Diplomatici scavalcati e servizi tenuti all’oscuro. Nello scherzo telefonico a Meloni le falle della regia di Scurti
di Giuliano FoschiniPrimo punto: cambiare soprannome. Giorgia Meloni, nella sua fortunata autobiografia “Io sono Giorgia”, parla così di Patrizia Scurti, la capa della sua segreteria particolare: “Non c’è nulla della mia vita che non passi da lei. Ormai mi piace pensare che mi consideri come sua figlia: è il mio rifugio, la mia protezione, la mia tranquillità. È soprannominata Wolf”. Nella storia della finta telefonata nella quale Giorgia Meloni è caduta, un pezzo del problema sembra però essere nato proprio nell’ufficio di Scurti. Che ha commesso il primo, cruciale, errore. Il primo di molti.
La prima mail
Tutto comincia a metà settembre quando arriva sulla casella della segreteria particolare della presidente del Consiglio una mail per conto del presidente della commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki. Viene chiesto un colloquio telefonico alla premier in nome anche di un rapporto già stabilito: Giorgia Meloni aveva già incontrato Faki il 14 aprile nel corso della missione ad Adis Abeba. “Un…
Primo punto: cambiare soprannome. Giorgia Meloni, nella sua fortunata autobiografia “Io sono Giorgia”, parla così di Patrizia Scurti, la capa della sua segreteria particolare: “Non c’è nulla della mia vita che non passi da lei. Ormai mi piace pensare che mi consideri come sua figlia: è il mio rifugio, la mia protezione, la mia tranquillità. È soprannominata Wolf”. Nella storia della finta telefonata nella quale Giorgia Meloni è caduta, un pezzo del problema sembra però essere nato proprio nell’ufficio di Scurti. Che ha commesso il primo, cruciale, errore. Il primo di molti.
La prima mail
Tutto comincia a metà settembre quando arriva sulla casella della segreteria particolare della presidente del Consiglio una mail per conto del presidente della commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki. Viene chiesto un colloquio telefonico alla premier in nome anche di un rapporto già stabilito: Giorgia Meloni aveva già incontrato Faki il 14 aprile nel corso della missione ad Adis Abeba. “Uniti da valori condivisi, crediamo nel consolidamento della nostra collaborazione per promuovere stabilità e sviluppo in Africa”. In quei giorni, inoltre, per la questione migranti, la premier aveva un’agenda fitta di colloqui con primi ministri africani. “Era quindi tutto molto plausibile” fanno notare fonti di governo. Fatto sta che l’ufficio di Scurti, ricevuta la mail, la gira immediatamente ai consiglieri diplomatici. Aggiungendo un passaggio più: chiedono venga dato un riscontro celere, trattandosi di un personaggio particolarmente importante negli equilibri geopolitici africani.
Scherzo telefonico a Meloni da coppia di comici russi. La Premier: "Stanchi di Ucraina"
Mancati controlli
Letta la mail, nell’ufficio diplomatico del consigliere Francesco Talò, viene avviata la pratica. Mercoledì fonti di Chigi giuravano che i controlli previsti dal protocollo fossero stati effettuati – la verifica del numero telefonico e tutti i passaggi per verificare la bontà del contatto – ma in realtà poco o quasi niente viene effettuato. E non soltanto per sciatteria. Arrivando la richiesta, e la sollecitazione, direttamente dalla segreteria della premier erano tutti certi che non ci fosse bisogno di un secondo controllo. Viene così preso un appuntamento. E arriva la telefonata.
Il giallo
La conversazione ha toni informali. E apparentemente non accade nulla di particolare. “La presidente aveva capito subito” che si trattava di uno scherzo, rivela però ieri ai cronisti il sottosegretario e Autorità delegata, Alfredo Mantovano. Ma davvero è andata così? A Repubblica risulta che effettivamente al termine della conversazione la presidente del Consiglio abbia chiesto all’ufficio diplomatico delucidazioni sulla conversazione: l’avevano sorpresa le domande sulla Russia e altre allusioni. Riceve però rassicurazioni e, per lei, il caso è chiuso. Nessuno ritiene infatti di informare i Servizi dei dubbi della premier. Anche perché non esiste una registrazione della telefonata, forse solo un resoconto stenografico. Passano 44 giorni, la mattina dell’1 novembre arriva una telefonata a Chigi: “Era una trappola, la registrazione è on line”.
Salvare Wolf
Meloni è arrabbiatissima. Perché aveva lanciato l’allarme ma non l’avevano seguita. Chiede ai Servizi, che però sono increduli: nessuno aveva ritenuto mai di coinvolgerli. Viene effettuata un’analisi veloce e si rendono conto che la truffa era stata abbastanza artigianale: certo, l’indirizzo mail da cui tutto nasce era clonato, ma siamo poco oltre il “pishing” da carta di credito. Com’è stato possibile? Meloni non può assolutamente scaricare l’ufficio di Patrizia Scurti né tantomeno permettere che su di lei parta un tiro al bersaglio all’interno del governo. Gli alleati sanno che colpirla significa colpire la premier. Ecco perché Palazzo Chigi sceglie una strada mai percorsa: scaricare tutta la colpa con un comunicato ufficiale su una persona, il consigliere diplomatico Talò, e sui suoi collaboratori. In una storia nella quale chiaramente emerge una catena di responsabilità: la sua segreteria, l’ufficio dell’ambasciatore a Chigi, lei stessa che non aveva avvisato i Servizi. L’intelligence ora davanti al Copasir dovrà spiegare anche la natura dell’operazione: se in molti sono convinti che si sia trattato di un vero atto di guerra ibrida – ieri l’ex portavoce di Meloni, Mario Sechi, lo ha detto esplicitamente – non è ancora chiaro se questa storia è finita. “Meloni è stata con noi al telefono 30 minuti, abbiamo fatto dei tag” hanno detto i due russi in una trasmissione su La7. Cosa non sappiamo ancora?