Giorgia Meloni contro Elly Schlein: le duellanti che polarizzano la sfida per le Europee
dal nostro inviato a Zagabria Tommaso Ciriaco e di Lorenzo De Cicco (Roma)Che sarebbe diventato un pas de deux lo sapevano entrambe, dall’inizio. Cioè dal 27 febbraio, quando Elly Schlein, semi-sconosciuta al grande pubblico extra-ditta, è sbucata sulla pista dei leader e molti, è cosa nota, non l’avevano vista arrivare. Del resto l’antagonismo con Giorgia Meloni era perfetto, perfino al di là dei ruoli politici, antropologia pura: Garbatella vs Lugano, Colle Oppio contro UniBo, complessi irlandesi e Diodato, Dio-Patria-Famiglia contro diritti Lgbt.
Eppure per i primi mesi, a Palazzo Chigi come al Nazareno, vigeva lo stesso precetto: non personalizzare. Evitare il frontale: niente duelli. Per ragioni diverse, quasi contrapposte: «Elly, non ti bruciare, che alle Politiche mancano 4 anni», raccomandavano i fedelissimi alla segretaria del Pd. Mentre a Meloni non conveniva legittimare l’avversaria, meglio assecondare la narrazione, non troppo lontana dalla realtà per certi versi, di un’opposizione-caravanserraglio di leader bizzosi.
Poi qualcosa è cambiato. Ade…
Che sarebbe diventato un pas de deux lo sapevano entrambe, dall’inizio. Cioè dal 27 febbraio, quando Elly Schlein, semi-sconosciuta al grande pubblico extra-ditta, è sbucata sulla pista dei leader e molti, è cosa nota, non l’avevano vista arrivare. Del resto l’antagonismo con Giorgia Meloni era perfetto, perfino al di là dei ruoli politici, antropologia pura: Garbatella vs Lugano, Colle Oppio contro UniBo, complessi irlandesi e Diodato, Dio-Patria-Famiglia contro diritti Lgbt.
Eppure per i primi mesi, a Palazzo Chigi come al Nazareno, vigeva lo stesso precetto: non personalizzare. Evitare il frontale: niente duelli. Per ragioni diverse, quasi contrapposte: «Elly, non ti bruciare, che alle Politiche mancano 4 anni», raccomandavano i fedelissimi alla segretaria del Pd. Mentre a Meloni non conveniva legittimare l’avversaria, meglio assecondare la narrazione, non troppo lontana dalla realtà per certi versi, di un’opposizione-caravanserraglio di leader bizzosi.
Poi qualcosa è cambiato. Adesso personalizzare conviene a entrambe. Parola d’ordine: polarizzare. Ma ognuna delle sfidanti vuole guidare, imporre lo schema del confronto all’altra. Meloni contro Schlein è un duello rusticano in cui le schermidore, per ora, non si accordano sulla spada: una va di fioretto, l’altra si presenta con la sciabola. Una, Meloni, punta tutto sui telegiornali, che in buona parte controlla, e feste di partito (soprattutto la sua, Atreju). L’altra, Schlein, investe sul format vecchio stile: piazze & parlamento.
Anche perché, sebbene la leader Pd non citi mai il predecessore, è chiaro che non voglia restare imprigionata nel modello Letta, lo schema “Sandra e Raimondo” che di convegno in convegno ha contribuito a sfilare Meloni dal covone post-missino. E così finisce che non s’incrociano. Si pungono, ma a distanza. Aspettando le Europee, dove potrebbero correre entrambe, per macinare preferenze e trainare le rispettive liste. Ma anche qui: Meloni terrà il nome nel simbolo, sotto la fiamma mai sconfessata. Mentre Schlein non metterà il cognome nel logo, perché «il Pd non sarà mai un partito personale», anche se più d’uno nella sua cerchia sta provando a farle cambiare idea. Ma sono gli stessi che le consigliano di farsi una corrente nel partito, mentre lei continua a cassare l’operazione.
La prima a polarizzare è stata Meloni. Il segnale più evidente di questa svolta si registra il 23 agosto. Meloni è rinchiusa da giorni nella masseria “Beneficio”, in Puglia. Su Facebook Schlein contesta il governo per le politiche migratorie. La premier, silente da giorni, contrattacca scrivendo sotto la bacheca social della segretaria, come fosse ancora la “draghetta” di Undernet. Scelta inedita. Frutto, si capirà poi, di una precisa tattica: sfruttare la responsabilità di governo per mostrarsi diversa, più credibile e affidabile della giovane segretaria dei democratici.
Ecco perché prova a “marcarla” su terreni controllati, lontani dalla piazza. L’invito ad Atreju era parte del disegno. La presidente del Consiglio non si aspettava un rifiuto. O meglio: lo considerava talmente sconveniente da immaginarlo improbabile. E invece, la leader dem si è scansata, temendo la photo opp con Meloni e una fiamma gigante dietro. Ma sempre perché è lo “schema Letta” quello dai cui rifugge, Schlein la premier non l’aveva nemmeno invitata alla Festa dell’Unità, chiudendo perfino ai peones della destra.
Schlein preferisce attaccare, ma senza il “contatto”. Nelle ultime settimane, col suo portavoce, ha moltiplicato le interviste su giornali e tv. Nei primi mesi le lesinava – a Bruno Vespa l’ha concessa dopo 7 mesi – ora ne macina quasi 3 a settimana, manca il Corriere del Ticino (che ha intervistato il padre). Il cambio di strategia è servito prima a lanciare la manifestazione dell’11 novembre e ora sarà utile a spiegare la contromanovra del Pd, messa a punto ieri in segreteria, perché, è convinta Schlein, su questa legge di bilancio Meloni si gioca la luna di miele col Paese. E Schlein prova a incunearsi in questa crepa, battendo sui suoi tasti: salario minimo, sanità, scuola. Provando a cementare anche una coalizione attorno a sé.
È anche questione di sondaggi, naturalmente. Secondo l’ultima rilevazione commissionata dal Nazareno a Winpoll, l’unico istituto che azzeccò il risultato delle primarie, il Pd è balzato al 21%, dopo 6 mesi d’impasse. Quanto a Meloni, altre rilevazioni riservate continuano a consegnarle un dato: se la partita tra “Giorgia” ed “Elly” si gioca su un terreno istituzionale e tradizionale, la prima è destinata a prevalere. Se collassa Schlein, crolla il Pd. E se crolla il Pd, nessun campo largo è possibile, garantendo alla destra una lunga navigazione.
C’è poi il fattore interno, gli equilibri nei rispettivi campi di gioco, che salda la convenienza del duello. Per Meloni personalizzare lo scontro con la rivale è un modo per arginare Salvini, che per cercare spazio vitale attacca Maurizio Landini. Mentre per Schlein lo scontro con Meloni è utile a marginalizzare Giuseppe Conte, che ha capito il giochino e difatti cerca di infilarsi in un contro-duello con la premier ogni volta che può, dagli interventi alla Camera a TikTok. Strategie parallele, ma sono due rette che, per ora, non si incrociano mai.