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La bocciatura in coro del premierato dagli ex presidenti della Consulta

(ansa)
I giuristi considerano il progetto “debole e quasi eversivo”. Cartabia: “Stravolto il ruolo del capo dello Stato”
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“È un progetto di legge quasi eversivo per alcuni aspetti ed estremamente debole per altri”. Si lascia andare a un giudizio severissimo l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo nel corso dell’audizione in commissione Affari costituzionali del Senato che ieri ha iniziato l’esame del Ddl Casellati sul premierato. Un verdetto condiviso da tutti gli emeriti — Marta Cartabia, Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Silvestri — invitati a esprimersi sulla proposta di modifica della forma di governo imposta da Giorgia Meloni. Non c’è nulla da salvare in quei cinque articoli che di fatto stravolgono l’architettura istituzionale della Repubblica, mutandola in un unicum senza eguali al mondo: in nessun paese del globo terraqueo — sottolineano — esiste un modello come quello proposto dal centrodestra. “E questo forse qualcosa vorrà dire”.

Uno dopo l’altro, da fedeli custodi della Costituzione, gli ex presidenti della Corte smontano la riforma varata in Cdm e, con essa, le bufale della maggioranza a pr…

“È un progetto di legge quasi eversivo per alcuni aspetti ed estremamente debole per altri”. Si lascia andare a un giudizio severissimo l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo nel corso dell’audizione in commissione Affari costituzionali del Senato che ieri ha iniziato l’esame del Ddl Casellati sul premierato. Un verdetto condiviso da tutti gli emeriti — Marta Cartabia, Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Silvestri — invitati a esprimersi sulla proposta di modifica della forma di governo imposta da Giorgia Meloni. Non c’è nulla da salvare in quei cinque articoli che di fatto stravolgono l’architettura istituzionale della Repubblica, mutandola in un unicum senza eguali al mondo: in nessun paese del globo terraqueo — sottolineano — esiste un modello come quello proposto dal centrodestra. “E questo forse qualcosa vorrà dire”.

Uno dopo l’altro, da fedeli custodi della Costituzione, gli ex presidenti della Corte smontano la riforma varata in Cdm e, con essa, le bufale della maggioranza a proposito di un testo che, a suo dire, mira a rafforzare la governabilità senza intaccare i poteri del Capo dello Stato e le prerogative del Parlamento. “È falso”, avvertono quasi all’unisono gli emeriti, sebbene con toni diversi: più soavi Cartabia, più foschi gli altri tre.

A dare il la è la prima donna ad aver infranto il tetto di cristallo della Consulta: i due disegni di legge depositati a palazzo Madama, il premierato e quello sul sindaco d’Italia targato Italia viva, sebbene abbiano in comune l’elezione diretta del presidente del Consiglio “come rimedio a instabilità e disaffezione”, seguono in realtà “due strade diverse”, spiega Cartabia. Finendo tuttavia per “incidere”entrambi, “fortemente”, sul ruolo del Capo dello Stato. Secondo due sentenze della Consulta — ricorda la costituzionalista — l’inquilino del Quirinale è “storicamente un organo super partes, rappresentante dell’unità nazionale, estraneo al circuito dell’indirizzo politico governativo, ovvero è collocato al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato”. È dunque una figura preziosa di garanzia e di riequilibrio. Con la riforma Casellati, invece, “la funzione di organo di moderazione e di stimolo nei confronti degli altri poteri viene trasformata, introducendo degli elementi di rigidità che delimitano il perimetro di azione del presidente della Repubblica”. Un punto da considerare “perché gli interventi presidenziali potrebbero rendersi necessari anche in futuro di fronte a situazioni impreviste e imprevedibili”. Perciò, esorta Cartabia, “serve una riflessione seria”.

Invocata pure dal collega De Siervo. “L’elezione diretta del presidente del Consiglio con la simultanea elezione di entrambe le Camere rappresenterebbe un unicum nel panorama delle democrazie contemporanee”, segnala. “I problemi di disfunzionalità dei governi parlamentari sono diffusi in tutto il mondo, ma nessuno ha risposto con una riforma di questo tipo”. Che non solo “riduce moltissimo i poteri del Capo dello Stato in materia di nomina del premier incaricato, di valutazione di idoneità dei ministri e di scioglimento del Parlamento”, ma “esclude anche la possibilità che personalità estranee alle classi politiche elette assumano ruoli di vertice”. In sostanza nessun Draghi potrà più essere chiamato a “salvare” la patria.

E c’è dell’altro. Anche il premio di maggioranza al 55% appare problematico. “Se si introducesse un sistema presidenziale con questo premio”, senza peraltro indicare una soglia minima di consensi per ottenerlo, “i rischi sarebbero elevatissimi”, ammonisce Zagrebelsky. “Con il 55% dei seggi, la maggioranza di turno avrebbe i numeri per eleggersi da sola il suo presidente della Repubblica, insieme ai cinque giudici costituzionali e a quelli del Csm di competenza parlamentare”. Un bonus talmente “sproporzionato” da violare, rincara Silvestri, “il principio supremo dell’ordinamento perché la maggioranza non sarebbe frutto della volontà popolare ma della macchina calcolatrice”.

Prove tecniche di regime? Zagrebelsky le evoca, pur senza dirlo apertamente: “Con questo Ddl si metterebbero nelle mani della coalizione che vince le elezioni anche ulteriori riforme della Costituzione”. Chiaro il messaggio: se passa adesso, poi chi governa potrà stravolgere il resto. “Pesi e contrappesi verrebbero” infatti “buttati per aria. È un rovesciamento della forma di governo esistente”, avverte il giurista torinese. “Qui è in gioco la concezione stessa della democrazia, bisogna essere molto cauti”.

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