forzista Antonio Tajani, prima del summit sulla legge costituzionale. Una sorta di tagliola da far scattare per affrontare la riunione sul presidenzialismo con maggiore serenità. Da verificare se la strategia avrà successo.

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