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Meloni impone una tregua a Salvini: “Basta attaccare la Ue”

L'incontro tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini

 (ansa)
La premier vede il suo vice leghista dopo le polemiche sulle alleanze in Europa. “Capisco la campagna elettorale ma così ci logoriamo”
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ROMA - «Non possiamo affrontare altri sei mesi così...». Giorgia Meloni non usa mezzi termini davanti all’alleato che ha alzato il tiro sull’Europa, facendo salire la temperatura nella maggioranza. Invita Matteo Salvini ad abbassare i toni, gli propone (impone?) un patto, una tregua, una moratoria. Niente più attacchi ai vertici dell’Ue, in un momento in cui il governo è impegnato in una delicatissima trattativa sul Patto di stabilità, sul Mes, sul Pnrr. Il passaggio centrale di un incontro lungo un’ora, chiesto dalla premier dopo le polemiche esplose con il raduno dell’ultradestra a Firenze e con le critiche di Salvini alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Un faccia a faccia non previsto, che si conclude con una posizione formale comune: il clima — viene riferito da fonti dell’esecutivo — è stato «come sempre amichevole». E il tête-à-tête l’occasione per fare il punto sulla situazione politica e «aggiornarsi sui principali dossier». È confermata «la piena sintonia p…

ROMA - «Non possiamo affrontare altri sei mesi così...». Giorgia Meloni non usa mezzi termini davanti all’alleato che ha alzato il tiro sull’Europa, facendo salire la temperatura nella maggioranza. Invita Matteo Salvini ad abbassare i toni, gli propone (impone?) un patto, una tregua, una moratoria. Niente più attacchi ai vertici dell’Ue, in un momento in cui il governo è impegnato in una delicatissima trattativa sul Patto di stabilità, sul Mes, sul Pnrr. Il passaggio centrale di un incontro lungo un’ora, chiesto dalla premier dopo le polemiche esplose con il raduno dell’ultradestra a Firenze e con le critiche di Salvini alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Un faccia a faccia non previsto, che si conclude con una posizione formale comune: il clima — viene riferito da fonti dell’esecutivo — è stato «come sempre amichevole». E il tête-à-tête l’occasione per fare il punto sulla situazione politica e «aggiornarsi sui principali dossier». È confermata «la piena sintonia per raggiungere tutti gli obiettivi del programma elettorale con l’ambizione di rivincere le elezioni Politiche al termine della scadenza naturale della legislatura». Fin qui, appunto, l’ufficialità.

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Ma i margini di incertezza sono molti, con un’ombra addirittura sul luogo in cui si è svolto l’incontro: Palazzo Chigi comunica che la sede è stata lo studio della presidente del Consiglio, lo staff di Salvini posta una foto scattata al termine del colloquio che ritrae i due leader in un giardino, forse a Montecitorio. Sarebbe stata fatta dopo. Sicura è l’esigenza, per Meloni, di fermare la spirale di tensione che si è innescata nella sua coalizione: l’invito rivolto a Salvini è di non calcare troppo la mano sulle alleanze a Bruxelles, di rinviare il tema a dopo le Europee: «Capisco la campagna elettorale ma rischiamo di logorarci». E il monito, rivolto al segretario della Lega, è soprattutto quello di non mettere nel mirino le istituzioni dell’Ue, da Von der Leyen a Metsola, con le quali l’esecutivo sta dialogando: domani è in programma l’Ecofin e l’oggetto è il Patto di stabilità. Una riunione che vede protagonista, peraltro, il ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Salvini fa notare di non avere mai mosso rilievi diretti alla premier. L’impegno finale è quello di lavorare, tutti insieme, per un centrodestra unito anche in Europa, ma senza “gabbie” che potrebbero rivelarsi soffocanti: via anche l’idea di un patto anti-inciucio che Salvini vorrebbe proporre per evitare intese future con il Pse.

È una complicata prova di equilibrismo, quella cui si sottopone la premier. Che incontra il segretario della Lega poco prima di incontrare Metsola, la quale peraltro si lancia in grandi apprezzamenti per l’inquilina di Chigi: «È una donna molto forte, pro-Ue, quando parla lei si vede che l’Italia conta». Prima di fornire la sua indicazione per il futuro: «Serve un Centro europeista».

Meloni deve mantenere un volto istituzionale e tenere a bada l’irrequieto compagno di viaggio. Riesce, per ora, a far scrivere le regole d’ingaggio e non a caso, di lì a poco, anche Antonio Tajani a Montecitorio si rifiuta di parlare con i cronisti, evitando di ribadire il no secco del Ppe a intese con Le Pen o Afd. Ma quanto reggerà la tregua? Il clima è migliorato, se è vero che a Trento, nel frattempo, si è risolta la crisi FdI-Lega.

Le distanze, in realtà, sono ancora marcate sulla strategia in vista delle Europee. Salvini continua a dire basta «ai diktat ai partiti sgraditi», rammentando ai dirigenti di Forza Italia che Silvio Berlusconi «sdoganò l’Msi pur di fermare il Pdci-Pds, ora Pd». Tajani, rispondendo a un question time di Davide Faraone (Iv) alla Camera, in aula dribbla l’argomento: ma ha rimarcato come «anche le opposizioni che oggi protestano hanno governato con la Lega senza aver avuto nulla da obiettare». Non è esattamente una manifestazione di vicinanza alla Lega. E dentro Fratelli d’Italia nessuno può assumersi oggi la briga di assicurare una presa di distanze da chi oggi guida l’Ue, “abusivamente” secondo Salvini: mai successo, d’altronde, che un governo del G7 non abbia votato un presidente della commissione europea. Se ci sarà da sostenere un Von der Leyen bis, difficile che l’esecutivo italiano forzerà questa consuetudine.

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