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“Scomparsi i 100 milioni del welfare per lo spettacolo”: artisti in rivolta contro il governo

Una legge delega prevedeva la riforma previdenziale basata sul “reddito di discontinuità” ma il bonus stanziato copre solo un decimo della platea. E i lavoratori del settore sono pronti a mobilitarsi
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Una mancia o poco più. Un bonus annuale, esiguo e destinato ad un decimo della platea. La grande riforma del welfare allo spettacolo, chiesta a gran voce durante la pandemia, alla fine ha partorito un topolino. La responsabilità grava sul governo guidato da Giorgia Meloni, accusato dai lavoratori di aver completamente disatteso lo spirito della legge delega votata da tutte le forze politiche allo scadere della scorsa legislatura. La richiesta del settore, così come indicato nella delega all’esecutivo, era quella di un riordino complessivo del comparto, che riconoscesse la natura discontinua delle professioni artistiche e, soprattutto, che istituisse il cosiddetto “reddito di discontinuità”, una somma di denaro che coprisse, economicamente e previdenzialmente, i periodi di inattività di attori, cantanti, registi, montatori, artisti da palco e del dietro le quinte. Lavoratori che, ora, sono pronti alla mobilitazione.

La Cgil è in prima linea. Lo ha annunciato Maurizio Landini durante l…

Una mancia o poco più. Un bonus annuale, esiguo e destinato ad un decimo della platea. La grande riforma del welfare allo spettacolo, chiesta a gran voce durante la pandemia, alla fine ha partorito un topolino. La responsabilità grava sul governo guidato da Giorgia Meloni, accusato dai lavoratori di aver completamente disatteso lo spirito della legge delega votata da tutte le forze politiche allo scadere della scorsa legislatura. La richiesta del settore, così come indicato nella delega all’esecutivo, era quella di un riordino complessivo del comparto, che riconoscesse la natura discontinua delle professioni artistiche e, soprattutto, che istituisse il cosiddetto “reddito di discontinuità”, una somma di denaro che coprisse, economicamente e previdenzialmente, i periodi di inattività di attori, cantanti, registi, montatori, artisti da palco e del dietro le quinte. Lavoratori che, ora, sono pronti alla mobilitazione.

La Cgil è in prima linea. Lo ha annunciato Maurizio Landini durante l’evento “La giusta riforma, adesso!” organizzato dal sindacato Roma e a cui hanno partecipato più di trenta sigle del mondo dello spettacolo. La mobilitazione era partita lo scorso 27 novembre nei cinema e nei teatri di Roma, Milano e Napoli. Qui i lavoratori si erano riuniti in assemblee pubbliche per coordinare i prossimi passi in quella che può essere considerata una mobilitazione in continuità con la protesta dei bauli andata in scena durante i mesi più duri della pandemia, quando il lockdown generalizzato fece emergere tutte le fragilità delle professioni artistiche fatte di bassi stipendi e costanti periodi di inattività. E’ da qui che occorre partire per spiegare la frustrazione dei lavoratori che hanno deciso di mobilitarsi. Una frustrazione maturata nel tempo e alimentata dalla false speranze rifilate dall’esecutivo.

Riavvolgendo il nastro, con il governo Draghi ormai agli sgoccioli, nel luglio 2022 tutte le forze politiche approvarono in parlamento una legge delega che, almeno sulla carta, accoglieva le richieste del settore, riconoscendo il “carattere strutturalmente discontinuo” delle professioni artistiche e incaricando il governo di portare a termine una riforma complessiva, che prevedesse un’indennità da riconoscere ai lavoratori nei mesi di inattività o formazione. A quel punto la palla passò al neo esecutivo guidato da Giorgia Meloni, subentrato pochi mesi dopo il vaglio della legge delega. Il governo si ‘dimenticò’ di finanziare la misura in sede di legge bilancio, per poi fare marcia indietro su pressione delle opposizioni e finanziando la riforma con 100 milioni. Su questi, ad oggi, grava un incognita. Secondo i partiti di minoranza, a quasi un anno di distanza, dei soldi stanziati si sarebbero perse le tracce. Un giallo che si somma alla vera questione sollevata da lavoratori e sindacati. E cioè che la grande riforma, in realtà, è stata ridimensionata in poco più di una mancia.

“Il governo ha tradito i lavoratori”

Lo scorso 28 agosto il governo ha deciso di varare in forma preliminare lo schema del decreto legislativo in attuazione delle legge delega. Un provvedimento contro cui si sono subito scagliate tutte le parti interessate. Nonostante le proteste il testo è stato approvato in via definitiva lo scorso 27 novembre, con tanto di toni trionfalistici del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. “Il governo in realtà ha completamente tradito i lavoratori”, spiega Francesco Rossini, regista e membro del direttivo di Unita (Unione nazionale interpreti teatro e audiovisivo). “La legge delega - continua - chiedeva una misura strutturale e permanente. Al contrario, il governo ha fatto sparire 100 milioni e al posto dell’indennità di discontinuità e ci ha rifilato poco più di un bonus una tantum”. Il problema, spiega Rossini, sta anche nella platea dei destinatari immaginata dall’esecutivo. La misura di sostegno al reddito, quella che dovrebbe coprire i periodi di inattività dei lavoratori, è destinata solo a circa un decimo della platea complessiva. E per bocca dello stesso Sangiuliano, la misura coprirà appena 22 mila persone su circa 300 mila lavoratori complessivi, il sette per cento del totale.

Cosa prevede la misura

Per l’accesso alla misura il governo ha previsto criteri piuttosto stringenti. Potranno accedervi infatti solo chi ha un reddito inferiore ai 25 mila euro. Tutt’altro che una misura universale, dunque. L’ammontare dell’indennità, invece, sarà pari al 60 per cento della media delle retribuzioni imponibili relative all'anno precedente. Tradotto: bene che va, lavoratrici e lavoratori si dovranno accontentare di un sostegno che verrà erogato - secondo quanto dichiarato dallo stesso Sangiuliano - in un'unica soluzione, di circa 1500 euro (ma secondo i lavoratori potrebbe essere di molto meno) nell'arco di un intero anno. Poco più di una mensilità. Condizionata, tra le altre cose, allo svolgimento di corsi di formazione. Di più: l’indennità non potrà essere cumulata con altre forme di sostegno al reddito, come maternità, malattia o infortunio.

La protesta delle opposizioni

La battaglia coinvolgerà anche il Parlamento, con le opposizioni - Pd, M5S e Avs in testa - pronti a presentare emendamenti in legge di bilancio per mettere una toppa al buco lasciato dall'esecutivo. “Mancano all'appello 100 milioni che eravamo riusciti ad ottenere per questa misura. Che fine hanno fatto?”, si domanda la dem Cecilia D’Elia. “Un vero e proprio furto ai danni di questi lavoratori”, lo definisce Elisabetta Piccolotti dell'Alleanza Verdi e Sinistra. Sono scarse però le possibilità che le modifiche dell'opposizione vadano in porto: il governo ha blindato la manovra, lasciando pochissimo spazio agli emendamenti, compresi quelli della maggioranza. Ma il problema non sono tanto le coperture, quanto il contenuto della riforma. Un punto, questo, su cui difficilmente l'esecutivo sarà disposto a ritornare sui propri passi.

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