Meloni alla conquista della Consulta: la tentazione di candidare Nordio
di Liana MilellaROMA – Da un lato il piatto delle riforme costituzionali. Dall’altro la manovra alla Trump per “addomesticare” la Consulta svuotandola man mano dei giudici progressisti. Seguendo lo stesso metodo usato al Csm, su dieci posti, sette sono andati al centrodestra, e dei tre rimanenti uno se lo è aggiudicato Italia viva. Ma se il Consiglio superiore della magistratura è l’organo di autogoverno dei giudici, qui parliamo della Consulta, il massimo organo di garanzia in Italia. Ma la maggioranza vuole replicare il modello Csm, con la prospettiva da qui a dicembre 2024, di incassare ben quattro giudici su quindici.
Le scadenze sono favorevoli, il prossimo 11 novembre lascia la presidente Silvana Sciarra, la giuslavorista eletta nove anni fa in quota Pd, e nello stesso giorno terminano il mandato i due vice, l’amministrativista Daria de Pretis e il costituzionalista Nicolò Zanon, scelti da Giorgio Napolitano. Massimo riserbo al Quirinale sui prescelti, inutile fare ipotesi, si può solo ipo…
ROMA – Da un lato il piatto delle riforme costituzionali. Dall’altro la manovra alla Trump per “addomesticare” la Consulta svuotandola man mano dei giudici progressisti. Seguendo lo stesso metodo usato al Csm, su dieci posti, sette sono andati al centrodestra, e dei tre rimanenti uno se lo è aggiudicato Italia viva. Ma se il Consiglio superiore della magistratura è l’organo di autogoverno dei giudici, qui parliamo della Consulta, il massimo organo di garanzia in Italia. Ma la maggioranza vuole replicare il modello Csm, con la prospettiva da qui a dicembre 2024, di incassare ben quattro giudici su quindici.
Le scadenze sono favorevoli, il prossimo 11 novembre lascia la presidente Silvana Sciarra, la giuslavorista eletta nove anni fa in quota Pd, e nello stesso giorno terminano il mandato i due vice, l’amministrativista Daria de Pretis e il costituzionalista Nicolò Zanon, scelti da Giorgio Napolitano. Massimo riserbo al Quirinale sui prescelti, inutile fare ipotesi, si può solo ipotizzare che saranno una donna e un uomo. Ma proprio qui si apre il risiko della scelta politica.
È noto da tempo che Giorgia Meloni, in vista della difficile partita sulle riforme costituzionali, intende portare un suo giurista alla Corte. E sarebbe la prima volta per Fratelli d’Italia. Da tempo il nome più accreditato è quello di Francesco Saverio Marini, il primo consigliere della premier al tavolo delle riforme costituzionali, nonché figlio d’arte perché suo padre Annibale è stato presidente della Consulta per nove mesi tra il 2005 e il 2006. La sua appartenenza ad Alleanza nazionale era nota e lo portò anche al Csm. Ma proprio questa “eredità”, una Corte che diventa familista, potrebbe essere un problema. Tant’è che circola con insistenza un’altra ipotesi, quella di mandare alla Consulta il Guardasigilli Carlo Nordio, le cui movenze da ministro, per lentezza e scarso tatto politico, sollevano numerosi mormorii di protesta tra i maggiorenti di Fratelli d’Italia. E c’è già chi vede insediarsi in via Arenula l’attuale sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano. I meloniani potrebbero “pescare” tra le costituzionaliste, come Ida Angela Nicotra, già all’Anac ai tempi del presidente Raffaele Cantone, che però ha l’handicap di essere la moglie di Felice Giuffrè, il candidato votato in corner da FdI per il Csm dopo lo stop a Valentino. E mandare il marito al Csm e la moglie alla Consulta sembra proprio un familismo eccessivo.
Ma qualunque sia il candidato forte di Meloni, che certo non può incappare in un altro incidente come quello già avvenuto per il Csm (il nome di Giuseppe Valentino è stato “sfilato” dall’’elenco pochi minuti prima della votazione perché coinvolto in un’indagine a Reggio Calabria), la maggioranza ha di fatto partita già vinta.
Appena 11 voti
A svelarlo è il libro “Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società” di Giuliano Amato e Donatella Stasio. Andiamo a pagina 267 e scopriamo che i due autori, paventando sulla nostra Consulta l’effetto Trump, l’ex presidente Usa che nominò ben tre giudici di destra della Corte Suprema alterandone irrimediabilmente gli equilibri (lì i giudici sono a vita…), fanno i conti della prossima sfida. Scrivono Amato e Stasio: “Mentre per l’elezione del capo dello Stato, dopo un certo numero di votazioni, è sufficiente la maggioranza parlamentare pura e semplice, per garantire il pluralismo “politico“ dei cinque giudici costituzionali eletti dal Parlamento in seduta comune non si può scendere sotto i tre quinti. Forse non è abbastanza, considerato che all’attuale maggioranza del governo Meloni (349) mancano appena 11 voti per raggiungere quel quorum (360)”.
Non sarà certo difficile per i meloniani trovare 11 parlamentari disponibili per mettere a segno lo “scippo” del giudice costituzionale che nove anni fa toccò all’opposizione. Tant’è che nelle ultime ore è stata messa da parte l’ipotesi di lasciare la Corte senza un giudice addirittura fino a dicembre dell’anno prossimo quando scadranno ben tre giudici, i costituzionalisti Augusto Barbera e Franco Modugno e il lavorista Giulio Prosperetti, con l’idea di una spartizione per quattro posti che attenuerebbe le polemiche. Ma perché lasciare un posto vuoto per così tanto tempo, ragionano i meloniani, se basta un pugno di voti per accaparrarselo? Se Sergio Mattarella, seguendo una prassi consolidata, renderà pubblici i suoi due nomi prima dell’11 novembre, quando scade Sciarra, in modo da procedere subito all’elezione del nuovo vertice, è comunque del tutto improbabile che le votazioni delle Camere riunite, le prime tre con la maggioranza dei due terzi, potranno essere così celeri. Ad oggi le date sono certe, come quella del 7 novembre quando, durante l’udienza pubblica, i giudici De Pretis e Zanon faranno il saluto che chiude i nove anni.
Ma chi sarà il prossimo presidente della Corte? Il nome dato per scontato è quello di Augusto Barbera, ex ministro dei Rapporti con il Parlamento del governo Ciampi, e anche ex deputato in anni antichi del Pci-Pds, che già in queste settimane ne sta svolgendo le funzioni perché il presidente in scadenza, Sciarra in questo caso, non può partecipare alla discussione che comporta un collegio identico in tutte le fasi fino alla pronuncia pena l’annullamento. E proprio la futura presidenza di Barbera “di sinistra” viene usata dai meloniani come argomento per giustificare lo scippo, che loro chiamano invece “equilibrata auto attribuzione”, del nuovo giudice da eleggere. Ma come scrivono Amato e Stasio parlando della Corte Usa dopo la cura Trump “essa rischia di essere considerata un attore politico”, cioè proprio il destino che potrebbe toccare a quella italiana politicizzando oltre ogni limite le nomine.