Rutelli: “Nell’elezione diretta a sindaco contro Fini provai il bipolarismo. Mio padre non voleva”
di Concetto VecchioFrancesco Rutelli
(ansa)Francesco Rutelli, qual è il primo flash della sua elezione diretta nel 1993?
“L’intervista che mio padre rilasciò a Gente, tre giorni prima del ballottaggio. Era critico con la mia candidatura, disse che sarei finito ostaggio dei comunisti. Per fortuna non c’erano ancora i social a rilanciarla”.
Chi ebbe l’idea di candidarla?
“Goffredo Bettini. Intuì che servivano personalità diverse, non della sinistra tradizionale, fuori dalla nomenklatura dei soliti noti”.
Lei era l’ex enfant prodige radicale.
“Avevo 39 anni ed ero stato eletto in consiglio comunale con i Verdi, che alle Europee del 1989 avevano ottenuto il 6,2 per cento. Ed ero stato ministro per pochi giorni nel governo Ciampi”.
Ma perché proprio lei?
“Forse perché ero stato capace di gioco di squadra negli anni dell’opposizione. Ad esempio, presentando, insieme ad Antonio Cederna l’ordine del giorno per la costruzione dell’auditorium al Flaminio, che fu clamorosamente approvato dalla maggioranza”.
Che mondo era?
“Le dico solo c…
Francesco Rutelli, qual è il primo flash della sua elezione diretta nel 1993?
“L’intervista che mio padre rilasciò a Gente, tre giorni prima del ballottaggio. Era critico con la mia candidatura, disse che sarei finito ostaggio dei comunisti. Per fortuna non c’erano ancora i social a rilanciarla”.
Chi ebbe l’idea di candidarla?
“Goffredo Bettini. Intuì che servivano personalità diverse, non della sinistra tradizionale, fuori dalla nomenklatura dei soliti noti”.
Lei era l’ex enfant prodige radicale.
“Avevo 39 anni ed ero stato eletto in consiglio comunale con i Verdi, che alle Europee del 1989 avevano ottenuto il 6,2 per cento. Ed ero stato ministro per pochi giorni nel governo Ciampi”.
Ma perché proprio lei?
“Forse perché ero stato capace di gioco di squadra negli anni dell’opposizione. Ad esempio, presentando, insieme ad Antonio Cederna l’ordine del giorno per la costruzione dell’auditorium al Flaminio, che fu clamorosamente approvato dalla maggioranza”.
Che mondo era?
“Le dico solo che negli uffici del Comune di Roma, 29 mila dipendenti, c’erano appena duecento computer”.
Non c’era internet.
“Per comunicare le novità sul traffico, o per compiere operazioni di ascolto, si mandavano i lavoratori socialmente utili alle fermate delle metro con fasci di volantini o questionari”.
Cos’altro è cambiato con l’avvento dei social?
“È venuta meno una partecipazione civica che allora era capillare, ed organizzata, comitati, sedi di partito, movimenti. Cambiammo volto a 162 piazze, e non un solo progetto si realizzò secondo il progetto iniziale”.
Ovvero?
“In tutti i casi i cittadini vollero dire la loro, protestando, indicando alternative, migliorando”.
La tecnologia ha tolto il piacere del contatto umano?
“Io una volta al mese trascorrevo un giorno intero in un quartiere diverso, pranzando in una famiglia, visitando una parrocchia, ascoltando i cittadini. E poi, a sera, si tiravano le somme, e all’indomani gli assessori si mettevano al lavoro”.
Perché l’elezione diretta fu una rivoluzione?
“Perché stabiliva, per la prima volta, una responsabilità diretta col territorio, e sanciva il bipolarismo italiano. Rutelli contro Fini, Bassolino contro Mussolini. E si deve tutto a un democristiano”.
Chi era?
“Adriano Ciaffi, forlaniano. Fu il relatore della legge, che andava contro gli interessi del suo partito. Guardò all’interesse generale”.
Cosa ricorda del ballottaggio?
“Mia moglie, Barbara Palombelli, allora giornalista a Repubblica, e Daniela Di Sotto, moglie di Gianfranco Fini, andarono a fare un appello a Telemontecarlo per evitare incidenti”.
L’appello venne rispettato?
“Sì, ma la notte dell’elezione di Berlusconi, nel marzo del 1994, mi ritrovai Gianni Alemanno e alcune camicie nere sotto casa col megafono. Urlavano: “Rutelli raus!”. Io e mia moglie fummo svegliati dai miei due figli, terrorizzati, che allora avevano undici e sei anni”.
Che avversario fu Gianfranco Fini?
“Leale, corretto, anche perché io non agitai il pericolo fascista. Ebbe il sostegno di Silvio Berlusconi, che in un comizio a Casalecchio di Reno disse che avrebbe votato per lui se fosse stato a Roma. Un endorsement decisivo, perché sancì la nascita della Seconda Repubblica”.
Molti dicono: Rutelli è stato bravo, ma aveva i soldi del Giubileo.
“In Euro furono 850 milioni. Una cifra ridicola se confrontata con le somme attuali del Pnrr”.
Il problema è spenderli?
“Spendemmo il 96% dei fondi nei tempi previsti, e nei cantieri non ci fu un morto. Oltre al Giubileo, tagliammo 59 milioni di metri cubi di cemento, creando una vasta cintura verde. Solo il 54% delle acque finiva nei depuratori, la portammo al 95%. E creammo anche il primo centro anti violenza contro le donne in Italia”.
Qual è il segreto per fare bene il sindaco?
“Disporre di una super squadra, con figure di alto livello, di sensibilità diverse: i più utili erano quelli che dicevano ‘non sono d’accordo’”.
Chi era quello più in disaccordo?
“Posso dirle chi mi manca di più: Gianni Borgna, l’assessore alla cultura. Ma tutto il mix fu mirabile. C’erano Loredana De Petris, Walter Tocci, Mimmo Cecchini. Paolo Gentiloni fu prima capo della comunicazione e poi assessore al Giubileo, Linda Lanzillotta è stata la prima donna a fare l’assessore al Bilancio, nella giunta che ci aveva preceduto, un pentapartito, ci fu una sola donna su 25 assessori, nella nostra, sette. E Luisa Laurelli venne eletta prima donna presidente del Consiglio comunale in una città italiana”.
La prima?
“Le prime volte furono tante. Monica Cirinnà, consigliere per i diritti degli animali, Vanni Piccolo, preside di scuola media e presidente dell’Arcigay, consigliere per i diritti delle persone Lgbt. Io sono stato il primo ambientalista a guidare una Capitale”.
Le vittorie dei sindaci progressisti sembravano aprire la strada a un governo di sinistra. Poi perché vinse Berlusconi?
“Berlusconi capisce che bisogna unire la maggioranza silenziosa, gli anticomunisti come mio padre, per capirci, gli ex democristiani e socialisti, più i leghisti al Nord e i missini al Sud. Fu più bravo”.
Un’intuizione che regge ancora adesso.
“Il centrodestra italiano è ancora basato su quella svolta di trent’anni”.
E lei come ricorderà quest’anniversario?
“Tornando su quel gioco di squadra. Il 4 dicembre, all’Auditorium, si riuniranno i protagonisti di quella esperienza di trent’anni fa. Un patrimonio di idee utili anche oggi”.