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Stop da FdI al terzo mandato dei governatori

Giorgia Meloni

 (ansa)
Per le Regionali, il partito di Meloni punta sul ricambio e vorrebbe togliere il Veneto alla Lega. “A noi pochi presidenti rispetto a quanto valiamo”
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ROMA – Giorgia Meloni, ufficialmente, non ha ancora deciso. Ma è solo una strategia per evitare di aprire un nuovo scontro in seno alla maggioranza. Nel suo entourage lo sanno tutti cosa pensa la presidente del Consiglio a proposito dell’abolizione del tetto dei due mandati per i presidenti di Regione: la legge che vieta di andare oltre — ossia di rieleggere gli uscenti già confermati una volta — va bene così e non si tocca. Con buona pace di Matteo Salvini che, assediato dal pressing di Luca Zaia e dei governatori del Nord, sta provando a scardinare il limite destinato a spedire il Doge del Veneto al capolinea entro un anno e mezzo.

Nel corso di una serie di riunioni riservate con gli alleati, Fratelli d’Italia ha più volte espresso la sua contrarietà a modificare la norma, che per avere effetto deve essere approvata dai vari consigli regionali (e non tutti l’hanno fatto). Posizione dettata dalla volontà di intercettare, anche nei territori, il vento del consenso che gonfia le v…

ROMA – Giorgia Meloni, ufficialmente, non ha ancora deciso. Ma è solo una strategia per evitare di aprire un nuovo scontro in seno alla maggioranza. Nel suo entourage lo sanno tutti cosa pensa la presidente del Consiglio a proposito dell’abolizione del tetto dei due mandati per i presidenti di Regione: la legge che vieta di andare oltre — ossia di rieleggere gli uscenti già confermati una volta — va bene così e non si tocca. Con buona pace di Matteo Salvini che, assediato dal pressing di Luca Zaia e dei governatori del Nord, sta provando a scardinare il limite destinato a spedire il Doge del Veneto al capolinea entro un anno e mezzo.

Nel corso di una serie di riunioni riservate con gli alleati, Fratelli d’Italia ha più volte espresso la sua contrarietà a modificare la norma, che per avere effetto deve essere approvata dai vari consigli regionali (e non tutti l’hanno fatto). Posizione dettata dalla volontà di intercettare, anche nei territori, il vento del consenso che gonfia le vele al primo partito del Paese. “Detta brutalmente”, spiega uno degli uomini più vicini alla premier, “noi di presidenti ne abbiamo pochi rispetto a quello che valiamo nelle urne. Se dessimo via libera al terzo mandato, dove c’è la sinistra rivince la sinistra e dove c’è il centrodestra si ricandidano quelli che ci sono già e non sono i nostri”.

Chiaro l’obiettivo: lasciare tutto come sta per favorire il ricambio al vertice delle Regioni. Marche e Abruzzo non sono sufficienti a restituire la forza che i meloniani esprimono a livello nazionale. Nel 2025 si voterà in una grossa fetta di Nord (Emilia Romagna, Veneto e Liguria) e di Sud (Campania e Puglia) e i fedelissimi della prima ministra puntano a fare il pieno. Ai danni del Pd, ma anche (e soprattutto) della Lega.

Ecco perché quando ieri Antonio Tajani ha formalizzato il no di Forza Italia al terzo mandato, sposando la linea di FdI, gli amministratori del Carroccio sono saliti sulle barricate, costringendo Salvini a uscire allo scoperto. “Il blocco dei due mandati è qualcosa di anacronistico”, ha subito tuonato Zaia: “Ci sono solo due cariche che sono elette direttamente dai cittadini, il sindaco e il presidente della Regione, e guarda caso il blocco vale solo per loro”. Ancor più duro il governatore del Friuli Massimiliano Fedriga: “Nella riforma condivisa del premierato non mi risulta ci siano limiti di mandato e penso che, se ci fossero, non sarebbero corretti, perché il cittadino esprime attraverso il voto la sua scelta e limitarla è qualcosa di molto lontano dal principio democratico”.

In scia il collega ligure Giovanni Toti: “Mi sembra assurdo che un governo che vara una legge sull’elezione diretta del capo del governo senza limiti di tempo e di mandato poi, quando si cala sui territori, voglia confermare un limite che esiste solo in Italia. Ovvero: si potrà essere eletti a vita premier, se i cittadini lo vorranno, ma non sindaco o presidente di regione”. Una rivolta che il leader leghista intende cavalcare: “Se chi va a votare sceglie ancora quel sindaco o quel governatore dovrebbe avere il diritto di farlo”, sentenzia Salvini. Una posizione destinata a pesare nella partita a scacchi sulle riforme che sta spaccando la maggioranza di governo.

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