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Le riforme di Meloni e l’eterno ritorno della Terza Repubblica

(reuters)

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Da Craxi a Renzi, nessun leader ha mai tratto giovamento da progetti riformatori che assomigliano sempre più a esercizi di fantapolitica
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Ecco, sì, ci mancavano giusto le riforme istituzionali per entrare in pompa magna nella Terza Repubblica, nientemeno, come ha proclamato solennemente Meloni salutando per iscritto una delle tre o quattro residue Dc riunite da Rotondi in Val d'Aosta. Non bastavano evidentemente due guerre per porre il tema all'ordine del giorno, né la riforma del patto europeo di stabilità, i ritardi del Pnrr, l'ondata di sbarchi, l'astensionismo elettorale all'80 per cento, le divisioni nella maggioranza e magari la seconda puntata del caso Giambruno.

No, non bastavano: e allora vai col premierato, vai col principato, la sfiducia costruttiva, quella distruttiva, poi è sicuro che partiranno con la legge elettorale, un classico dell'inconcludenza patologica all'italiana; ma intanto perfino del destino dei senatori a vita si sono messi a discutere, quasi certamente a vuoto, come succede ormai dal 1979, piena era mesozoica, quando sull'Avanti! comparve un editoriale a firma Bettino Craxi sulla Grande Rifor…

Ecco, sì, ci mancavano giusto le riforme istituzionali per entrare in pompa magna nella Terza Repubblica, nientemeno, come ha proclamato solennemente Meloni salutando per iscritto una delle tre o quattro residue Dc riunite da Rotondi in Val d'Aosta. Non bastavano evidentemente due guerre per porre il tema all'ordine del giorno, né la riforma del patto europeo di stabilità, i ritardi del Pnrr, l'ondata di sbarchi, l'astensionismo elettorale all'80 per cento, le divisioni nella maggioranza e magari la seconda puntata del caso Giambruno.

No, non bastavano: e allora vai col premierato, vai col principato, la sfiducia costruttiva, quella distruttiva, poi è sicuro che partiranno con la legge elettorale, un classico dell'inconcludenza patologica all'italiana; ma intanto perfino del destino dei senatori a vita si sono messi a discutere, quasi certamente a vuoto, come succede ormai dal 1979, piena era mesozoica, quando sull'Avanti! comparve un editoriale a firma Bettino Craxi sulla Grande Riforma intitolato “Ottava legislatura” - e ridendo e scherzando siamo arrivati alla diciannovesima, in mezzo il tempo di due generazioni di politici, cronisti e sfiduciatissimi cittadini, ma come ben noto ai consumatori di serie televisive e agli osservatori degli impicci di Palazzo diabolico è perseverare.


Eppure le riforme istituzionali sono davvero un tema “arido, astruso e ingrato”, come scriveva vent'anni orsono Claudio Rinaldi sull'Espresso. Nessuno le segue, nessuno le capisce, sosteneva con suprema competenza il professor Vanni Sartori. Sulla base di ben due referendum (2006 e 2016) si può aggiungere che pochi si fidano e che nessun leader che ne abbia fatto il suo cavallo di battaglia, da Craxi a Segni, da D'Alema a Berlusconi fino a Renzi, ne ha mai tratto il benché minimo giovamento, con il che la faccenda lambisce il pensiero magico e il processo riformatore si tira appresso un che di iettatorio.

Forse Meloni pensa di esorcizzarlo con il dovuto corredo di retorica instagrammabile: la Terza Repubblica, bùm, “la responsabilità storica”, ratataplàn, “il consolidamento della democrazia dell'alternanza”, ohi-ohi-ohi, cui si può aggiungere lo spirito costituente del ministro ex secessionista Calderoli e alcuni preziosi contributi tecnici dell'onorevole Lupi e di “Noi moderati”.

Come ragionevolmente prevedibile, al momento le probabilità che le riforme istituzionali si possano realizzare sembrano più o meno le stesse che ha il Ponte sullo Stretto di essere prima o poi finito – là dove l'accento cade, strizzando l'occhiolino e picchiettandosi la tempia, sul “poi”. Nel maggio scorso, fresca di vittoria, la presidente del Consiglio dedicò alla questione un bel giro di colloqui. A tutti, maggioranza e opposizione, disse che desiderava una riforma “ampiamente condivisa”. Schlein (era la prima volta che si vedevano) le fece esprimere educatamente la sua idea di premierato elettivo, poi con quel suo strano sorriso: “Presidente, e perché non la monarchia illuminata?”. Poco dopo entrò il verde-rosso Bonelli, direttamente da Ostia. C'era anche Tajani che così l'accolse: “Ci hai portato le ostriche?”. Qui si inserì Meloni: “Vanno bene, Angelo, anche gli spaghetti con le telline!”.

Ora, guai a chi denigra gli spaghetti con le telline, ma la sensazione è che questa classe politica e di governo non sia all'altezza del compito che si prefigge o fa finta di prefiggersi. Per fortuna, prima di lasciarsi sfasciare la Costituzione dai primi o dagli ultimi arrivati, i buoni Padri Costituenti avevano previsto processi interminabili, maggioranze di ferro, ordalie referendarie. Ma forse proprio per questo, nel corso del tempo, queste benedette riforme sono uscite da loro stesse per farsi avviso, pretesto, miraggio, lusinga, intimidazione, scorciatoia, esercizio di fantapolitica ed espediente di bassa cucina.
Poi c'è Mattarella che qualcosina c'entra, e più sta zitto, come sempre, più gli mette paura. E' abbastanza divertente vedere come cercano di tenerlo buono.

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