Promesse di investimenti e favori, la lunga campagna di Riad che ha sbaragliato gli sfidanti
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — Voti spariti all’ultimo minuto, paesi che non hanno premuto il bottone per far abbassare il quorum, favori nazionali e personali, milioni spesi nella campagna elettorale, carenze strategiche a monte della candidatura italiana. Sono tante le cause del fallimento della corsa all’Expo, che ha fatto perdere a Roma un ricasco economico stimato in oltre 50 miliardi di euro, cioè un paio di “finanziarie”, a fronte di un investimento previsto non superiore ai 10 miliardi, almeno per un terzo sostenuto da imprese private.
Il giorno del giudizio al Bureau international des Expositions di Parigi sono stati distribuiti 179 apparecchi per votare, ma Riad ha ottenuto 119 preferenze, Busan 29 e Roma 17. Il totale fa 165 e vuol dire che 14 paesi non si sono espressi. Lo hanno fatto perché così il quorum si è abbassato, consentendo ai sauditi di vincere al primo turno. Il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan aveva detto di aspettarsi 130 consensi, ma così 119 sono bastati. L’Italia aveva…
NEW YORK — Voti spariti all’ultimo minuto, paesi che non hanno premuto il bottone per far abbassare il quorum, favori nazionali e personali, milioni spesi nella campagna elettorale, carenze strategiche a monte della candidatura italiana. Sono tante le cause del fallimento della corsa all’Expo, che ha fatto perdere a Roma un ricasco economico stimato in oltre 50 miliardi di euro, cioè un paio di “finanziarie”, a fronte di un investimento previsto non superiore ai 10 miliardi, almeno per un terzo sostenuto da imprese private.
Il giorno del giudizio al Bureau international des Expositions di Parigi sono stati distribuiti 179 apparecchi per votare, ma Riad ha ottenuto 119 preferenze, Busan 29 e Roma 17. Il totale fa 165 e vuol dire che 14 paesi non si sono espressi. Lo hanno fatto perché così il quorum si è abbassato, consentendo ai sauditi di vincere al primo turno. Il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan aveva detto di aspettarsi 130 consensi, ma così 119 sono bastati. L’Italia aveva fatto una richiesta scritta per chiedere come sarebbe stata garantita la segretezza del voto, e se i tre delegati ammessi per ogni paese avrebbero potuto portare i cellulari, con cui fotografare e documentare la preferenza espressa. Il Bie ha risposto che la votazione era segreta, ma non poteva vietare gli smartphone. Un altro elemento chiave è stata la presenza di molti capi di governo, ministri degli Esteri, alti dignitari, almeno 50 presenze esterne che servivano a garantire ai sauditi il mantenimento delle promesse ricevute.
Se però la strategia di Ponzio Pilato non fosse entrata in azione, e Riad non avesse prevalso subito, al secondo turno sarebbe andata Busan. Questo impone un’analisi sul fallimento italiano. Circa un mese fa, nel momento di massimo ottimismo, la diplomazia del nostro paese pensava di essere arrivata sulla soglia dei 60 voti, che avrebbero fermato i sauditi al primo turno, obbligandoli ad un insidioso spareggio. Poco prima di quella fase, a settembre, c’erano state le maggiori pressioni di Riad affinché Roma si ritirasse. La realtà però si è dimostrata assai diversa, perché i coreani erano i veri rivali.
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I sauditi hanno impostato una campagna di lungo termine, basata sulle promesse politiche e gli investimenti nei paesi, ma poi anche su operazioni di tipo più personale. Ad esempio, già nella primavera del 2022 avevano organizzato un incontro ad Atene, dove si erano assicurati l’appoggio di Grecia, Albania e altri. Scambi politici di appoggi per obiettivi vari, candidature, infrastrutture, assistenza. Nel corso del 2023 una quindicina di paesi sono entrati nel Bie, ultima la Micronesia, e qualcuno potrebbe aver pagato le loro quote in cambio del voto. Poi girano aneddoti di favori personali, dal master pagato per i figli alla casa a Dubai. L’Italia su questo fronte non è stata altrettanto efficace, forse anche perché il governo Meloni aveva ereditato la candidatura e non ci ha creduto fino in fondo, oppure perché non aveva la capacità di esserlo.
Poi c’è stata la corsa finale, dove abbiamo perso molti voti e subito tradimenti. Riad ha investito circa 200 milioni in questa fase, incluso un evento sociale in un hangar dove tutti i circa 700 partecipanti avevano a disposizione una limousine da 1.300 euro al giorno. Quindi quasi un milione speso solo per le auto, per non parlare poi del lavoro per attirare l’attenzione sui social, “l’engagement” sugli Champs Elysees, i viaggi pagati. Busan ha stanziato circa 160 milioni, incluso un flash mob a Montmartre, mentre Roma solo 30, meno di Milano nel 2015, compreso il geotargeting dei delegati per farsi ascoltare ovunque. Ciò ha contribuito alle molte defezioni africane, tipo la Tunisia, ma ci hanno tradito anche gli amici europei, quelli del nord forse sedotti dalle relazioni economiche con Seul, che ci ha tolto una decina di voti. Un fallimento di sistema su cui interrogarsi, non per recriminare, ma capire come cambiare il paese per impedire che si ripeta.