✕

Antonio Di Pietro sentito in audizione sul caso Borsellino: “Mafiopoli e Tangentopoli sono due facce della stessa medaglia”

Drammatica audizione dell’ex pm di Mani pulite che racconta il suo incontro con Borsellino al funerale di Falcone e i due si dicono: “Dobbiamo fare presto, dobbiamo andare di corsa”
4 minuti di lettura

ROMA - Parla per oltre un’ora Antonio Di Pietro davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Seduto accanto alla presidente Chiara Colosimo. E non delude certo le aspettative di chi vuole sentirlo parlare delle ragioni che hanno provocato la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quando l’ex pm di Mani pulite incontra a Palermo Borsellino al funerale di Giovanni Falcone ha con lui uno scambio eloquente di battute: “Adesso dobbiamo andare di corsa, dobbiamo fare presto”. E vuole dire che entrambi avevano capito e sapevano in che direzione dovessero andare le indagini. Perché, e questo è il leitmotiv della sua audizione, “Mafiopoli e Tangentopoli sono due facce della stessa medaglia. Già dal 1991 le indagini sulle tangenti raccontavano che c’era un boccino paritario tra politici e imprenditori, mentre a Palermo chi non rispettava gli accordi faceva la fine di Salvo Lima”. E ancora: “Le città fondamentali erano tre, Milano, Roma, Palermo, per capire come funzionava il “tavolin…

ROMA - Parla per oltre un’ora Antonio Di Pietro davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Seduto accanto alla presidente Chiara Colosimo. E non delude certo le aspettative di chi vuole sentirlo parlare delle ragioni che hanno provocato la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quando l’ex pm di Mani pulite incontra a Palermo Borsellino al funerale di Giovanni Falcone ha con lui uno scambio eloquente di battute: “Adesso dobbiamo andare di corsa, dobbiamo fare presto”. E vuole dire che entrambi avevano capito e sapevano in che direzione dovessero andare le indagini. Perché, e questo è il leitmotiv della sua audizione, “Mafiopoli e Tangentopoli sono due facce della stessa medaglia. Già dal 1991 le indagini sulle tangenti raccontavano che c’era un boccino paritario tra politici e imprenditori, mentre a Palermo chi non rispettava gli accordi faceva la fine di Salvo Lima”. E ancora: “Le città fondamentali erano tre, Milano, Roma, Palermo, per capire come funzionava il “tavolino””.

Ma ripercorriamo assieme un’audizione attesa e molto intensa, dopo quelle di Fiammetta Borsellino, la figlia del procuratore aggiunto di Palermo ucciso in via D’Amelio, e di suo marito nonché avvocato Fabio Trizzino. Di Pietro arriva puntuale all’audizione con una borsa carica di documenti, che via via illustra e poi lascia puntigliosamente alla Colosimo. Ovviamente c’è molto della sua biografia in questa audizione, interrotta per via del discorso di Meloni a Camera e Senato, ma che proseguirà poi in un’altra seduta con le domande dei componenti dell’Antimafia, tra cui l’ex pm di Palermo Roberto Scarpinato, senatore di M5S, e all’epoca dei fatti pm a Palermo, e l’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho.

Di Pietro ripercorre ovviamente la sua storia personale che lo porterà alle dimissioni, ricorda il dossier contro di lui proprio dopo che ha toccato il capitolo degli appalti mafiosi, cita via via le indagini aperte a suo carico dall’allora pm di Brescia Fabio Salamone, fratello dell’imprenditore Filippo. E ricorda quando proprio Fabio Salamone andò a casa di Borsellino, ed “era presente anche Ingroia che però non partecipò all’incontro, quando la moglie di Borsellino sentì il marito dire “vai via, vai via””.

Di Pietro torna agli anni in cui fu protagonista della più famosa indagine sulle tangenti, prima di dimettersi dalla magistratura e diventare il leader dell’Italia dei valori. “Tutti facevamo indagini sugli appalti e sulla politica, come racconta il film di Nanni Moretti Il portaborse, all’epoca ho trovato un solo partito non coinvolto nelle tangenti, il Movimento sociale Italiano. Tutti cercavamo un filo, il 17 febbraio del 1992 ha fatto partire la macchina, ma tutte le procure avevano già un bagaglio alle spalle”.

E qui Di Pietro racconta come ha conosciuto Giovanni Falcone. Aveva preparato una rogatoria inviandola a Lugano a Carla Del Ponte, battezzata “Masini più 42”. Del Ponte chiamò Falcone, allora direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia dicendogli che in quella rogatoria però c’erano molti errori, e Falcone chiamò Di Pietro a Roma. Fu proprio Falcone, “con la penna rossa” a correggergli la rogatoria. E qui Di Pietro fa la prima digressione, e racconta di come incontrò Borsellino il giorno del funerale di Falcone. Entrambi sapevano in che direzione dovessero andare le indagini per spiegare quella strage, e gli appalti erano protagonisti, e l’un l’altro si dissero: “Dobbiamo andare di corsa, dobbiamo fare presto”. Due mesi dopo Borsellino viene trucidato.
Di Pietro ricorda ancora come Falcone, finché fu in vita, seguì passo passo la sua indagine a Milano “a cui teneva moltissimo”, dandogli anche dei consigli: “Devi seguire il denaro, appalto per appalto, una rogatoria alla volta, fai il capo di imputazione e poi stralcia”. L’ex pm elenca via via i nomi degli imprenditori che finirono nella rete sua e dei suoi colleghi. Cita ancora Borsellino, “il quale si era accorto che stavano parlando gli imprenditori del Nord ma non quelli del sud”. Tra i due c’era un contatto stretto e Di Pietro confessa che dopo la morte sia di Falcone che di Borsellino “io non mi apri più con nessuno perché gli imprenditori sapevano ormai dove stavo arrivando”.

Cita un altro episodio a cui dà importanza. Nell’ottobre del 1992 il capitano Roberto Zuliani, che era un suo stretto collaboratore, gli disse che “c’era un capitano del Ros che mi voleva parlare. Io andai a Rebibbia in carcere, dove incontrai Giuseppe De Donno e parlai con un imprenditore arrestato da un anno, Giuseppe Li Pera, che mi raccontò quello che aveva già detto a Catania, aggiungendo però che a Palermo non gli davano retta”. Siamo proprio nel periodo in cui la procura allora diretta da Pietro Giammanco contesta quell’indagine e il rapporto del Ros sugli appalti.

Ed eccoci al gennaio 1993, quando a Palermo arriva Gian Carlo Caselli, e Di Pietro dice che “in quella procura arriva aria nuova,“e ricorda come Caselli avesse un “rapporto forte con Francesco Saverio Borrelli”, l’allora procuratore di Milano. Ed ecco un altro ricordo di quando arrivarono a Milano proprio Caselli con i magistrati che lavoravano sugli appalti, Lo Forte, Patronaggio, Ingroia. Col quale Di Pietro dice di aver litigato subito. Poi una battuta a Scarpinato, presente all’audizione in quanto senatore di M5S: “Non mi ricordo se tu c’eri, con quei capelli mi sarei ricordato di certo…”.
Di Pietro si rende conto che Milano aveva indagato gli stessi personaggi su cui sta lavorando Palermo, ma Borrelli, che invitò a cena a casa sua sia Caselli che Di Pietro, prese una decisione, dicendo “su Palermo si può contare”. E “da quel momento in avanti ci fu una stretta collaborazione tra Milano e Palermo, e tutte le carte furono trasferite a Palermo”. Di Pietro descrive le differenze negli accordi fra le imprese e la politica nel resto d’Italia, e lo scenario che si apre in Sicilia, dove c’è “il tavolino” attorno al quale siedono gli imprenditori, ma dove è presente anche la mafia. E cita Angelo Siino, il mafioso che si occupava degli appalti e che, racconta di Pietro, “viene defenestrato da Filippo Salamone”.
A deputati e senatori che fanno parte della commissione antimafia l’ex pm di Milano , pone una questione di metodo e chiede se la commissione vuole capire se dietro la volontà stragista di Cosa nostra, e dietro Totò Rina, ci fossero menti raffinatissime che avevano un interesse preciso. “Perché Mafiopoli e Tangentopoli sono due facce della stessa medaglia”. L’ex pm se ne va consegnando puntigliosamente una borsa di documenti e alla presidente Colosimo dice: “Mi dica dove li faccio registrare”.

Leggi i commenti