Barbera, quel prof “migliorista” che guiderà la Consulta. La destra: “Staremo in guardia”
di Liana MilellaROMA – I primi auguri al “veleno” gli arrivano da Maurizio Gasparri. Un’avvisaglia di guerra quella del vice presidente forzista del Senato contro Augusto Barbera, il giurista che da ieri guida la Consulta e ha incontrato e scambiato idee con Sergio Mattarella. Un “professorone” che sa tutto di riforme costituzionali, perché sono state il sale della sua vita di studioso a Bologna, ma che ha calcato a lungo anche i banchi della politica da deputato prima del Pci e poi del Pds per ben cinque legislature. Un “migliorista” doc. E questo lo rende pericoloso perché dei giochetti parlamentari sa tutto.
Tant’è che lo dimostra nella sua prima conferenza stampa. Un secco richiamo al Parlamento perché nomini subito il giudice costituzionale mancante, tant’è che in 13 hanno eletto Barbera, e mancava solo il suo voto. Ma anche bacchettate sul sistematico abuso di decreti e maxi emendamenti usati a profusione dal governo Meloni. Se tutta la politica, di destra e di sinistra, gli fa gli auguri, Gasp…
ROMA – I primi auguri al “veleno” gli arrivano da Maurizio Gasparri. Un’avvisaglia di guerra quella del vice presidente forzista del Senato contro Augusto Barbera, il giurista che da ieri guida la Consulta e ha incontrato e scambiato idee con Sergio Mattarella. Un “professorone” che sa tutto di riforme costituzionali, perché sono state il sale della sua vita di studioso a Bologna, ma che ha calcato a lungo anche i banchi della politica da deputato prima del Pci e poi del Pds per ben cinque legislature. Un “migliorista” doc. E questo lo rende pericoloso perché dei giochetti parlamentari sa tutto.
Tant’è che lo dimostra nella sua prima conferenza stampa. Un secco richiamo al Parlamento perché nomini subito il giudice costituzionale mancante, tant’è che in 13 hanno eletto Barbera, e mancava solo il suo voto. Ma anche bacchettate sul sistematico abuso di decreti e maxi emendamenti usati a profusione dal governo Meloni. Se tutta la politica, di destra e di sinistra, gli fa gli auguri, Gasparri annuncia che la maggioranza «userà la stessa libertà di espressione di fronte ad alcune sentenze della Corte, più simili a un volantino di propaganda che a un trattato di diritto».
La magistratura, dopo gli altolà di Guido Crosetto, era già sotto tiro. Ora tocca alla Consulta. Ma Barbera, per gli 85 anni che ha vissuto tra politica e giustizia, nominato da Giorgio Napolitano tra i saggi che dovevano rivedere la Costituzione, ministro per i Rapporti con il Parlamento del governo Ciampi pronto a dimettersi dopo il no delle Camere all’autorizzazione a procedere per Craxi, appare ben attrezzato per difendere se stesso, la Corte e la Carta. Il la glielo dà Franco Modugno, il giudice di qualche mese più anziano che invia ai colleghi una lettera d’investitura in cui dimostra che Barbera, per studi e progetti sulla Costituzione, è “il migliore di tutti noi”.
Che farà Barbera nel suo anno di presidenza mentre incombe la riforma del premierato? Ecco il richiamo a eleggere «quanto prima» il giudice mancante. Una Corte che «nessuno può occupare perché con le regole vigenti ciò non può succedere». Ed eccoci alla bacchettata sull’abuso dei decreti e dei maxi emendamenti. «La richiesta del voto di fiducia è espressione di una debolezza della maggioranza. I maxi emendamenti sono obbrobriosi perché raccolgono istanze, interessi e progettini che i parlamentari non riescono nemmeno a conoscere e su cui si chiede la fiducia. Tutto questo crea problemi e la Corte non può che essere preoccupata da quest’alterazione. Stiamo attenti a non trasformare espressioni di debolezza dei governi in espressioni di prevaricazione». Parole durissime che poi Barbera, preso quasi dallo scrupolo di aver esagerato, cerca di attenuare, «ho detto solo che ci si può ricorrere, ma dando più spazio ai parlamentari». Ma arriva la nuova rampogna, «il mio è un invito a considerare voti di fiducia e maxi emendamenti come anomalie costituzionali».
Il suo giudizio critico non cambia. E lo si ritrova in un suo libro appena ristampato in cui scrive che “alcune di queste prassi - Dpcm, decreti, fiducia, maxi-emendamenti – sono in netto contrasto con la Costituzione del 1948”, ma soprattutto sono “un’espressione di debolezza, e non di forza, del Primo ministro”. Pur espertissimo regionalista sull’autonomia differenziata si trincera dietro un «io non ho un parere», salvo aggiungere che «sia un buon sistema o un sistema da rifiutare è scelta della politica. E anche del corpo elettorale se non dovesse raggiungere la maggioranza dei due terzi». Eccoli i due terzi che tornano. Sono un messaggio alla politica. Perché le buone riforme non faticano con i numeri come quelle cattive che incappano nei referendum. Quelli di cui Barbera è un grande esperto.