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Scandalo Lollobrigida, la Lega ora lo scarica. Destra, salta il vertice

(agf)
Braccio di ferro tra FdI e il Carroccio in vista delle Regionali. Scintille Meloni-Renzi al premier time in Aula, M5S plaude al leader Iv
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È un gioco di dispetti, provocazioni, prese di distanza. Di messaggi neanche troppo cifrati che denunciano i rapporti complicati fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. “Noi la mattina commentiamo i titoli dei giornali e ci ridiamo su”, ha più volte minimizzato la premier. Di certo, in queste ore il clima fra i leader dei due principali partiti della maggioranza è tutt’altro che idilliaco. L’ultimo campo minato è il caso che riguarda Francesco Lollobrigida, ministro e cognato di Meloni nell’occhio del ciclone per avere chiesto e ottenuto che il Frecciarossa in ritardo su cui viaggiava si fermasse per scendere a Ciampino. A rompere il silenzio imbarazzato degli alleati ci pensa, a ora di pranzo, Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato e fedelissimo di Salvini: “Il comportamento di Lollobrigida credo sia una cosa che bisogna evitare”, afferma Romeo durante la trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio 1. Troppo alto il rischio di innescare polemiche, è la tesi di Romeo, nono…

È un gioco di dispetti, provocazioni, prese di distanza. Di messaggi neanche troppo cifrati che denunciano i rapporti complicati fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. “Noi la mattina commentiamo i titoli dei giornali e ci ridiamo su”, ha più volte minimizzato la premier. Di certo, in queste ore il clima fra i leader dei due principali partiti della maggioranza è tutt’altro che idilliaco. L’ultimo campo minato è il caso che riguarda Francesco Lollobrigida, ministro e cognato di Meloni nell’occhio del ciclone per avere chiesto e ottenuto che il Frecciarossa in ritardo su cui viaggiava si fermasse per scendere a Ciampino. A rompere il silenzio imbarazzato degli alleati ci pensa, a ora di pranzo, Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato e fedelissimo di Salvini: “Il comportamento di Lollobrigida credo sia una cosa che bisogna evitare”, afferma Romeo durante la trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio 1. Troppo alto il rischio di innescare polemiche, è la tesi di Romeo, nonostante la giustificazione degli impegni istituzionali da rispettare. Ai più non sfugge che lo stesso presidente dei senatori leghisti, solo tre giorni fa, aveva presentato tre emendamenti alla manovra, rompendo di fatto la “blindatura” imposta da Meloni.

Salvo poi ritirare le norme aggiuntive. Quando, poco dopo l’intervento in radio, Romeo fa il suo intervento a Palazzo Madama nel corso del question time, non pochi dai banchi del governo lo guardano stralunato. In primis lo stesso Lollobrigida, che poco prima ha respinto qualsiasi richiesta di dimissioni giunta dall’opposizione ribadendo che la fermata eccezionale del Frecciarossa “non era per andare in vacanza o dalla mia famiglia ma per andare a fare il mio lavoro”, ovvero per inaugurare il parco urbano di Caivano. Il tema, in Aula, lo sfiora solo Matteo Renzi, parlando dei ritardi del Pnrr, “in larga parte basato sul ruolo delle ferrovie, dei trasporti e delle infrastrutture, ma oggi – sottolinea il leader di Italia Viva – non mi sento di maramaldeggiare”. Il question time raffigura un mondo all’incontrario, con Renzi a smontare “il disegno paradisiaco” di Meloni affidandosi a temi come l’aumento del prezzo del pane, della pasta, della benzina e la premier a svestire i panni populisti per difendersi dietro lo spread: “È ai minimi da molto tempo”. In questo scenario anomalo, succede che persino i senatori di 5S applaudano Renzi mentre sferza la premier: “Si dipinge come Cenerentola ma lei, presidente non è né Cenerentola, né la bella addormentata nel bosco, né Biancaneve. E non ha fiducia nel suo governo”.

In maggioranza, nel frattempo, i malumori covano silenziosi. Salvini, in Aula, non c’è. Ha da poco festeggiato pubblicamente la vittoria elettorale di Geert Wilders, leader dell’ultradestra olandese con marcate posizioni anti-Islam, invitandolo al raduno di Identità e democrazia, che la Lega sta organizzando a Firenze per il 3 dicembre. FdI, a quell’appuntamento, non ci sarà. Figuriamoci Forza Italia: “Wilders, come i tedeschi di AfD, non sono compatibili con noi”, dice il neocapogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Ma il cuore della competizione è sempre fra Meloni e Salvini. Quando la premier all’improvviso convoca i sindacati a Palazzo Chigi, i leghisti arricciano il naso: “Un’iniziativa presa per bilanciare l’attivismo di Matteo”. Sullo sfondo, le tensioni sulle Regionali: FdI continua a dire no alla ricandidatura di Salinas in Sardegna, Salvini chiede di riproporre gli uscenti a Cagliari e nelle altre Regioni che andranno al voto. “Altrimenti bisogna rimettere in discussione tutto”, dice il vicesegretario leghista Andrea Crippa. Proprio quello che vogliono i meloniani, che puntano anche alla poltrona del governatore veneto Luca Zaia, in scadenza di mandato nel 2025. Il vertice del centrodestra, che oggi avrebbe dovuto affrontare la questione, è saltato.

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