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Una poltrona per tre: nella staffetta Rossi-Sergio spunta il nome di Chiocci per guidare la Rai

(ansa)
Nonostante il patto di maggio, l’attuale ad cerca sponde nella Lega per non cedere il passo al dg. Ma nel duello si inserisce il direttore del Tg1, un altro uomo di Meloni
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A rendere pesante l’aria che si respira in Rai non è solo il crollo degli ascolti, aggravato dal flop dei nuovi format e conduttori sovranisti. Ad imbruttire il clima, condito di dispetti e sospetti, contribuisce la partita sotterranea che si sta giocando al vertice del servizio pubblico.

Una guerra a bassa intensità fra le massime cariche aziendali che rischia di affondare la Tv di Stato, schiacciata da un indebitamento proiettato verso il miliardo e ostaggio della maggioranza di centrodestra, che su posti e potere catodico non ha mai smesso di litigare. In palio, c’è la poltrona più alta di Viale Mazzini. Quella dell’amministratore delegato che scadrà, insieme all’intero Cda, il prossimo giugno.

Metropolis/441 - Rai, Augias: "Caro dg Rossi, mi ha paragonato a Baudo? Un po' di eleganza..."

Dopo aver accompagnato alla porta Carlo Fuortes, nominato dall’esecutivo precedente, a ridosso dell’estate il governo Meloni ha collocato sulla tolda…

A rendere pesante l’aria che si respira in Rai non è solo il crollo degli ascolti, aggravato dal flop dei nuovi format e conduttori sovranisti. Ad imbruttire il clima, condito di dispetti e sospetti, contribuisce la partita sotterranea che si sta giocando al vertice del servizio pubblico.

Una guerra a bassa intensità fra le massime cariche aziendali che rischia di affondare la Tv di Stato, schiacciata da un indebitamento proiettato verso il miliardo e ostaggio della maggioranza di centrodestra, che su posti e potere catodico non ha mai smesso di litigare. In palio, c’è la poltrona più alta di Viale Mazzini. Quella dell’amministratore delegato che scadrà, insieme all’intero Cda, il prossimo giugno.

Metropolis/441 - Rai, Augias: "Caro dg Rossi, mi ha paragonato a Baudo? Un po' di eleganza..."

Dopo aver accompagnato alla porta Carlo Fuortes, nominato dall’esecutivo precedente, a ridosso dell’estate il governo Meloni ha collocato sulla tolda di comando una figura interna, il capo della Radio Roberto Sergio: un democristiano quasi a fine carriera, relazioni trasversali e un solido legame con Giampaolo Rossi, pretoriano della premier in Rai. In realtà era quest’ultimo il predestinato, ma il limite dei due mandati, unito al fatto che Rossi ne aveva già svolto uno in epoca giallo-verde, ha costretto a siglare il cosiddetto “patto della staffetta”: l’uomo di FdI, vera eminenza grigia dell’emittente pubblica, sarebbe diventato direttore generale, in attesa di subentrare a Sergio a metà del 2024, con la prospettiva di governare per un triennio pieno. Il problema è che nel frattempo l’ad in carica ci ha preso gusto. Ha iniziato a intrattenere rapporti sempre più intensi con la Lega, che l’ha preso sotto la sua protezione, e si è messo in testa di restare. Approfittando, appunto, della sponda di Matteo Salvini che su Sergio ha deciso di scommettere per vincere l’eterna contesa con i fratelli di Meloni. A Via Bellerio si sospetta infatti che Rossi abbia stretto un accordo segreto con il M5S per spuntare le armi al Carroccio e renderlo ininfluente nel futuro Cda. Non a caso tutte le richieste di Giuseppe Conte sono state fin qui accolte, proprio su input del direttore generale. Che si starebbe così preparando il terreno per quando guiderà la Rai.

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Uno schema che tuttavia non contempla il malumore crescente di Palazzo Chigi. Dove la presidente del Consiglio, insieme al fido sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, si chiede un giorno sì e l’altro pure se abbia fatto bene a puntare tutte le sue fiches sull’antico militante della sezione missina di Colle Oppio. Non solo il suo consigliori prediletto è diventato Bruno Vespa, che non perde occasione per rimarcare i pericoli (anche per il governo) di una tv pubblica mal gestita, ma ha preso a sentire assiduamente il direttore del Tg1 Gianmarco Chiocci. Il quale è a sua volta in grande freddo con Rossi, a cui imputa la manovra (poi sventata) per silurarlo e piazzare Nicola Raio alla testa del più importante notiziario nazionale. Sarebbe dunque lui, un altro amico personale della premier, il jolly da calare qualora la disfatta degli ascolti dovesse perdurare. Persino a costo di spaccare FdI, che è già divisa in due: la fazione meloniana tifa per trasferire Chiocci al settimo piano di Viale Mazzini; l’altra meno ortodossa, che annovera dirigenti-chiave come Paolo Corsini (capo degli Approfondimenti) e Angelo Mellone (Day time), caldeggia invece la promozione dell’attuale direttore generale.

A fare da spettatore interessato resta Forza Italia. Sergio ha infatti promesso a Gianni Letta che, se riuscirà a conservare il timone, Simona Agnes farà la presidente. Al contrario di Rossi, che non si è espresso. Una soluzione che consentirebbe a Meloni di scongiurare sì la faida tra i suoi, ma dandola vinta a Salvini. Favore che lei non sarebbe disposta a concedere. Sempre che nel mentre la Rai, già piegata dalla fuga di spettatori e pubblicità, riesca a superare la notte. A sopravvivere (anche) alla battaglia sovranista.

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