Rai, un nuovo sindacato targato Meloni divide i giornalisti della tv pubblica e irrita Lega e Forza Italia
di Giovanna VitaleL’idea, si racconta nei corridoi di Viale Mazzini, è venuta al direttore generale Giampaolo Rossi, il luogotenente di Giorgia Meloni in Rai che da mesi studia da amministratore delegato: fondare un nuovo sindacato interno, trainato da Fratelli d’Italia, per svuotare l’UsigRai – considerato troppo sbilanciato a sinistra - e prenderne progressivamente il posto. L’obiettivo è ambizioso: impadronirsi dell’organo di rappresentanza dei giornalisti, dopo aver occupato tutte le caselle della governance aziendale, per controllare da destra ogni ganglio del servizio pubblico e, in particolare, l’informazione. Un’impresa che, secondo i piani iniziali, si sarebbe dovuta consumare con un blitz: l’annuncio era infatti previsto per oggi pomeriggio, quando nell’auditorium Due Pini, sala parrocchiale da 300 posti a due passi dalla Via Cassia, i fedelissimi del prode Rossi sanciranno la nascita di UniRai. Semplice associazione di “giornalisti liberi” però, in attesa di tempi migliori.
Il flop delle ade…
L’idea, si racconta nei corridoi di Viale Mazzini, è venuta al direttore generale Giampaolo Rossi, il luogotenente di Giorgia Meloni in Rai che da mesi studia da amministratore delegato: fondare un nuovo sindacato interno, trainato da Fratelli d’Italia, per svuotare l’UsigRai – considerato troppo sbilanciato a sinistra - e prenderne progressivamente il posto. L’obiettivo è ambizioso: impadronirsi dell’organo di rappresentanza dei giornalisti, dopo aver occupato tutte le caselle della governance aziendale, per controllare da destra ogni ganglio del servizio pubblico e, in particolare, l’informazione. Un’impresa che, secondo i piani iniziali, si sarebbe dovuta consumare con un blitz: l’annuncio era infatti previsto per oggi pomeriggio, quando nell’auditorium Due Pini, sala parrocchiale da 300 posti a due passi dalla Via Cassia, i fedelissimi del prode Rossi sanciranno la nascita di UniRai. Semplice associazione di “giornalisti liberi” però, in attesa di tempi migliori.
Il flop delle adesioni
Dacché è partita in chat la convocazione dell’adunata, una quindicina di giorni fa, le adesioni non sono fioccate al ritmo che ci si aspettava. E soprattutto, fra gli alleati di Meloni, è montato un discreto malumore. I promotori dell’iniziativa, quasi tutti graduati – da Elisabetta Migliorelli a Fabrizio Frullani, da Incoronata Boccia a Francesco Palese, fino a Marco Lollobrigida, Omar Reda e Virginia Lozito – si aspettavano molti partecipanti in più rispetto ai circa 270 che hanno risposto presente. Confrontati con i 1.700 iscritti all’Usigrai (su oltre 2mila giornalisti) davvero poca cosa. Non solo. A complicare il tutto, ci si son messe le regole, difficilmente aggirabili. Per costituirsi in sindacato interno occorre difatti “appoggiarsi” a un’organizzazione di livello nazionale, ma la Federazione nazionale della Stampa (Fnsi) ha già riconosciuto Usigrai come organo di rappresentanza dentro la Rai. Dunque, delle due l’una: o i destri di UniRai si acconciano a entrare in Usigrai, magari per scalarla - se gli riesce - oppure dovranno guardare altrove. Il problema è che questo altrove non appare molto rassicurante: lo sguardo è infatti caduto sulla Figec, una piccola sigla di giornalisti che è la costola di un altrettanto minuscolo sindacato indipendente, la Cisal, decisamente orientato a destra. A guidarlo è Carlo Parisi, professionista calabrese piuttosto discusso negli ambienti dell’informazione tricolore. Un abbraccio di cui andare tutt’altro che fieri.
La spaccatura del centrodestra
Anche per questo gli ardori iniziali si sono spenti. Costringendo i promotori a una brusca frenata. Per adesso l’assemblea che si terrà nel pomeriggio, benedetta dal ministro Gennaro Sangiuliano e animata da una serie di tavole rotonde con il meglio della dirigenza sovranista che ha affiancato Rossi nel progetto (Paolo Corsini, Angelo Mellone, Nicola Rao), servirà solo per battezzare UniRai come “associazione liberi giornalisti Rai”. E poi si vedrà come proseguire il percorso, che però nel frattempo ha fatto andare su tutte le furie Lega e Forza Italia. Salvini e Tajani non hanno preso bene quella che considerano una iniziativa non concordata di Fratelli d’Italia per impossessarsi del sindacato dei giornalisti pubblici. Non condividono la strategia della “sostituzione etnica” di Usigrai con una nuova creatura di stretta osservanza meloniana, pronta a fare la parte del leone e a lasciar loro le briciole. Gli alleati avrebbero preferito rafforzare la minoranza di centrodestra dentro Usigrai - la corrente Pluralismo&Libertà dove sono rappresentate tutte le anime della coalizione - per puntare al ribaltone al congresso dell’anno prossimo. Rossi e compagnia hanno invece fatto una scelta diversa. Spaccando così non solo l’unità sindacale dei giornalisti Rai, ma pure lo schieramento di governo.
La protesta dell’Usigrai
Lo dice chiaro l’esecutivo Usigrai in una nota di censura delle ambizioni della nascente associazione, che sul sito dedicato si definisce “un nuovo interlocutore per l’azienda per i prossimi anni, capace di far sentire la voce dei colleghi attraverso la mediazione”. I rappresentanti dei giornalisti sono durissimi: “Ferma restando la legittimità di ogni iniziativa associativa, saluteremmo con favore la nascita di una nuova componente interna all'Usigrai, intimamente convinti che il dibattito e la pluralità di idee siano un arricchimento per tutti”, è la premessa. Tuttavia, “non possiamo non far notare ai colleghi che invece la scelta di diventare un nuovo interlocutore per l'azienda si pone inevitabilmente in una logica di divisione del sindacato, che non farebbe altro che indebolire tutta la categoria”, prosegue la lettera spedita alle redazioni. “Un sindacato unitario, quale è oggi l’Usigrai per volere della maggioranza di colleghe e colleghi, rappresenta ancora un punto di forza in un panorama editoriale attraversato da una crisi senza precedenti”. Perciò ci pensino bene gli scissionisti del nuovo corso sovranista. Il divide et impera non sempre funziona. Specie in un’azienda in cui la politica la fa da padrone.