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Primarie, vent’anni di passione dem. Da Prodi a Elly Schlein. A destra la prima volta di Salvini, giusto dieci anni fa

(fotogramma)
La segretaria dem ha messo in discussione il dna del centrosinistra, uno strumento sperimentato per la prima volta da Agazio Loiero nel 2004 in Calabria
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Si fa presto a dire “addio primarie”. Per il Pd equivalgono più o meno alle radici dell’albero, un tempo Ulivo, per altro. Poi Unione, ma poco importa: da Prodi a Veltroni la selezione dal basso è stata una sorta di dna irrinunciabile per la legittimazione stessa della loro leadership. E così è stato fino a Elly Schlein, appunto. Adesso non le archivia, certo, dice: “Sono uno strumento valido che però dipende dal contesto locale”. Come dire, se nelle città e nelle regioni che andranno al voto tra pochi mesi il voto all’interno della coalizione dovesse dividere anziché unire le forze che la compongono, allora varrà la pena sedersi attorno a un tavolo e “parliamone”, forse si farà prima. E meglio.

Era il 26 febbraio, l’ex assessora romagnola riusciva a ribaltare il responso del partito e sconfiggere proprio nei gazebo il vincitore designato, il governatore Stefano Bonaccini. Era l’inizio della storia nuova della prima leader donna a sinistra, quella che “non l’hanno vista arrivare”. Fuo…

Si fa presto a dire “addio primarie”. Per il Pd equivalgono più o meno alle radici dell’albero, un tempo Ulivo, per altro. Poi Unione, ma poco importa: da Prodi a Veltroni la selezione dal basso è stata una sorta di dna irrinunciabile per la legittimazione stessa della loro leadership. E così è stato fino a Elly Schlein, appunto. Adesso non le archivia, certo, dice: “Sono uno strumento valido che però dipende dal contesto locale”. Come dire, se nelle città e nelle regioni che andranno al voto tra pochi mesi il voto all’interno della coalizione dovesse dividere anziché unire le forze che la compongono, allora varrà la pena sedersi attorno a un tavolo e “parliamone”, forse si farà prima. E meglio.

Era il 26 febbraio, l’ex assessora romagnola riusciva a ribaltare il responso del partito e sconfiggere proprio nei gazebo il vincitore designato, il governatore Stefano Bonaccini. Era l’inizio della storia nuova della prima leader donna a sinistra, quella che “non l’hanno vista arrivare”. Fuori dal suo ufficio al Nazareno campeggia ancora, come un “memento”, la foto simbolo della fondazione del Pd: cinque candidati alle primarie del 14 ottobre 2007, il vincitore Walter Veltroni ma anche l’outsider Mario Adinolfi, allora non ancora estremista dell’ortodossia vetero-cattolica.

"Uno strumento prezioso”

Allora furono oltre tre milioni e mezzo i militanti che si misero in fila, “una risposta all’antipolitica”, al V-Day di Beppe Grillo, si disse. Un successo, come un trionfo furono le primarie del 14 ottobre di due anni prima per lanciare Romano Prodi leader del centrosinistra. In coda anche i banchieri Passera e Profumo, manager e un calciatore, l’attaccante del Livorno Cristiano Lucarelli. Quattro milioni alle urne che fecero esultare il dem Arturo Parisi, considerato l’inventore delle primarie all’italiana: “Un risultato così se lo sognano, in America”.

“Uno strumento prezioso per la democrazia che non va più abbandonato dal Pd”, sentenzia Goffredo Bettini, regista della candidatura di Ignazio Marino alla segreteria nel 2009, corsa vinta da Pier Luigi Bersani su Dario Franceschini e il chirurgo dem. “Iscritti ed elettori non sono due razze diverse”, si azzarda a dire il neo segretario centrando in pieno una delle linee di faglia della questione che arriverà sino all’ascesa della stessa Schlein quando, come è noto, il voto degli elettori ribalterà quello degli iscritti.

Quello del rapporto tra partito e popolo è di certo uno dei mantra che accompagna il rito dei gazebo. “Ho vinto perché avevo i big contro, la gente è stufa della nomenklatura”, è la dichiarazione di guerra con cui nel febbraio 2009 Matteo Renzi si affacciava sulla scena nazionale conquistando il comune di Firenze. È proprio nel fuoco delle primarie che il rottamatore affilerà la lama, prima perdendole (dicembre 2012) contro il rappresentante della “ditta” Bersani, quando si doveva decidere chi candidare a premier, poi prendendosi il Nazareno (e poi Chigi) giusto un anno dopo asfaltando Gianni Cuperlo ma lasciando a casa centinaia di migliaia di democratici. Un’emorragia che verrà certificata alla sua rielezione, con una partecipazione di solo un milione e ottocentomila votanti.

I primi esperimenti

Lontani dagli entusiasmi degli albori – dello strumento e del progetto unico di centrosinistra – , come nel gennaio del 2005 quando Nichi Vendola “il pirata” (copyright Bertinotti) si impose in Puglia su Francesco Boccia rompendo lo schema Ds-Margherita. “Partiti battuti, ha vinto lo spirito dell’Ulivo”, osservò Prodi.

Ulivo, che sperimentò per la prima volta la strada delle primarie nel novembre del 2004, quando, pagando 10 euro, 2.571 grandi elettori si recarono nel centro agroalimentare di Lamezia Terme e indicarono il presidente della Regione Calabria. Vinse l’ex dc e Margherita Agazio Loiero. Marco Minniti, regista dell’operazione, così salutò la vittoria e lo strumento per raggiungerla: “È la più grande innovazione politica di questi ultimi dieci anni. Non è Roma a dettarci i tempi e i nomi, siamo noi che scegliamo i nostri uomini. Portare tanta gente, e vederla venire tutta, va oltre il punto più alto delle nostre aspettative. Sfidiamo il centrodestra a fare altrettanto”.

A destra

Già, il centrodestra. Bloccato dalla leadership carismatica di Silvio Berlusconi, non è stato esattamente il campo dove le primarie hanno attecchito. “Non sono di destra”, sentenziò Vittorio Feltri una volta per tutte. Anche se, un paio di eccezioni ci sono e sono, alla luce dei fatti, significative.

Per dire, chi le primarie riuscì a organizzarle, anche se un po’ a modo suo (era l’unica candidata), fu l’attuale premier Giorgia Meloni. In febbraio 2014, e si correva per le “primarie delle idee” dell’appena concepito Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale. L’altro leader incoronato dai gazebo, fu invece Matteo Salvini, che con l’82% dei voti – 8.162 preferenze contro 1.833 – sbaragliò il fondatore Umberto Bossi imprimendo la svolta sovranista del Carroccio. Giusto dieci anni fa, il 7 dicembre 2013. "Marine Le Pen non è il mostro che dipingono", disse a caldo il neo segretario auspicando un suo intervento al successivo congresso di Torino.

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