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La riforma cambia nome: parola chiave “popolare” in vista del referendum

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Ritocchi voluti dalla premier già proiettata verso il voto dei cittadini. Il testo non è ancora arrivato al Colle
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ROMA — Undici giorni di attesa. Il Quirinale aspetta ancora il disegno di legge sul premierato che il consiglio dei ministri ha approvato venerdì tre novembre con un risultato enfatizzato dalla premier Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa dopo la seduta: «Questa riforma - aveva detto - è una priorità». Il lungo periodo trascorso, malgrado il via libera ufficiale di Palazzo Chigi, ha assunto ieri i contorni del giallo. Specie quando, durante la giornata, si è diffusa la voce della “bollinatura”, quindi dell’avallo tecnico da parte del ministero dell’Economia (necessario anche se non si tratta di un atto di spesa) e dunque dell’imminente approdo al Colle. Notizia che è stata poi smentita.

Il testo, in realtà, dopo il varo in cdm, è stato oggetto di p…

ROMA — Undici giorni di attesa. Il Quirinale aspetta ancora il disegno di legge sul premierato che il consiglio dei ministri ha approvato venerdì tre novembre con un risultato enfatizzato dalla premier Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa dopo la seduta: «Questa riforma - aveva detto - è una priorità». Il lungo periodo trascorso, malgrado il via libera ufficiale di Palazzo Chigi, ha assunto ieri i contorni del giallo. Specie quando, durante la giornata, si è diffusa la voce della “bollinatura”, quindi dell’avallo tecnico da parte del ministero dell’Economia (necessario anche se non si tratta di un atto di spesa) e dunque dell’imminente approdo al Colle. Notizia che è stata poi smentita.

Il testo, in realtà, dopo il varo in cdm, è stato oggetto di piccole ma significative modifiche. Che già danno il senso di come il governo si prepari al referendum, poco fiducioso nel confronto con l’opposizione in Parlamento: nel titolo del progetto di riforma, infatti, sarà mantenuta la dizione «introduzione dell’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei ministri» ma sarà rivista, se non cancellata, la seconda parte, in cui l’argomento si estende alla «razionalizzazione del rapporto di fiducia». Serve un formula più snella, come anticipato dei giorni scorsi da Repubblica. Una scelta dettata dall’esigenza del governo di rendere intellegibile il quesito referendario, proprio nella previsione di dover consultare i cittadini. Meloni vuole rendere di plastica comprensione il fatto che il prossimo presidente del Consiglio sarà scelto dal popolo. E fa un ulteriore giro di vite alla norma anti-ribaltone: in caso di caduta del premier eletto, il capo dello Stato potrà dare l’incarico a un esponente politico che non solo sia stato candidato ma anche “eletto” nella coalizione vincente. Un modo per riaffermare che a Palazzo Chigi, se questa norma passerà, potrà andare solo un parlamentare.

Resta da capire quando, dopo la “bollinatura”, la riforma sarà trasmessa al Quirinale. In ogni caso, c’è già un ritardo sull’invio del testo in Senato. Meloni dovrebbe avere un primo confronto sulle riforme con i parlamentari in occasione del question-time invocato dall’opposizione il 23 novembre. L’obiettivo del governo quello di arrivare almeno a una prima lettura della riforma costituzionale prima delle elezioni europee. Nel frattempo dovrà essere messa in cantiere la nuova legge elettorale che contenga un premio di maggioranza del 55 per cento e cancelli il Rosatellum, contro il quale +Europa sta avviando una battaglia legale per farla dichiarare illegittima attraverso un ricorso alla Corte Europea dei diritti umani. Di certo, un clima di confronto fra Meloni e le opposizioni non si è mai aperto, nonostante l’auspicio della Cei: «Per un’efficace riforma che tocca meccanismi delicati del funzionamento della democrazia - dice il cardinale Matteo Zuppi - è indispensabile creare un clima costituente, capace di coinvolgere quanto più possibile le varie componenti non solo politiche». Ma la premier - forte anche del consenso popolare attribuitole dai sondaggi - guarda già al referendum: «Inevitabile» anche per il Guardasigilli Carlo Nordio che ammette che il premierato farà slittare in avanti l’approvazione di un’altra riforma, quella sulla separazione delle carriere dei magistrati.

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