Migranti in Albania, diktat del governo sul patto: “Non passerà dalle Camere”. Ma per i fondi serve una legge
di Tommaso CiriacoIl ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani
(ansa)ROMA — Il blitz di Giorgia Meloni per il memorandum sull’Albania ha un punto debole. Anzi, due. Perché non sarà facile, per l’esecutivo, eludere il Parlamento e non coprire l’operazione con una legge. Lo dicono le opposizioni, lo si intuisce studiando gli obblighi finanziari e giuridici del patto siglato con Edi Rama. Ma c’è di più: anche la Costituzione albanese lascia pochi margini per evitare la conta nelle Aule di Tirana. Palazzo Chigi, però, non sente ragioni. Vuole fare in fretta, senza Parlamento. Punta tutto sull’apertura dei centri prima delle Europee, in modo da segnare un vantaggio con gli alleati. Non a caso, Andrea Crippa - braccio destro di Matteo Salvini - ha confermato le tensioni tra la presidente del Consiglio e i suoi due vice, tornando ad attaccare Meloni all’HuffPost: «Va bene la via diplomatica, l’accordo con l’Albania è ottimo. Però l’Italia deve fare l’Italia. Salvini da ministro dell’Interno ha fermato l’immigrazione clandestina. Andando a processo. Forse ques…
ROMA — Il blitz di Giorgia Meloni per il memorandum sull’Albania ha un punto debole. Anzi, due. Perché non sarà facile, per l’esecutivo, eludere il Parlamento e non coprire l’operazione con una legge. Lo dicono le opposizioni, lo si intuisce studiando gli obblighi finanziari e giuridici del patto siglato con Edi Rama. Ma c’è di più: anche la Costituzione albanese lascia pochi margini per evitare la conta nelle Aule di Tirana. Palazzo Chigi, però, non sente ragioni. Vuole fare in fretta, senza Parlamento. Punta tutto sull’apertura dei centri prima delle Europee, in modo da segnare un vantaggio con gli alleati. Non a caso, Andrea Crippa - braccio destro di Matteo Salvini - ha confermato le tensioni tra la presidente del Consiglio e i suoi due vice, tornando ad attaccare Meloni all’HuffPost: «Va bene la via diplomatica, l’accordo con l’Albania è ottimo. Però l’Italia deve fare l’Italia. Salvini da ministro dell’Interno ha fermato l’immigrazione clandestina. Andando a processo. Forse questo ha indotto gli altri a essere più prudenti su questi temi».
Che l’esecutivo non intenda far votare il memorandum lo chiarisce il ministro Luca Ciriani. «Non passerà per le Camere - assicura - C’è già un accordo internazionale che regola la materia. Questo è un trattato di collaborazione rafforzata sull’immigrazione che è già previsto dagli accordi sottoscritti dai due Paesi nel 1995 e nel 2017». Si riferisce a un patto di amicizia e collaborazione del 1995 che impegna Italia e Albania a instaurare «una stretta ed incisiva collaborazione per regolare i flussi migratori». E a quello del 3 novembre 2017 per il rafforzamento della cooperazione nel contrasto al terrorismo e alla tratta di esseri umani.
Difficile immaginare, sostengono le opposizioni, che questo rappresenti un ombrello sufficiente per evitare una legge. «È inaccettabile», attacca la segretaria dem Elly Schlein. La prima ragione è di natura economica: tenere in piedi questi centri italiani in Albania richiederà un esborso di denaro. «E dunque – sostiene Debora Serracchiani – è necessaria una cornice giuridica e legislativa, come sempre quando c’è un intervento di natura finanziaria». È un primo dato di fatto, che l’esecutivo pensa di bypassare utilizzando risorse del Viminale destinate al dossier dei migranti. In realtà, il nodo è ancora più intricato: i centri saranno gestiti da personale delle forze dell’ordine o dell’esercito. «Avendo un impatto di spesa - spiega Enzo Amendola - non può bastare un memorandum». Di fatto, è una fattispecie che si avvicina a una missione all’estero: spedizioni, queste, finanziate con un apposito decreto.
Ma non basta. Un’altra nota dolente la rileva Benedetto Della Vedova: «Pretendere di utilizzare gli accordi del 1995 e del 2017 per realizzare un centro come quello di Pozzallo in uno stato estero, con i profili giuridici, economici e di sicurezza implicati, rasenterebbe l’eversione dello stato di diritto». Anche perché andrebbe sciolto un altro dilemma: chi è il giudice naturale che ha competenza sui ricorsi dei migranti? E soprattutto: come si possono stabilire i criteri che rispondono a questa domanda senza un intervento legislativo?
Ma a ben guardare, neanche a Tirana la situazione appare lineare. C’è infatti un passaggio della Costituzione albanese che complica il percorso del patto tra Rama e Meloni. Articolo 121, comma primo della Carta fondamentale di Tirana: «La ratifica e la denuncia degli accordi internazionali si effettuano con legge nei casi che riguardano», tra gli altri, «il territorio, la pace, le alleanze, le materie politiche e militari» e «l’assunzione di obblighi finanziari da parte della Repubblica». È questo il caso? Se sì, occorre una legge. Altrimenti interviene il comma secondo: «L’assemblea parlamentare, con la maggioranza di tutti i componenti, può ratificare anche altri accordi internazionali che non sono previsti nel primo comma». In ogni caso, pesa l’articolo 122: «Un accordo internazionale ratificato con legge prevale su tutte le leggi nazionali incompatibili con esso». Un ombrello obbligato per evitare che un ricorso blocchi l’operatività dei centri.
Di certo, le scorie dello scontro politico nella maggioranza non avvicinano una soluzione. La notizia dell’esclusione dei due vicepremier da parte di Meloni nella partita del patto sui migranti - confermata tra lunedì e martedì da fonti vicine a tutti i ministeri interessati - provoca reazioni. La Lega assicura che non c’è «alcun malumore di Salvini nei confronti della premier», ma non nega che il leader sia rimasto fuori dal processo decisionale.
La Farnesina assicura di aver partecipato ad alcuni incontri e missioni preparatorie in Albania. Mentre la presidente del Consiglio interviene soltanto alle 19 - e soltanto con la formula “fonti” - per smentire l’esclusione dei ministri. Fatto sta che a ora di pranzo Crippa – vice del segretario del Carroccio - ribadisce tutte le critiche alla premier. A conferma che l’ira di Salvini fatica a restare negli argini.