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Unire le opposizioni e parlare ai delusi: la road map del Pd per l’alternativa

(fotogramma)
Dopo piazza del Popolo, i dem lavorano sul cantiere dell’alleanza. Taruffi, fedelissimo di Schlein: “La destra non è maggioranza nel Paese”
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«Cercare convergenze con le altre opposizioni per costruire l’alternativa in grado di battere le destre». È il primo postulato dell’era Schlein, pronunciato sabato davanti ai 50mila di piazza del Popolo. Bello, bellissimo, ma c’è un problema: come si fa? Come si passa da una enunciazione teorica a un processo reale di avvicinamento fra partiti spesso in competizione, se non tra loro ostili, per convincerli a fare coalizione? Una questione che al Nazareno si sono posti da tempo. Al punto da tracciare una road map le cui possibilità di successo, anche alla luce dei soliti dispetti, restano però tutte da verificare.

Stampelle e perni

Bastava ascoltare ieri Giuseppe Conte: «Siamo stati alla manifestazione del Pd per confermare il dialogo in corso. Noi non viviamo di invidia, era un bel colpo d’occhio, ma io rappresento una forza autonoma, distinta e non permetterò a nessuno di pensare che il M5S possa fare da stampella o succursale a qualcuno». Parole che hanno infastidito Lorenzo Guerini…

«Cercare convergenze con le altre opposizioni per costruire l’alternativa in grado di battere le destre». È il primo postulato dell’era Schlein, pronunciato sabato davanti ai 50mila di piazza del Popolo. Bello, bellissimo, ma c’è un problema: come si fa? Come si passa da una enunciazione teorica a un processo reale di avvicinamento fra partiti spesso in competizione, se non tra loro ostili, per convincerli a fare coalizione? Una questione che al Nazareno si sono posti da tempo. Al punto da tracciare una road map le cui possibilità di successo, anche alla luce dei soliti dispetti, restano però tutte da verificare.

Stampelle e perni

Bastava ascoltare ieri Giuseppe Conte: «Siamo stati alla manifestazione del Pd per confermare il dialogo in corso. Noi non viviamo di invidia, era un bel colpo d’occhio, ma io rappresento una forza autonoma, distinta e non permetterò a nessuno di pensare che il M5S possa fare da stampella o succursale a qualcuno». Parole che hanno infastidito Lorenzo Guerini, capo dei riformisti dem: «Il Pd è consapevole di non essere autosufficiente, ma pure del suo ruolo di perno dell’alternativa», attacca. «Lavoriamo a un’alleanza larga con le forze presenti in piazza, ma che guardi anche a quelle che non c’erano». Ai moderati di Calenda e dintorni, è il sottotesto, senza veti: «Serve collaborazione e non competizione per rubarci l’1%», il monito dell’ex ministro ai grillini.

“Coalizzati avremmo vinto”

Certo, le difficoltà della maggioranza su manovra, caro-vita, pensioni possono aiutare. Tuttavia da sole non bastano per ricomporre le fratture del centrosinistra. Lo sa bene Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd, che per Schlein rappresenta ciò che Giovanbattista Fazzolari è per Giorgia Meloni: un emiliano pragmatico, di cui la leader dem si fida totalmente e al quale ha affidato il delicato cantiere dell’alternativa. È lui ad avere in mano il dossier. Ed è quindi a lui che chiediamo: come si fa a realizzare l’unità delle opposizioni invocata a gran voce dai militanti? «Per prima cosa mettendo davanti a tutto l’interesse generale», replica Taruffi. «La destra sta distruggendo l’Italia e se non vogliamo che prosegua a lungo abbiamo l’inderogabile necessità di stare insieme». Sono i numeri a venire in soccorso del suo ragionamento. «Alle ultime Politiche, se ci fossimo coalizzati, avremmo vinto noi: i partiti dell’area progressista hanno preso 13 milioni di voti, il centrodestra 12, solo che noi correvamo separati e loro no», spiega. «È vero che in politica la somma non fa il totale, ma lo storico delle elezioni ci racconta che lo schieramento avversario viaggia sempre attorno alla stessa cifra: il consenso non si allarga, si sposta internamente. Nel 2018 Lega e FI erano andati meglio, l’anno scorso è toccato a FdI. Significa che non è vero che la destra è maggioranza nel Paese: quelli che non li hanno votati sono più di chi li ha scelti». Per il Nazareno è il dato «incontrovertibile» da cui partire.

Recuperare gli astenuti

L’altro elemento fondamentale riguarda l’astensionismo. «Recuperare il 30-40% di chi diserta le urne potrebbe cambiare il risultato», spiega il dirigente dem. «Tutte le analisi, anche sulle amministrative, ci dicono che la gran parte ha un reddito inferiore ai 20mila euro: sono i più fragili, quelli con più problemi economici e sociali, convinti che la politica non sia in grado di dare risposte ai loro bisogni». Ed è qui che interviene il terzo pilastro del cantiere: le proposte da avanzare con le altre opposizioni, e il contributo essenziale delle parti sociali — Cgil in testa —, su temi concreti quali salari e fisco. Utili a individuare un terreno comune su cui ritrovarsi e proiettare all’esterno quell’unione di intenti che è il presupposto di ogni alternativa di governo credibile. «Non a caso stiamo insistendo su salario minimo, sanità e istruzione pubblica, ripristino di Opzione donna: ormai sono più le cose che condividiamo da quelle che ci dividono» conclude Taruffi. D’altronde «la piazza è stata chiara: ha chiesto a tutti unità».

Primo test le amministrative

Il primo test per il campo dell’alternativa saranno le amministrative di primavera: «Il fatto che in Abruzzo e Sardegna si sia arrivati a candidati comuni, le vittorie a Foggia e in altre città, dimostrano che se vogliamo sappiamo fare sintesi», conclude il fedelissimo della segretaria. Al Nazareno sembrano aver pochi dubbi: «Ci sono tutte le condizioni per costruire insieme una prospettiva diversa per l’Italia». Citofonare Conte. E magari pure Calenda.

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