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Da Dini a Draghi, i premier esterni al Parlamento che la riforma vuole cancellare

Mario Draghi con Giorgia Meloni nel giorno della consegna della campanella

 (ansa)
Chiamati dal Quirinale alla guida del governo o proiettati a Palazzo Chigi per volontà dei partiti: negli ultimi dieci anni è avvenuto quattro volte
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Prima di lui era toccato a Lamberto Dini e Carlo Azeglio Ciampi. Mario Monti, nel 2011, della politica conosce l’economia e le commissioni. La nomina a senatore a vita il 9 novembre gli apre le porte del Senato, dove sfila di fronte alle logiche di palazzo. Le stesse che comprimono in soli 4 giorni il suo cursus honorum e passano nelle sue mani la campanella del governo, dando inizio al primo degli esecutivi tecnici dell’ultimo decennio. Una nomina che, secondo l’attuale riforma costituzionale, ribattezzata “premierato”, non avrebbe più futuro.

Dall’altra parte del tavolo, al Quirinale l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rivolge poche parole al neo-presidente: “Auguri per un compito difficile”. “L'emozione è accresciuta dal fatto che prendo oggi la parola per la prima volta in questa Aula”, rimarca al suo discorso per la fiducia Mario Monti. A tenergli compagnia, un gruppo di ministri rimasti alla cronaca: da Paolo Severino alla Giustizia a Elsa Fornero, le cu…

Prima di lui era toccato a Lamberto Dini e Carlo Azeglio Ciampi. Mario Monti, nel 2011, della politica conosce l’economia e le commissioni. La nomina a senatore a vita il 9 novembre gli apre le porte del Senato, dove sfila di fronte alle logiche di palazzo. Le stesse che comprimono in soli 4 giorni il suo cursus honorum e passano nelle sue mani la campanella del governo, dando inizio al primo degli esecutivi tecnici dell’ultimo decennio. Una nomina che, secondo l’attuale riforma costituzionale, ribattezzata “premierato”, non avrebbe più futuro.

Dall’altra parte del tavolo, al Quirinale l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rivolge poche parole al neo-presidente: “Auguri per un compito difficile”. “L'emozione è accresciuta dal fatto che prendo oggi la parola per la prima volta in questa Aula”, rimarca al suo discorso per la fiducia Mario Monti. A tenergli compagnia, un gruppo di ministri rimasti alla cronaca: da Paolo Severino alla Giustizia a Elsa Fornero, le cui lacrime in conferenza stampa hanno a lungo rappresentato gli anni dei tagli e dello spettro dei vincoli europei.

Un’ombra che, a tre anni di distanza, si dilegua con l’allontanarsi della crisi. A Palazzo Chigi Enrico Letta porta con sè la campanella da quasi un anno. Nelle trame dello sfondo politico, ad assestare il colpo decisivo per la sua caduta, è il leader del suo partito, il segretario Pd Matteo Renzi. Votato a larga maggioranza, un documento a sua firma avanza la richiesta di un cambio di governo e a Letta non rimane che dimettersi. Dal giglio magico della sua città, l’ex sindaco di Firenze approda a capo del consiglio dei Ministri e in un parlamento che mai lo aveva ospitato.

Come Monti, Renzi gioca la carta dell’outsider. Neo-segretario del Partito Democratico e capo del governo, per la prima volta affronta lo sciame di ordini del giorno, emendamenti e interrogazioni che senza sosta si riversano sull’esecutivo. A mettere uno stop alla lista è però il referendum costituzionale che lo stesso premier propone e decide di intestarsi. È il turno della sconfitta. Quella che gli oppositori attendevano e che i voti al referendum confermano.

Mentre Renzi approda in Senato nel 2018 e dopo che Gentiloni ha guidato il consiglio dei ministri per due anni, Lega e Movimento 5 Stelle colgono di sorpresa gli altri partiti e trovano un’intesa sulla base del risultato delle urne. Più di tre mesi sono necessari al capo dello Stato Sergio Mattarella per sciogliere le riserve tra nuovi amici e vecchi nemici. Di fianco a lui, sorridenti, spalla a spalla da vicepresidenti, Di Maio e Salvini designano la campanella nelle mani di Giuseppe Conte. Un nome mai comparso nella schiera politica, profilo dalle origini accademiche e giuridiche che diventa custode delle bagarre di palazzo. Con i suoi due vice, polemiche e discussioni sono all’ordine del giorno, tanto che, una volta superato il limite, “fare i nomi e cognomi” per il presidente diventa una tentazione irresistibile.

Al Conte I ne succede un secondo. Mentre nell’ondata invernale di Covid le regioni si illuminano a colori alterni, è ancora Renzi a causare la caduta dell’esecutivo e ad aprire uno scenario che porta a un governo di unità nazionale con Mario Draghi a dare un nuovo equilibrio. Dalle alleanze al suono di “Whatever it takes”, a chiamarsi fuori sono l’attuale premier Giorgia Meloni e il suo partito. Che a settembre 2022, due mesi dopo la caduta dell’esecutivo Draghi, hanno poi vinto le elezioni.

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