Premierato, Meloni già vuole modifiche. Quorum lontano
di Emanuele LauriaROMA — L’ossessione del ribaltone. Non è escluso un ulteriore giro di vite alla norma che, dentro la riforma che introduce il premierato, vincola il presidente del Consiglio alla maggioranza che lo ha eletto. Il sogno di Giorgia Meloni rimane un sistema per cui, se il primo ministro è costretto a interrompere il suo mandato, va a casa assieme a tutto il Parlamento.
È il principio del simul stabunt simul cadent, che d’altronde era caro a Berlusconi e oggi appassiona non pochi all’interno di FdI: “Sappiamo che quella è la prima opzione di Meloni. Ma poi ci sono le prerogative del capo dello Stato e i contrappesi a favore del Parlamento”, dice il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, che ha partecipato al summit di lunedì.
Le mediazioni di questi giorni hanno prodotto una bozza che consente la sopravvivenza della legislatura anche in caso in cui il premier cessi dalla carica, solo se il suo incarico viene dato a un parlamentare della maggioranza che ha vinto le elezioni e se quest’u…
ROMA — L’ossessione del ribaltone. Non è escluso un ulteriore giro di vite alla norma che, dentro la riforma che introduce il premierato, vincola il presidente del Consiglio alla maggioranza che lo ha eletto. Il sogno di Giorgia Meloni rimane un sistema per cui, se il primo ministro è costretto a interrompere il suo mandato, va a casa assieme a tutto il Parlamento.
È il principio del simul stabunt simul cadent, che d’altronde era caro a Berlusconi e oggi appassiona non pochi all’interno di FdI: “Sappiamo che quella è la prima opzione di Meloni. Ma poi ci sono le prerogative del capo dello Stato e i contrappesi a favore del Parlamento”, dice il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, che ha partecipato al summit di lunedì.
Le mediazioni di questi giorni hanno prodotto una bozza che consente la sopravvivenza della legislatura anche in caso in cui il premier cessi dalla carica, solo se il suo incarico viene dato a un parlamentare della maggioranza che ha vinto le elezioni e se quest’ultimo si impegna a portare avanti lo stesso programma. Basterà a impedire i cambi di casacca e il formarsi di coalizioni alternative? Questo il dubbio che assilla Palazzo Chigi.
Nella riforma, in realtà, era stato inserito anche un meccanismo che rafforzava la norma anti-ribaltone, prevedendo che il candidato premier indicato al posto di quello sfiduciato potesse governare solo dopo aver ricevuto in aula il voto dei parlamentari eletti nelle liste della maggioranza. Una disposizione che, si apprende da fonti parlamentari, avrebbe sollevato dubbi di incostituzionalità anche da parte del Quirinale. Ma si studia un modo per rendere più stringente la norma. Mentre la premier Meloni continua a non esprimersi. Non lo farà, pare, fino al Cdm di venerdì che darà il via libera alla riforma. E i ritocchi potrebbero arrivare anche in Aula, nel corso del lungo iter previsto dalla Costituzione, ovvero la doppia lettura da parte di entrambe le Camere.
Di certo, una volta trovata un’intesa sull’impianto della norma all’interno della maggioranza, Meloni va avanti con poca cura delle rimostranze dell’opposizione. “La riforma proposta dal governo è un pasticcio che affossa la forma parlamentare e indebolisce il presidente della Repubblica - dice la segretaria del Pd Elly Schlein - Se dopo un anno con numeri così solidi non arrivano le risposte sul terreno economico e sociale non è colpa della Costituzione ma dell’incapacità del governo”.
E sì che, più o meno un anno fa, Meloni accennava persino a una commissione bicamerale per fare le riforme e all’inizio di maggio incontrava tutte le forze politiche per un percorso comune. Ascoltati tutti, la premier ha deciso di andare avanti da sola. Con un disegno di legge fortemente politico, che contiene le battaglie storiche del centrodestra, a partire dal no ai governi tecnici. Ciò comporta una conseguenza chiara: difficilmente il “premierato all’italiana” troverà il consenso dei due terzi del Parlamento, percentuale necessaria per evitare il referendum. Negli ambienti di FdI, in realtà, si dà per scontato che, non prima della fine del 2024, si andrà a una consultazione popolare. Da non politicizzare troppo, per evitare l’effetto boomerang che costò caro a Renzi.
Ciò non toglie che prima scatterà comunque la ricerca dei voti utili nei due emicicli, a partire dai parlamentari del gruppo Misto. L’unica forza d’opposizione che si dice favorevole alla riforma è Italia Viva. In base ai numeri sulla carta, i sì alla Camera sarebbero 248 e al Senato 121. Numeri distanti dall’asticella dei due terzi, cioè 266 a favore alla Camera e 133 al Senato.