Alemanno l’indecifrabile presenta il suo partito anti-Meloni: “FdI mi fa rimpiangere la Dc di Fanfani e di Moro”
di Concetto VecchioROMA – Se ne arriva per primo nella sala stampa della Camera, piccolo, scattante, il capello corto come un marine, jeans e giacca Colmar, e subito ordina alla collaboratrice di distribuire il suo comunicato. Gianni Alemanno, 65 anni, fa il suo partito. Ragione sociale: rompere le scatole a Giorgia Meloni. Vi riuscirà?
Difficile decifrarlo. Persino per i vecchi camerati rimane un mistero. Infatti fissa nel vuoto davanti a sé, e si avverte in lui qualcosa di oscuro, di machiavellico. È filo Putin, pro Palestina, anti capitalista, anti Mes, “anti sistema”, precisa. E’ stato sindaco di Roma, ma con un passato ingombrante, troppi amici di una stagione lontana a cui doveva qualcosa. Ora spero di raccogliere, alle Europee, il presunto malcontento che c’è per la destra che si è fatta governo. “Fratelli d’Italia – tuona – è un partito conservatore, liberista, ultra atlantista. Mi fa rimpiangere la Dc di Fanfani e di Moro”.
Sabato rivelerà il nome e il simbolo della sua creatura all’Hotel Midas…
ROMA – Se ne arriva per primo nella sala stampa della Camera, piccolo, scattante, il capello corto come un marine, jeans e giacca Colmar, e subito ordina alla collaboratrice di distribuire il suo comunicato. Gianni Alemanno, 65 anni, fa il suo partito. Ragione sociale: rompere le scatole a Giorgia Meloni. Vi riuscirà?
Difficile decifrarlo. Persino per i vecchi camerati rimane un mistero. Infatti fissa nel vuoto davanti a sé, e si avverte in lui qualcosa di oscuro, di machiavellico. È filo Putin, pro Palestina, anti capitalista, anti Mes, “anti sistema”, precisa. E’ stato sindaco di Roma, ma con un passato ingombrante, troppi amici di una stagione lontana a cui doveva qualcosa. Ora spero di raccogliere, alle Europee, il presunto malcontento che c’è per la destra che si è fatta governo. “Fratelli d’Italia – tuona – è un partito conservatore, liberista, ultra atlantista. Mi fa rimpiangere la Dc di Fanfani e di Moro”.
Sabato rivelerà il nome e il simbolo della sua creatura all’Hotel Midas. Ovvero nello stesso albergo che vide la sorgere la stella di Bettino Craxi, e dove lo stesso Alemanno, nel 1988, venne eletto segretario del Fronte della Gioventù. E da quel momento i giovani missini cominciarono a girare con la kefiah, e quando Bush padre giunse ad Anzio contestarono l’America, presero botte dai poliziotti, Alemanno e Fabio Rampelli finirono in galera.
Il simbolo del nuovo soggetto lo ha disegnato Massimo Arlechino, il padre dell’effigie di Alleanza nazionale. “Siamo qui per raccogliere lo scontento”, ammette Arlechino, “per fermare la guerra in Ucraina siamo andati persino dal Papa, ma non è servito. E così proviamo a farci movimento politico”. Arriveranno 427 delegati da tutta Italia. Non si capisce se Marco Rizzo, il comunista più vanitoso al mondo, sarà della partita. Di certo parteciperà alla tavola rotonda, domenica mattina. “Nessuno ha parlato di partito rossobruno!”, salta su Arlechino. E poi gli parte la frizione della retorica, perché lo definisce “un incontro storico”. Alemanno e Rizzo come Bush e Gorbaciov. “Cosa c’è di più virtuoso di due uomini che vengono da fronti nemici e che si confrontano? Magari facessero un partito insieme”, alza la voce. Di sicuro ci sarà Fabio Granata, ex finiano, un altro eretico di destra (è stato assessore in giunte di sinistra), che fu il vice di Alemanno ai tempi del Fronte della Gioventù. Tutto, nella vecchiaia, si tiene.
“Le elezioni saranno anticipate, la legislatura morirà prima del suo tempo”, scruta l’orizzonte Alemanno, facendo melina sulla partecipazione alle Europee (“non abbiamo ancora deciso”). La scorsa primavera lo si poteva incontrare alle lezioni pubbliche di Alessandro Orsini, il sociologo che infiammava i talk con i suoi angosciati interventi in nome di Mosca. “Poi hanno scritto che avrei fatto una cosa con Pillon, poi con Vannacci, ora con Rizzo”, fa finta di indignarsi “contro il teatrino della politica”, ma si capisce che gli piace.
È una destra profonda, che evoca paure ancestrali. “Non è vero che siamo di destra estrema, siamo fuori dagli schemi, in Argentina ero contro Milei, troppo liberista, e in Israele critichiamo Netanyahu: quello che sta facendo non può essere condiviso”.
Come compagno di viaggio c’è un altro fuoriuscito di An, il napoletano Marcello Tagliatela, che punta sulla questione sociale: “Il governo deve fare i conti col clamoroso fallimento del carrello tricolore. C’è una forte componente popolare che viene trascurata”. Giorgia Meloni si è imborghesita e ora arrivano i nostri.
Ci sono anche un militare vittima dell’uranio impoverito, Roberto De Luca, e una vedova, Maria Fiorino, e alcuni avvocati che criticano la condotta dal Ministero della Difesa (“intollerabile la sua condotta”, sottolinea Alemanno), che nega i risarcimenti ai malati e alle famiglie dei 400 morti. “Nel 2011 – racconta De Luca – mia moglie ricevette una raccomandata del ministero con cui si annunciava la mia morte. Per fortuna sono ancora qui. A gennaio ho visto il ministro Crosetto, aveva promesso aiuto, invece stiamo ancora aspettando”. Alemanno annuisce. Un’altra spina nel fianco. Si percepisce che è partita la corsa a chi è più sovranista nella destra italiana. Poi il nostro si alza di scatto, si rimette la giacca, sembra insofferente. Ci sarà qualcuno degli altri partiti, al Midas, gli chiedono? Qualcuno del governo? “Finora solo Cateno De Luca ha dato la sua disponibilità”, ammette. “Né di destra, né di sinistra», delinea il perimetro ideologico al momento del congedo. E quindi di destra.