Lollobrigida, ultima fermata Caivano
di Carmelo LopapaCaivano (Napoli), 21 novembre: il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida
(ansa)Chiamatela pure stazione Lollobrigida. Tutti, del resto, d’ora in poi si ricorderanno di lui e di Ciampino per quanto avvenuto martedì 21 novembre 2023. La storia della fermata straordinaria alla quale è stato costretto il personale del Frecciarossa 9519 diretto a Napoli, al sussurro di “lei non sa di chi sono cognato io”, è destinata a restare negli annali. Quelli della politica piegata al favoritismo, del potere declinato al sopruso, dell’appartenenza coniugata al familismo.
Perché alla fine tutto casca e ricasca sempre lì. Sulla famiglia (allargata) Meloni. Matriarcale e non patriarcale, come rivendica la presidente del Consiglio, ad ogni modo fonte di guai, imbarazzi e pensieri di troppo.
È vero, il potente — secondo alcuni plenipotenziario — ministro all’Agricoltura, marito di Arianna, sorella della leader (l’altra donna che ha in mano il partito), l’erede forse più goffo dei nostalgici per i quali “un tempo i treni viaggiavano in orario”, in fondo non ne azzecca una.
Gaffeu…
Chiamatela pure stazione Lollobrigida. Tutti, del resto, d’ora in poi si ricorderanno di lui e di Ciampino per quanto avvenuto martedì 21 novembre 2023. La storia della fermata straordinaria alla quale è stato costretto il personale del Frecciarossa 9519 diretto a Napoli, al sussurro di “lei non sa di chi sono cognato io”, è destinata a restare negli annali. Quelli della politica piegata al favoritismo, del potere declinato al sopruso, dell’appartenenza coniugata al familismo.
Perché alla fine tutto casca e ricasca sempre lì. Sulla famiglia (allargata) Meloni. Matriarcale e non patriarcale, come rivendica la presidente del Consiglio, ad ogni modo fonte di guai, imbarazzi e pensieri di troppo.
È vero, il potente — secondo alcuni plenipotenziario — ministro all’Agricoltura, marito di Arianna, sorella della leader (l’altra donna che ha in mano il partito), l’erede forse più goffo dei nostalgici per i quali “un tempo i treni viaggiavano in orario”, in fondo non ne azzecca una.
Gaffeur incontrastato dell’esecutivo e di FdI, il “cognato d’Italia”. Dai «poveri che qui da noi mangiano meglio dei ricchi» al «non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica». Una vita (politica) sulla scia delle sorelle Meloni, accondiscendente e remissivo dentro le mura domestiche e forse un tantino disinvolto fuori casa.
Per sostenere la tesi che non avrebbe approfittato del suo ruolo, ha obiettato che di quella fermata straordinaria avrebbero potuto approfittare anche altri. Per dire, il personaggio.
Ma quanto avvenuto su quel treno ad Alta Velocità è tanto grave quanto sintomatico. Non solo dell’attitudine al rispetto delle regole da parte di un gruppo dirigente irrimediabilmente pervaso dalla voglia di rivalsa e di riscatto, dopo decenni di astinenza dal potere.
Ma è sintomatico anche di un certo modo leggero, “all’italiana”, di gestire un servizio pubblico. E qui entrano in gioco le società e il management che quel servizio gestiscono.
A chi si è rivolto il ministro per chiedere di poter scendere? Ovviamente al capotreno di turno. Quest’ultimo, per “inventare” la fermata Lollobrigida, pardon Ciampino, ha interpellato i responsabili di area della Rfi che gestisce la rete, con molta probabilità.
E chi si è fatto carico allora della decisione, ai livelli “alti” o intermedi? A quanto risulta, non esiste una norma o un regolamento che consenta una deroga al percorso, una fermata extra. Nemmeno a un ministro. Insomma, quanto è accaduto non doveva e non poteva accadere.
Mentre fioccano le richieste di dimissioni e le accuse di abuso di potere, da destra già insorgono: bisognerebbe lodare Lollobrigida perché usa il treno anziché auto o volo blu per gli appuntamenti istituzionali.
Già, ci mancherebbe pure che per raggiungere Caivano si decolli dal 31° Stormo di Ciampino, destinazione Capodichino, con volo di Stato alla modica cifra di diecimila euro.
A parte il fatto che dall’auto blu l’uomo della Sovranità alimentare si è fatto comunque raggiungere in aeroporto per essere trasportato con tanto di lampeggiante in Campania.
Ma è un altro il punto. E deve essere chiaro fin d’ora. Sarebbe troppo facile cavarsela “sacrificando” sull’altare della politica e dell’opportunità — come potrebbe accadere, anche qui “all’italiana” — l’ultimo anello della catena di comando. Ovvero, il capotreno di turno in quello sfortunato pomeriggio.
In questa storia che fa quasi rimpiangere democristiani e socialisti dei tempi andati, sarà bene che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. A cominciare dal ministro.
In un’altra democrazia occidentale si sarebbe dovuto dimettere. Nella Roma dell’era meloniana, chieda almeno pubblicamente scusa. Chè un comunicato stampa di autoassoluzione non basta.
Al popolo di pendolari e viaggiatori qualunque non resterà nemmeno il conforto dell’illustre precedente. Per loro, su richiesta, un treno in corsa continuerà a non fermarsi mai.