✕

Cara Meloni, siamo tutte espressione della cultura patriarcale. E dovremmo essere amiche

Ascolta l'audio

Non capisco perché la premier non guardi a Lilli Gruber con amicizia. Essere maschi o femmine non vale poi tanto, forse non vale niente, quando ci sono battaglie importanti da combattere
2 minuti di lettura

Giorgia Meloni ha ragione a dire che non si strumentalizzano le tragedie. L’ultima strumentalizzazione di tragedia che mi viene in mente è tuttavia quella di Indi Gregory, la bambina inglese affetta da una rarissima patologia che ha ricevuto la cittadinanza italiana ed è stata accolta all’Ospedale Bambin Gesù. Fotografie con volti pixelati, dichiarazioni pro vita e famiglia. Tentativo della scienza medica di portare, giustamente, avanti la conoscenza del corpo. Giorgia Meloni ha ragione, non si strumentalizzano le tragedie. Lilli Gruber, giornalista, ha detto che Giorgia Meloni è “espressione della cultura patriarcale”, ed è vero. Io sono espressione della cultura patriarcale, Lilli Gruber è espressione della cultura patriarcale. Lo siamo. Assumere di esserlo significa tentare di correggere una cultura che, come va dicendo da giorni Elena Cecchettin, deve essere cambiata. E deve essere cambiata perché Giulia Cecchettin è morta accoltellata, dissanguata in un portabagagli di una macchi…

Giorgia Meloni ha ragione a dire che non si strumentalizzano le tragedie. L’ultima strumentalizzazione di tragedia che mi viene in mente è tuttavia quella di Indi Gregory, la bambina inglese affetta da una rarissima patologia che ha ricevuto la cittadinanza italiana ed è stata accolta all’Ospedale Bambin Gesù. Fotografie con volti pixelati, dichiarazioni pro vita e famiglia. Tentativo della scienza medica di portare, giustamente, avanti la conoscenza del corpo. Giorgia Meloni ha ragione, non si strumentalizzano le tragedie. Lilli Gruber, giornalista, ha detto che Giorgia Meloni è “espressione della cultura patriarcale”, ed è vero. Io sono espressione della cultura patriarcale, Lilli Gruber è espressione della cultura patriarcale. Lo siamo. Assumere di esserlo significa tentare di correggere una cultura che, come va dicendo da giorni Elena Cecchettin, deve essere cambiata. E deve essere cambiata perché Giulia Cecchettin è morta accoltellata, dissanguata in un portabagagli di una macchina guidata dall’ex fidanzato, accusato di sequestro e di omicidio.

Lilli Gruber giornalista non può non ricordarsi, come tutte noi, la difesa di Ignazio La Russa, del figlio accusato di aver offerto droga e abusato di una ragazza. Lilli Gruber non può non ricordarsi del post di Giorgia Meloni, premier, che liquida Andrea Giambruno, suo compagno, in seguito a un video dove Giambruno utilizza toni e gesti non consoni a uno studio televisivo. Lilli Gruber non può non pensare “espressione di cultura patriarcale” e non può non preoccuparsi che al contrario di noi tutte, Giorgia Meloni è il primo ministro di questo paese dove nel 2023 è stata ammazzata una donna ogni tre giorni.

Giulia Cecchettin, Lilli Gruber e l'accusa a Meloni: "Si fa chiamare Presidente, un retaggio patriarcale?"

Non amo la parola patriarcato, non amo l’espressione cultura patriarcale, non amo in generale le parole generali astratte, ma le preferisco ancora alle difese di ufficio, alle risposte di corporazione, alle ideologie di ogni colore. Non amo la distinzione di genere e non ci sono abituata perché ho studiato matematica per tanti anni e mi sono più affini le categorie, le funzioni, le relazioni tra le cose più che le cose stesse. Sono certa che l’identità stia tra le cose e non nelle cose se di identità vogliamo parlare.

Come ha scritto Milan Kundera – e io credo a Kundera – l’amicizia è l’unica cosa che scardina l’ideologia. E allora non capisco perché una donna della mia generazione, una donna che sa nella sua pelle, come io nella mia, che i coltelli esistono e vengono alzati, che nemmeno gli uomini che vorrebbero ravvedersi ci riescono, non capisco perché Giorgia Meloni non guardi a Lilli Gruber con amicizia. Essere maschi o femmine non vale poi tanto, forse non vale niente, quando ci sono battaglie importanti da combattere. Così, penso che dobbiamo metterci in fila, con amicizia cioè senza ideaologia, dietro Elena Cecchettin per ascoltare con attenzione ciò che sta dicendo, proprio perché come dice Meloni non si strumentalizzano le tragedie.

Elena Cecchettin sta parlando di amicizia, sta dicendo che la distrazione verso gli altri è latrice di sofferenza e dolore.

In risposta all’osservazione di Gruber sulla cultura patriarcale, Meloni risponde con una fotografia. È una fotografia affettuosa, familiare. Un gruppo di donne di diverse generazioni, io pure ne ho, anche se non ho figli e i miei nipoti sono maschi. Generazioni di donne, madri, zie, balie, amiche delle madri o delle zie, vicine di casa, una teoria di donne strette insieme a festeggiare la vita, nonostante tutto. Una teoria di donne che possono essere viste come una roccaforte. Per cosa si stringono insieme queste donne? Per amore, o per paura? Amore di chi e paura per cosa? Quella fotografia di un momento di allegria, come pure io ne ho tante, ripeto, come tutte ne abbiamo, può anche essere interpretata come un monolitico siamo insieme. Dove sono gli uomini in questa fotografia?, soprattutto nella fotografia di una donna la cui parte politica sostiene un solo tipo di famiglia. Una famiglia formata da un uomo e una donna. Quale patriarcato nega questa foto e quale patriarcato conferma? Io però non strumentalizzo le tragedie, o almeno provo a non farlo, e dunque chiedo a Giorgia Meloni di fare ciò che lei può, perché espressione ultima, e prima, di un voto popolare, io le chiedo di guardare con amicizia queste ragazze, e guardare prima di tutto a sé stessa con amicizia, e portarci fuori da questo stillicidio che non ha classe, geografia o anagrafe, ha solo genere. E il genere è il suo, le donne.

Leggi i commenti