In Trentino la prima crisi FdI. Partito spaccato, volano gli stracci: “Gestione locale catastrofica”
di Gabriele BartoloniClaudio Cia
La prima crisi di Fratelli d’Italia parte dal profondo Nord. Per giorni è stata derubricata come poco più che una scaramuccia locale, ma il caos in Trentino è già arrivato tra gli scranni di Montecitorio. L’ultimo atto della saga, iniziata con le elezioni nella provincia autonoma di Trento, riguarda l'addio - già nell’aria - del consigliere Claudio Cia, ora passato al gruppo misto. L'esponente di FdI ha deciso di abbandonare il gruppo meloniano in consiglio provinciale in polemica con il commissario trentino del partito. Non un esponente qualunque, bensì il deputato Alessandro Urzì, subentrato come capo locale al fedelissimo di Giorgia Meloni, nonché ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
Nelle parole con cui Cia ha annunciato l’addio, c’è tutto il rancore verso una gestione del partito considerata, senza mezzi termini, “catastrofica”. “Con lui (Urzì ndr) ha prevalso lo scontro interno e verso gli alleati di coalizione con un uso sguaiato di termini che hanno ra…
La prima crisi di Fratelli d’Italia parte dal profondo Nord. Per giorni è stata derubricata come poco più che una scaramuccia locale, ma il caos in Trentino è già arrivato tra gli scranni di Montecitorio. L’ultimo atto della saga, iniziata con le elezioni nella provincia autonoma di Trento, riguarda l'addio - già nell’aria - del consigliere Claudio Cia, ora passato al gruppo misto. L'esponente di FdI ha deciso di abbandonare il gruppo meloniano in consiglio provinciale in polemica con il commissario trentino del partito. Non un esponente qualunque, bensì il deputato Alessandro Urzì, subentrato come capo locale al fedelissimo di Giorgia Meloni, nonché ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
Nelle parole con cui Cia ha annunciato l’addio, c’è tutto il rancore verso una gestione del partito considerata, senza mezzi termini, “catastrofica”. “Con lui (Urzì ndr) ha prevalso lo scontro interno e verso gli alleati di coalizione con un uso sguaiato di termini che hanno rasentato l'offesa”. Il riferimento è allo scontro con la Lega andato in scena all’indomani delle elezioni che hanno confermato Maurizio Fugatti alla presidenza della provincia autonoma. Il governatore, complici i deludenti risultati di FdI, aveva deciso di disattendere i patti pre-elettorali nominando come vice un esponente della sua lista civica anziché la meloniana Francesca Gerosa. In compenso Cia era stato nominato assessore alle Politiche sociali contro le aspettative di Urzì che fin da subito ha spinto (e poi ottenuto) la vicepresidenza per Gerosa. Ma Cia era rimasto aggrappato alle deleghe nonostante la contrarietà di Urzì. L’impasse si è poi sbloccata quando da Fugatti è arrivato il via libera alla vicepresidenza di Gerosa in cambio del ritiro delle deleghe a Cia, poi reindirizzate sulla leghista Giulia Zanotelli.
Uno smacco che ha creato una vera e propria spaccatura all'interno del partito, con tanto di ripercussioni al livello nazionale: fino a Montecitorio, appunto. La deputata Alessandra Ambrosi si è subito schierata dalla parte di Cia diffondendo un comunicato al vetriolo - arrivato nel giorno dell'autosospensione dell’ormai ex consigliere FdI - con una fila di accuse nei confronti di Urzì, anche lui deputato. Gli attacchi sono pesantissimi. Ambrosi parla di "ennesima sconfitta del commissario Urzì”, accusandolo di “atteggiamenti non compatibili con il suo ruolo", “intimidazioni politiche, incontinenze verbali e bavaglio alle chat dei militanti”. Secondo Ambrosi tra i militanti il malcontento è fortissimo: “Molti - sostiene - sono tentati di strappare la tessera e andare via.
La replica di Urzì non si è fatta attendere: “Ambrosi si sta collocando fuori dalla linea ufficiale del partito”, ha detto. Per poi annunciare che le sue dichiarazioni saranno presto valutate “nelle sedi interne al partito a livello nazionale e locale”, ha aggiunto ricordando come Ambrosi sia “già destinataria di due provvedimenti al collegio di garanzia (probiviri) per atteggiamenti contrari all'interesse del partito”. Chissà che lo screzio non finirà con il ritorno della deputata tra le file del Carroccio, partito con cui è stata eletta nel 2018 prima di passare in FdI nel 2021 in protesta con l’appoggio leghista al governo Draghi.
Tutt’altro che scaramucce, dunque. In Trentino il partito di Giorgia Meloni è allo sbando. I litigi tra alleati sono presto tramutati in scontro interno. E il tutto si incrocia con il difficile rapporto tra i partiti di maggioranza in vista delle Europee e, soprattutto, con le trattative sulla scelta dei candidati presidenti da scegliere per le elezioni regionali del prossimo anno. Si andrà al voto in Piemonte, Abruzzo, Umbria, Basilicata e Sardegna. Il primo test - quello trentino - ha visto trionfare il centrodestra, ma il caos è dietro l’angolo.