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A scuola un’ora con psicologi e influencer per educare alle relazioni: il piano di Valditara contro la violenza sulle donne

Uno dei biglietti lasciati davanti alla casa di Giulia Cecchettin

 (agf)

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In arrivo le linee guida ministeriali: previsti dodici incontri annuali alle superiori con gli studenti a dialogare tra loro sotto la supervisione dei docenti e il contributo di esperti e testimonial
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ROMA - Un’ora di “educazione alle relazioni” nelle scuole superiori, un’ora in più in classe, ma in orario extracurricolare e per tre mesi l’anno. Dodici incontri in tutto, con gli studenti seduti in circolo, divisi in gruppi “di discussione e autoconsapevolezza”, un docente al centro a fare da moderatore, il supporto occasionale di psicologi, avvocati, assistenti sociali, organizzazioni attive nel contrasto alla violenza di genere e il coinvolgimento di testimonial vicini ai giovani: influencer, cantanti, attori.

Ecco la bozza del “piano Valditara”, le linee guida stilate dal ministro all’Istruzione e al Merito per aggiornare quelle già diffuse nel 2015 e portare il contrasto alla violenza di genere, la cultura del rispetto e la consapevolezza sulle conseguenze penali e civili degli abusi dentro le aule.

Non una legge, come vorrebbe Elly Schlein, ma un “progetto sperimentale”. Che Giuseppe Valditara presenterà dopodomani in conferenza stampa con i colleghi Eugenia Roccella e Gen…

ROMA - Un’ora di “educazione alle relazioni” nelle scuole superiori, un’ora in più in classe, ma in orario extracurricolare e per tre mesi l’anno. Dodici incontri in tutto, con gli studenti seduti in circolo, divisi in gruppi “di discussione e autoconsapevolezza”, un docente al centro a fare da moderatore, il supporto occasionale di psicologi, avvocati, assistenti sociali, organizzazioni attive nel contrasto alla violenza di genere e il coinvolgimento di testimonial vicini ai giovani: influencer, cantanti, attori.

Ecco la bozza del “piano Valditara”, le linee guida stilate dal ministro all’Istruzione e al Merito per aggiornare quelle già diffuse nel 2015 e portare il contrasto alla violenza di genere, la cultura del rispetto e la consapevolezza sulle conseguenze penali e civili degli abusi dentro le aule.

Non una legge, come vorrebbe Elly Schlein, ma un “progetto sperimentale”. Che Giuseppe Valditara presenterà dopodomani in conferenza stampa con i colleghi Eugenia Roccella e Gennaro Sangiuliano. Perché, spiega la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, «è già pronta una campagna di sensibilizzazione nelle scuole con i ministri delle Pari Opportunità e della Famiglia, della Cultura e dell’Istruzione, così come la campagna di diffusione del numero verde antiviolenza 1522, anche attraverso il coinvolgimento del mondo dello sport». Un po’ di informazione, dunque, e la scuola a fare da cardine dell’unica novità non securitaria pensata ora dal governo per spezzare la scia di sangue della prevaricazione maschile sulle donne.

Domani si terrà il minuto di silenzio che Valditara chiederà con una circolare a tutte le scuole in ricordo di Giulia Cecchettin, uccisa a 22 anni dal suo ex fidanzato, e di «tutte le donne abusate e vittime di violenza». E tra qualche settimana dovrebbero partire i gruppi di autoriflessione nelle classi.

Il progetto, a cui Valditara ha iniziato a lavorare da agosto affidandone il coordinamento allo psicologo, spin doctor e sondaggista dell’istituto Piepoli Alessandro Amadori, portato al Mim dal ministro, doveva arrivare tra i banchi già a settembre. Ora il femminicidio numero 83 di una studentessa universitaria a un passo dalla laurea e l’attenzione piombata sulla voragine educativa tutta italiana all’affettività e alla sessualità — siamo tra gli unici sei Paesi europei a non aver reso obbligatoria l’educazione sessuale a scuola nonostante le 16 proposte di legge arrivate in Parlamento dal ‘77 a oggi — ha restituito a quel piano un’accelerazione.

Il progetto, che batte molto anche sulla gravità giuridica dei reati legati alla violenza sulle donne e, come prevedibile, non fa alcun cenno alle persone Lgbtq+, non sarà obbligatorio. Saranno le scuole e le classi a decidere se aderirvi. E si fonda su un decalogo di concetti: “un ‘no’ è un ‘no’”, “un vestito non è un invito”, “le parole sono pietre”, “‘innamorata da morire’ è un modo di dire”, “non rinunciare a denunciare” e così via.

Il metodo è quello dei T-group (training group) introdotti nel ‘46 dallo psicologo sociale Kurt Lewin: i partecipanti al gruppo, gli studenti, vengono considerati “esperti di sé stessi” e imparano il resto “dalle dinamiche di relazione” che si creano durante la discussione. Invece i docenti, che saranno formati secondo un programma articolato in schede che il Mim metterà a punto con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, faranno da moderatori sull’esempio dei Gruppi Balint (dal nome dello psicanalista Michael Balint), dedicati in origine ai medici. Alla fine del ciclo di incontri alunni e prof dovranno scrivere una relazione da inviare al Mim. Nelle scuole inferiori, invece, si farà cenno alla cura delle relazioni nelle ore di educazione civica.

«La scuola — dice Valditara — deve educare a sentire l’altro, all’empatia, alla cultura del rispetto, superando il pregiudizio, la cultura maschilista, la discriminazione, la prepotenza. Questo e altro sta alla base del mio progetto “Educare alle relazioni”». Progetto che in questi mesi è arrivato in bozza sul tavolo delle associazioni di studenti, genitori, sindacati, docenti, psicoterapeuti e pedagogisti. La critica più diffusa, condivisa ad esempio dall’Ordine degli psicologi, dai presidi di Dirigentiscuola e dalla Rete degli studenti medi, è che in classe sarebbe stato meglio avere solo o sempre uno psicologo o uno psicopedagogista per prendere in carico gli stati emotivi di allievi e insegnanti e per lasciare i ragazzi più liberi e sicuri a parlare di sessualità.

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