Putin torna al G20, muro dell’Occidente su Kiev ma primi segni di disgelo
di Rosalba Castelletti , Tommaso Ciriaco , inviato da BerlinoSeduto di nuovo tra i Venti Grandi del mondo, seppure virtualmente, per la prima volta da quando ha sferrato la sua offensiva a tutto campo contro Kiev. Era la sua occasione per parlare con i leader di quello che chiama “Occidente collettivo” e Vladimir Putin l’ha sfruttata. Intervenendo all’incontro virtuale del G20 convocato dal primo ministro indiano Narendra Modi, suo partner, il leader del Cremlino ha subito portato il dibattito sull’Ucraina. Notando che alcuni leader nei loro discorsi si erano detti «scioccati dalla continua aggressione» della Russia in Ucraina, ha commentato apparendo quasi accomodante: «Sì, certo, le azioni militari sono sempre una tragedia. E, naturalmente, dovremmo pensare a come fermare questa tragedia». Per poi però aggiungere: «A proposito, la Russia non ha mai rifiutato i colloqui di pace con l’Ucraina. Non è la Russia, bensì l’Ucraina ad avere annunciato pubblicamente il ritiro dal processo negoziale. Inoltre, il suo capo di Stato ha firmato un decreto …
Seduto di nuovo tra i Venti Grandi del mondo, seppure virtualmente, per la prima volta da quando ha sferrato la sua offensiva a tutto campo contro Kiev. Era la sua occasione per parlare con i leader di quello che chiama “Occidente collettivo” e Vladimir Putin l’ha sfruttata. Intervenendo all’incontro virtuale del G20 convocato dal primo ministro indiano Narendra Modi, suo partner, il leader del Cremlino ha subito portato il dibattito sull’Ucraina. Notando che alcuni leader nei loro discorsi si erano detti «scioccati dalla continua aggressione» della Russia in Ucraina, ha commentato apparendo quasi accomodante: «Sì, certo, le azioni militari sono sempre una tragedia. E, naturalmente, dovremmo pensare a come fermare questa tragedia». Per poi però aggiungere: «A proposito, la Russia non ha mai rifiutato i colloqui di pace con l’Ucraina. Non è la Russia, bensì l’Ucraina ad avere annunciato pubblicamente il ritiro dal processo negoziale. Inoltre, il suo capo di Stato ha firmato un decreto che vieta tali negoziati».
Parole non nuove, come ha sottolineato persino il quotidiano ufficiale governativo Rossiskaja Gazeta. Più volte reiterate da Putin già dalla primavera 2022 dopo il deragliamento delle trattative di Istanbul. Una posizione «abbastanza nota», l’aveva del resto definita lo stesso portavoce Dmitrij Peskov anticipando il discorso. A essere nuovo però è stato proprio il ritorno di Putin al tavolo. Mancava il presidente statunitense Joe Biden: il forfait era annunciato e cambiare idea presentandosi al tavolo soltanto per la presenza di Putin avrebbe assunto un eccessivo significato di legittimazione. Assente anche il leader cinese Xi Jinping che già lo scorso settembre non aveva partecipato al G20 in presenza a New Delhi ed era peraltro impegnato ad accogliere a Pechino il presidente della Duma Vjacheslav Volodin. Nessun boicottaggio stavolta. Non una legittimazione, ma certamente un tassello di quel processo sotterraneo per avvicinare le condizioni di una trattativa. Una mossa furba, hanno ragionato Giorgia Meloni e Olaf Scholz in privato. Mirata a sfruttare la stanchezza occidentale e le divisioni emerse a Kiev. Ad aprire crepe nel fronte.
Putin ha persino usato la parola «guerra» — non è la prima volta — per descrivere il conflitto invece dell’eufemismo di Stato, “operazione militare speciale”. «Capisco che questa guerra, e la morte di persone, non possano che scioccare», ha detto prima di scagliarsi contro quello che ha definito «il sanguinoso golpe in Ucraina del 2014» e paragonarsi velatamente a Israele. «Lo sterminio della popolazione civile in Palestina, nella Striscia di Gaza, non è scioccante?». Un parallelismo incongruente, ma destinato a fare breccia tra i leader del Sud del Mondo che accusano l’Occidente di “doppi standard”.
Ma più che le parole del presidente russo vale il fatto in sé: è questa l’analisi che prevale nelle cancellerie occidentali. Da qui bisogna partire per capire le reazioni — alcune molto dure — dei principali leader. E le significative sfumature nel loro posizionamento. I più duri di tutti sono stati proprio Meloni e Scholz. A dire il vero, il tedesco ha scelto toni addirittura più radicali della premier italiana. Il cancelliere ha chiarito durante il summit che Mosca ha un solo modo per dimostrare di fare sul serio per favorire la pace: ritirarsi dall’Ucraina. Finché questo non avverrà, ha sostenuto il tedesco di fronte allo Zar, gli alleati assicureranno il sostegno militare e politico a Kiev. Poi, di fronte ai giornalisti, ha selezionato concetti altrettanto duri: «Non ha senso cercare di capire nel merito perché Putin ha partecipato alla video-conferenza, ma è stato interessante perché il presidente russo ci ha dovuto ascoltare. La situazione si può risolvere facilmente con il ritiro delle truppe russe».
È lo stesso principio che ha ribadito Meloni durante il vertice. E che ha ripetuto durante le dichiarazioni alla stampa: «Non bisogna dimenticare che c’è un aggressore e un aggredito. Sono contenta che Putin abbia detto che vuole la pace: per farla basterebbe ritirare le truppe. Penso che abbia partecipato al G20 perché era facile farlo in videoconferenza senza muoversi da Mosca, per lui è stata un’occasione di visibilità politica. Non dico per fare propaganda, ma per difendere le sue posizioni». Questo in effetti fa il leader russo, visto che accompagna ogni presunto impegno per la pace con un attacco a Kiev, colpevole addirittura di non voler trattare dopo l’invasione.
E però, siccome anche di un valzer lento verso una possibile negoziazione si sta parlando, vanno segnalati altri dettagli. Ad esempio, l’intervento di Emmanuel Macron, meno duro di altre occasioni. O quello di Janet Yellen, che ha sostituito al tavolo Joe Biden. La segretaria al Tesoro degli Stati Uniti si è mantenuta cauta. Ha condannato l’aggressione russa, certo. Ripetuto la linea della Casa Bianca. Ma non ha calcato troppo la mano. E anche questo è un fatto.