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Toghe | Tra Delmastro e Salvini la giustizia è in pericolo

Matteo Salvini nel 2019 quando era ministro dell'Interno

 
Il leader leghista sul caso del gioielliere Roggero viola il quinto comandamento che invita tutti a “non uccidere”. Questa è Toghe, la newsletter sulla giustizia di Liana Milella. Qui il link per iscriversi
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Tra Delmastro e Salvini la giustizia è in pericolo. Da una parte il sottosegretario che vuole “spezzare le reni” alla magistratura e dall’altra il capo della Lega che solidarizza con i gioiellieri da Far West. Ci vorrebbe un Guardasigilli autorevole pronto a difendere i giudici schierandosi dalla parte della legge contro chi la sovverte platealmente. Invece Carlo Nordio su Andrea Delmastro tace per la seconda volta, e del collega Matteo Salvini pare non accorgersi neppure.

Ma la battaglia del leghista, che è stato ministro dell’Interno e ora delle Infrastrutture, nonché veste i panni di capo della Lega, è antica. Gli slogan sempre gli stessi. Sulla legittima difesa “allargata” Salvini ci vive per acchiappare voti da oltre una quindicina d’anni. Da molto tempo prima che venisse approvata la legge sulla legittima difesa. Era il 26 aprile 2019, il governo era quello gialloverde, e l’allora titolare del Viminale era proprio lui. E con questo vestito addosso, il 23 febbraio, era entrato ne…

Tra Delmastro e Salvini la giustizia è in pericolo. Da una parte il sottosegretario che vuole “spezzare le reni” alla magistratura e dall’altra il capo della Lega che solidarizza con i gioiellieri da Far West. Ci vorrebbe un Guardasigilli autorevole pronto a difendere i giudici schierandosi dalla parte della legge contro chi la sovverte platealmente. Invece Carlo Nordio su Andrea Delmastro tace per la seconda volta, e del collega Matteo Salvini pare non accorgersi neppure.

Ma la battaglia del leghista, che è stato ministro dell’Interno e ora delle Infrastrutture, nonché veste i panni di capo della Lega, è antica. Gli slogan sempre gli stessi. Sulla legittima difesa “allargata” Salvini ci vive per acchiappare voti da oltre una quindicina d’anni. Da molto tempo prima che venisse approvata la legge sulla legittima difesa. Era il 26 aprile 2019, il governo era quello gialloverde, e l’allora titolare del Viminale era proprio lui. E con questo vestito addosso, il 23 febbraio, era entrato nel carcere delle Novate a Piacenza per incontrare l’imprenditore Angelo Peveri che 8 anni prima aveva inseguito e ucciso un ladro ed era stato condannato. “Per lui vado da Mattarella” disse quella volta, ovviamente seguito da telecamere e cronisti. Sul caso la Cassazione scrisse che Peveri aveva agito “con modalità odiose, sparando da molto vicino in pieno petto alla vittima dopo averla percossa, e quindi non merita le attenuanti perché animato dalla volontà non già di bloccare i ladri, ma di dar loro una lezione”.

Ma stavolta per “l’esecuzione” di Cuneo - perché di questo si tratta come dimostra la sentenza - la solidarietà di Salvini va decisamente oltre. Bisogna guardarlo bene, anche più di una volta, il video che ferma le immagini su Mario Roggero, il gioielliere di 68 anni di Grinzane Cavour, a cui la Corte di Assise di Asti ha inflitto 17 anni di carcere, tre in più di quelli che aveva chiesto il pm Davide Greco. Definendolo “un giustiziere privato, impulsivo, irascibile“. Da parte dello sparatore nessun pentimento quando dice “non provo niente, mi spiace sia successo, ma o io o loro “. E ancora: “Ognuno ha il proprio destino, loro hanno avuto il loro“.

Non bisogna perdere un frame di questo video, che ha fatto rabbrividire chi lo ha visto al processo, avendo in mente il quinto comandamento che dice “non uccidere“. E invece il gioielliere impugnando una pistola sembra girare un film della serie guardie e ladri. Peccato che lui non sia una guardia. E i due ladri siano ormai fuori dal suo negozio, ma lui li insegue, gli spara addosso anche quando sono a terra. E li uccide.

Ma andiamo oltre Roggero. E chiediamoci se un ministro della Repubblica, che sicuramente avrà visto il video, può solidarizzare con chi ha sparato. Può chiamare il gioielliere ed esprimergli “vicinanza umana“ assicurandogli che “non dimenticherà mai il suo caso“. E facendo un annuncio allarmante perché dice che si batterà “con determinazione perché venga approvata la riforma della giustizia”. In Italia, terra di giuristi e di codici, c’è da rimanere basiti a sentire che a riscrivere le regole possa essere un ministro che teorizza il Far West. Giusto mentre, ad Aosta, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove - sì, proprio quello che ha passato al collega di partito e compagno di casa Giovanni Donzelli le carte dei servizi segreti delle carceri per attaccare il Pd - annuncia che il governo, e naturalmente il suo partito, vuole “spezzare le reni alla magistratura”. Parole fasciste per attaccare i giudici, mentre Salvini in contemporanea ne distrugge il lavoro e per questo vuole cambiare le leggi sulla giustizia. Non solo i giudici sono in pericolo, ma lo sono tutti i cittadini se un caposaldo della democrazia come la magistratura finisce per diventare solo vittima dei Delmastro e dei Salvini.

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