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Consulta, prima fumata nera per l’elezione del nuovo giudice. Meloni promette la poltrona al padre del premierato

Favorito per sostituire l’uscente Sciarra, Francesco Saverio Marini, il costituzionalista di fiducia della premier. La partita per la presidenza
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ROMA - Si vota di nuovo, in Parlamento, dopo nove anni, per eleggere un giudice della Consulta. Ma la fumata, com’era previsto per il quorum dei due terzi previsto pari a 404 voti, è nera, con 429 schede bianche, 28 nulle e 2 voti dispersi. Solo un nome figura su cinque schede, quello del vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, già protagonista nove anni fa di un tentativo per la Corte che finì in un flop.

Chi era già parlamentare nel 2014 e ha vissuto l’incubo delle 21 votazioni che alla fine portarono all’elezione dell’attuale presidente uscente Silvana Sciarra, allora in quota Pd, si augura solo che il percorso che si avvia a Montecitorio non assomigli affatto a quello di quei giorni e non sia altrettanto sofferto. Al punto che perfino Giorgio Napolitano diventò furibondo per gli accordi che saltavano uno dopo l’altro bruciando via via nomi di prestigio come l’ex presidente della Camera Luciano Violante e l’ex avvocato generale dello Stato Francesco Ignazio Caramazza e…

ROMA - Si vota di nuovo, in Parlamento, dopo nove anni, per eleggere un giudice della Consulta. Ma la fumata, com’era previsto per il quorum dei due terzi previsto pari a 404 voti, è nera, con 429 schede bianche, 28 nulle e 2 voti dispersi. Solo un nome figura su cinque schede, quello del vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, già protagonista nove anni fa di un tentativo per la Corte che finì in un flop.

Chi era già parlamentare nel 2014 e ha vissuto l’incubo delle 21 votazioni che alla fine portarono all’elezione dell’attuale presidente uscente Silvana Sciarra, allora in quota Pd, si augura solo che il percorso che si avvia a Montecitorio non assomigli affatto a quello di quei giorni e non sia altrettanto sofferto. Al punto che perfino Giorgio Napolitano diventò furibondo per gli accordi che saltavano uno dopo l’altro bruciando via via nomi di prestigio come l’ex presidente della Camera Luciano Violante e l’ex avvocato generale dello Stato Francesco Ignazio Caramazza e nominò prima del tempo i due giudici che gli spettavano, Daria de Pretis e Nicolò Zanon, che come la Sciarra lasciano la Corte dopo nove anni.

Giusto ieri de Pretis e Zanon sono stati salutati dai colleghi nel corso della loro ultima udienza, e anche dall’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli e dal costituzionalista Massimo Luciani. Mentre tre giudici, Augusto Barbera, Giulio Prosperetti e Francesco Viganò, hanno ricordato le decisioni più rilevanti assunte da Sciarra, de Pretis e Zanon, di fronte a un “pubblico” di ex presidenti, da Giancarlo Coraggio a Giovanni Maria Flick, da Franco Gallo a Giorgio Lattanzi, e ancora Cesare Mirabelli, Mario Rosario Morelli, Cesare Ruperto. Una cerimonia che lascia il segno del passaggio di consegne. A stretto giro, non appena i due nuovi giudici scelti da Mattarella giureranno e entreranno in Corte, sarà eletto il nuovo presidente, e le indiscrezioni danno già per certo il nome del costituzionalista bolognese Augusto Barbera.

Se alla Corte, nel palazzo che guarda al Quirinale, tutto si svolgerà secondo un protocollo che si ripete da anni, in Parlamento invece, per ora, solo una cosa è certa. Al momento non ci sono stati incontri tra maggioranza e opposizione, né sono stati raggiunti accordi politici di alcun tipo sulla Corte, tant’è che, salvo singoli voti frutto di scelte strettamente individuali, perché qualche candidatura di bandiera non si può escludere, dall’aula della Camera oggi uscirà una fumata nera. L’indicazione dei gruppi è quella di votare scheda bianca.

La maggioranza dei due terzi - prevista per tre votazioni prima di passare ai tre quinti - è del tutto irraggiungibile. Ma anche i tre quinti, che consentono di portare a casa un giudice della Consulta, non sono a portata di mano così facilmente. Perché all’attuale maggioranza - come hanno scritto Giuliano Amato e Donatella Stasio nel libro “Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società”, che il 20 novembre sarà presentato a Montecitorio, con un indirizzo di saluto del vice presidente Giorgio Mulè, e gli interventi di Anna Finocchiaro e Gianrico Carofiglio - mancano 11 deputati per toccare quella vetta.

Inevitabili gli accordi, che dovranno coinvolgere Azione e Italia viva che, a loro volta, proporranno dei possibili candidati. Per esempio già adesso il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa descrive “come candidato ideale una figura come quella di Gian Domenico Caiazza”, fino a un mese fa presidente delle Camere penali e deciso sostenitore della separazione delle carriere, che Costa definisce “un garantista, preparato e coraggioso”, anche se aggiunge subito dopo che “dalla maggioranza mi aspetto la solita lottizzazione”.

Tutto questo complica la partita, soprattutto perché in ballo c’è un solo giudice da eleggere. E sarebbe imbarazzante per Meloni dover andare a una trattativa estenuante proprio la prima volta che invia alla Corte un giudice “di sua stretta fiducia”. E mentre voci accreditate della stessa maggioranza danno per scontato che il candidato prescelto potrebbe essere proprio il professore cui si affida la premier per il suo premierato, e cioè Francesco Saverio Marini, figlio d’arte, perché suo padre Annibale, da sempre di fede aennina, non solo è stato a sua volta giudice della Consulta, ma anche suo presidente, prima di passare per quattro anni al Csm. Proprio dalla Corte Marini figlio, che in più interventi ha difeso il premierato sostenendone le ragioni, potrebbe svolgere un ruolo di “vigilanza operativa” per Meloni e il suo governo.

L’ipotesi di aspettare fino alla fine del prossimo anno, quando altri tre giudici a dicembre chiuderanno i loro nove anni, e cioè Augusto Barbera, Franco Modugno e Giulio Prosperetti, tutti di nomina parlamentare, è difficile da reggere. Anche se avrebbe il vantaggio di una trattativa ampia su quattro giudici che coinvolgerebbe anche l’opposizione superando il problema del quorum. Una via che però non solo darebbe una prova di debolezza di Meloni, incapace di eleggere il “suo” giudice costituzionale, ma potrebbe portare al conflitto con il Colle che invece ufficializzerà nel fine settimana il nome che prenderà il posto di Silvana Sciarra nel pieno rispetto dei tempi. Il nome potrebbe essere reso noto dal Quirinale subito dopo il ritorno di Mattarella dal viaggio in Corea previsto per sabato. Giusto il giorno, l’11 novembre, in cui per la presidente Sciarra si chiudono i nove anni alla Consulta. Bocche cucite al Colle sui possibili nomi, anche se è scontato che si tratterà di un uomo e una donna.

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