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Ora Meloni teme il campo largo. Le riforme per sabotare l’intesa

(ansa)

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Dopo la manifestazione di piazza del Popolo la premier preoccupata dalla saldatura tra minoranze: premierato e legge elettorale contro l’intesa
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Pensava sarebbe successo anche prima, è accaduto in un fresco sabato pomeriggio romano in piazza del Popolo. Da mesi, a Palazzo Chigi attendevano la saldatura del centrosinistra dopo la batosta elettorale. Un’alleanza tra Pd, M5s e Sinistra, “benedetto” dalla Cgil. Intuendo questo processo e fiutando alcuni segnali allarmanti, Giorgia Meloni ha deciso di esporsi. Di accelerare su premierato e legge elettorale. Perché c’è un obiettivo politico prioritario della presidente del Consiglio: impedire la nascita di un autentico campo largo, di un’alternativa davvero competitiva al suo esecutivo. Bloccare, per capirci, un’intesa che coinvolga anche il Terzo Polo. La leader — e il suo consigliere Giovanbattista Fazzolari — ritengono che il modo migliore per farlo sia usare il grimaldello delle riforme. Congegnate per sabotare — o almeno, rendere complicatissimo — un patto delle opposizioni.

Manovra magra e imboscate in aula

I segnali, si diceva. Nel Paese qualcosa si sta muovendo, notano …

Pensava sarebbe successo anche prima, è accaduto in un fresco sabato pomeriggio romano in piazza del Popolo. Da mesi, a Palazzo Chigi attendevano la saldatura del centrosinistra dopo la batosta elettorale. Un’alleanza tra Pd, M5s e Sinistra, “benedetto” dalla Cgil. Intuendo questo processo e fiutando alcuni segnali allarmanti, Giorgia Meloni ha deciso di esporsi. Di accelerare su premierato e legge elettorale. Perché c’è un obiettivo politico prioritario della presidente del Consiglio: impedire la nascita di un autentico campo largo, di un’alternativa davvero competitiva al suo esecutivo. Bloccare, per capirci, un’intesa che coinvolga anche il Terzo Polo. La leader — e il suo consigliere Giovanbattista Fazzolari — ritengono che il modo migliore per farlo sia usare il grimaldello delle riforme. Congegnate per sabotare — o almeno, rendere complicatissimo — un patto delle opposizioni.

Manovra magra e imboscate in aula

I segnali, si diceva. Nel Paese qualcosa si sta muovendo, notano a Palazzo Chigi. Tutto ruota attorno alla manovra, magra e di cui la premier preferirebbe parlare il meno possibile. Perché sì, la guerra in Medio Oriente ha apparentemente congelato un conflitto tra Roma e i mercati. Ma di recente è successo anche altro. Al Senato, ad esempio. Le opposizioni iniziano a muoversi in modo davvero coordinato. Qualche giorno fa la maggioranza si è salvata a Palazzo Madama per due voti. Il margine della destra non è così largo, altre “imboscate” in Aula arriveranno. E poi si intravedono sussulti di lotta sindacale: i medici indignati, ma soprattutto i trasporti che si fermeranno il 17 novembre. La Cgil guida la resistenza alle politiche del governo nella manovra, Pd e Movimento sostengono lo sforzo. La linea dura di Matteo Salvini alimenta lo scontro.

L’attivismo della premier

E d’altra parte, l’attivismo di Meloni conferma la voglia di non restare a guardare. Ha ripreso in mano il format “Appunti di Giorgia”, per colpire i predecessori sfruttando addirittura le foto appese sulle pareti di Palazzo Chigi. E si muoverà, in Italia e all’estero: ad Atreju, la festa di partito che si terrà a Roma a metà dicembre, ha invitato il premier britannico Rishi Sunak. Andrà anche a inaugurare una mostra sul Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, sempre nella capitale. E intanto è attesa in alcune missioni all’estero: Zagabria, Berlino, la Cop 28 di Dubai, il Consiglio europeo di Bruxelles.

Riforme per blindare il futuro

Ma è soprattutto osservando le prove di conflitto sociale che Meloni si è convinta della necessità di spostare sul terreno delle riforme — e addirittura su quello di un quesito referendario su cui si voterà non prima di un anno e mezzo — la sua battaglia contro il campo largo. La presidente del Consiglio ha immaginato il premierato proprio per blindare il suo futuro. Identificare un candidato presidente comune per un’eventuale coalizione dalla Sinistra al Terzo Polo, si ritiene ai vertici del melonismo, è assai più complesso che certificare la leadership di Meloni sulla destra. E soprattutto: un sistema bipolare con un candidato premier di coalizione costringe a scelte complesse soprattutto Carlo Calenda e Matteo Renzi (e, specularmente, anche Giuseppe Conte).

Assist elettorale al terzo polo

Ma c’è di più. La legge elettorale è l’altro pilastro dell’operazione che mira a boicottare il campo largo. L’idea allo studio in queste ore è approntare un meccanismo che eviti il doppio turno, che a destra non piace e non conviene. Semmai, Meloni autorizzerà una doppia soglia: con il 40% dei consensi, chi arriva primo otterrebbe il 55% dei seggi. Se nessuno raggiunge il 40%, scatta comunque un incentivo: con il 33% verrebbe attribuito un numero di parlamentari tra il 40 e il 45%. Cosa significa? Da una parte, si costringe ancora di più il Terzo Polo a scegliere, accettando un’alleanza difficile. Dall’altra, lascia aperta la strada anche a una corsa solitaria dei centristi, che conviene a Meloni. Se infatti nessuna coalizione raggiunge il 40%, il premier vincitore — o il “secondo presidente del Consiglio” previsto dalla legge costituzionale — dovrà cercare di allargare la maggioranza in Parlamento. Insomma, Calenda e Renzi — o chi si dovesse posizionare al centro — potrebbero sfruttare un consenso anche limitato per rendersi indispensabili e consentire la nascita di un esecutivo dopo il voto, senza essere costretti ad allearsi con il Pd e il Movimento. Sono gli argomenti che da destra, in queste ore, fanno circolare come sirene. Rivolte innanzitutto a Renzi, ma anche ad Azione. È il sabotaggio del campo largo partita da qualche settimana, ma diventato più urgente dopo piazza del Popolo.

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