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Riforme, il quorum in Parlamento è lontano: si profila il referendum. E già si scalda il comitato del no al premierato

La ministra per le riforme, Maria Elisabetta Alberti Casellati

 

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Per approvare il testo alle Camere servirebbero due terzi di sì: non basta l’appoggio di Renzi. Pronto a mobilitarsi il fronte in difesa della Costituzione in vista della consultazione confermativa
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ROMA - Una riedizione della campagna per il No allo stravolgimento della Costituzione è già pronta. Nel 2016 fu la volta del Comitato per il No, capillare e ampio, che raccoglieva le associazioni della sinistra e non solo, e che bloccò nel referendum confermativo la riforma costituzionale di Matteo Renzi. Senza correre troppo, poiché il testo del governo di Giorgia Meloni che riscrive uno dei punti più delicati dell’architettura istituzionale, ovvero la forma di governo con l’elezione diretta del premier, è ancora da approvare in consiglio dei ministri e avrà poi il lungo iter parlamentare, però ci siamo.

Non sono solo i partiti dell’opposizione sulle barricate: il Pd di Elly Schlein, il M5Stelle di Giuseppe Conte, +Europa di Emma Bonino e Riccardo Magi, Verdi-Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, e Azione di Carlo Calenda. Unico che finora abbia risposto “presente” all’appello della maggioranza e della ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati, è stato Renzi. Per il lead…

ROMA - Una riedizione della campagna per il No allo stravolgimento della Costituzione è già pronta. Nel 2016 fu la volta del Comitato per il No, capillare e ampio, che raccoglieva le associazioni della sinistra e non solo, e che bloccò nel referendum confermativo la riforma costituzionale di Matteo Renzi. Senza correre troppo, poiché il testo del governo di Giorgia Meloni che riscrive uno dei punti più delicati dell’architettura istituzionale, ovvero la forma di governo con l’elezione diretta del premier, è ancora da approvare in consiglio dei ministri e avrà poi il lungo iter parlamentare, però ci siamo.

Non sono solo i partiti dell’opposizione sulle barricate: il Pd di Elly Schlein, il M5Stelle di Giuseppe Conte, +Europa di Emma Bonino e Riccardo Magi, Verdi-Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, e Azione di Carlo Calenda. Unico che finora abbia risposto “presente” all’appello della maggioranza e della ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati, è stato Renzi. Per il leader di Italia Viva il “sindaco d’Italia”, cioè il capo del governo eletto direttamene dai cittadini, è una battaglia che si intesta. Già questa estate ha depositato un disegno di legge molto simile a quello di Casellati che sarà varato venerdì in consiglio dei ministri.

Ma è il sindacato con la Cgil in testa, il Coordinamento per la democrazia costituzionale di Massimo Villone e Alfiero Grandi, l’Anpi con Gianfranco Pagliarulo e le associazioni di sinistra come l’Arci che di una “democrazia del Capo” – come la definiscono – non vogliono sentire parlare. Spiega il costituzionalista Massimo Villone: “Direi che il fronte per il referendum è pronto, dal momento che la proposta del governo è un “prendere o lasciare”, non ci sono margini di discussione”.

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E la destra non può neppure sperare di evitare il referendum confermativo. La maggioranza e la stessa premier Meloni sanno, del resto, che il pallottoliere delle riforme è inesorabile. In Parlamento, numeri alla mano, anche con l’aiutino dei renziani e con altri voti nel Misto, la maggioranza non arriverà a una approvazione del premierato con quei due terzi di Sì necessari per scongiurare la battaglia referendaria. In base ai numeri sulla carta, i favorevoli alla Camera sarebbero 248 e al Senato 115. Molto lontani appunto dalla maggioranza dei due terzi, cioè 266 a favore alla Camera e 133 al Senato. Infatti FdI ha 118 deputati e 63 senatori, la Lega 66 e 29, Fi 44 e 17, Noi Moderati 10 e 6, e renziani 10 e 6. Gli 11 deputati e i 4 senatori di Azione vanno conteggiati nel fronte contro, che vede il Pd con 67 deputati e i 37 senatori, il M5Stelle con i suoi 52 deputati e 28 senatori, oltre a Avs e Azione. Per Misto e Autonomie si vedrà.

La Cgil parla di “sovvertimento” della Carta costituzionale. L’Anpi, l’associzione dei partigiani, avverte della “pericolosità” delle proposte sia dell’elezione diretta del premier che dell’autonomia differenziata. Afferma: “Così si scardina l’assetto istituzionale previsto dalla Costituzione antifascista costruito su un equilibrio di poteri in grado di scongiurare il ritorno a un governo autoritario”.

Che il governo e la maggioranza mettano nel conto il referendum appare scontato, visto il muro contro muro sulla proposta tra maggioranza e opposizione. Tanto che, per evitare una chiamata al referendum a fine legislatura, la destra punta a velocizzare il percorso con un primo via libera di entrambe le Camere prima delle elezioni europee. Una volta che ci sarà il via libera all’elezione diretta del capo del governo in Parlamento, ma senza i due terzi dei voti, allora occorrerà che un quinto dei parlamentari (oppure 500 mila cittadini italiani) si mobilitino per la convocazione del referendum. Da qui partirà la nuova partita che, poiché il referendum confermativo non ha bisogno del quorum, sarà del tutto aperta.

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