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Meloni minaccia il veto sul Patto di stabilità. E già mette in conto una manovra correttiva a luglio

(ansa)
La premier alza l’asticella della trattativa con Bruxelles per ottenere condizioni migliori sui vincoli Ue per i prossimi anni
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BRUXELLES-ROMA - Su una cosa Giorgia Meloni non mente: l’Italia non intende firmare un Patto di stabilità che non può mantenere. Lo ha spiegato ieri in Senato, prima di partire per il Consiglio europeo a Bruxelles, dove nella notte ha incontrato i leader francese e tedesco, Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Nel suo intervento a Palazzo Madama non ci ha girato attorno: «Non escludo nessuna scelta», ha detto, neanche il veto italiano. E non intende farlo, tanto da minacciare un clamoroso blocco imposto da Roma, perché Palazzo Chigi conosce l’enorme montagna da scalare nei prossimi mesi. Una montagna che un accordo al ribasso renderebbe ancora più impervia. Mentre la premier si prepara infatti a varare una manovra magra, già ufficiosamente si ragiona delle prossime mosse.

E si considera quasi scontata, questo è il fardello politico che la presidente del Consiglio deve sopportare, la necessità di un altro intervento sui conti pubblici già nel luglio del 2024. Una manovra correttiva ch…

BRUXELLES-ROMA - Su una cosa Giorgia Meloni non mente: l’Italia non intende firmare un Patto di stabilità che non può mantenere. Lo ha spiegato ieri in Senato, prima di partire per il Consiglio europeo a Bruxelles, dove nella notte ha incontrato i leader francese e tedesco, Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Nel suo intervento a Palazzo Madama non ci ha girato attorno: «Non escludo nessuna scelta», ha detto, neanche il veto italiano. E non intende farlo, tanto da minacciare un clamoroso blocco imposto da Roma, perché Palazzo Chigi conosce l’enorme montagna da scalare nei prossimi mesi. Una montagna che un accordo al ribasso renderebbe ancora più impervia. Mentre la premier si prepara infatti a varare una manovra magra, già ufficiosamente si ragiona delle prossime mosse.

E si considera quasi scontata, questo è il fardello politico che la presidente del Consiglio deve sopportare, la necessità di un altro intervento sui conti pubblici già nel luglio del 2024. Una manovra correttiva che arriverebbe in estate, dopo la chiusura dei conti 2023 di Eurostat. È allora che la Commissione - che per il 2024 ha rinviato da aprile a giugno le sue raccomandazioni, per non interferire con la campagna elettorale delle Europee - potrebbe chiedere all’Italia e ad altri Paesi di rientrare dal deficit eccessivo, fissato dalla Nadef al 5,3% nel 2023 (e con un programmatico del 4,3% nel 2024). Un passaggio che nell’esecutivo confidano essere sostenibile. Che valutano come la conseguenza di quattro anni di sospensione delle regole del Patto a causa del Covid, sicuramente. Ma che andrà fatto, con costi politici evidenti.

Per questo conta molto la trattativa sul Patto: non tanto perché legata alla manovra in corso - i cui pilastri sono stati concordati con Bruxelles - quanto perché rappresenta la cornice nella quale si inseriranno le prossime leggi di bilancio. Se rigore deve essere, è la speranza dell’esecutivo, che sia almeno accompagnato da un orizzonte che includa regole più flessibili in futuro. Senza, l’agibilità dell’esecutivo in politica economica sarebbe nulla. Con pesanti conseguenze sul consenso di Meloni.

I conti pubblici, non l’ha negato neanche la premier al Senato, devono sopportare diversi fattori negativi. Meloni si è concentrata sulla voragine generata dal Superbonus, ma non vanno dimenticate le previsioni di crescita e di deficit già riviste in negativo nell’ultimo trimestre. I numeri della Nadef potrebbero infatti essere obsoleti, a causa della frenata del Pil (già a settembre le stime sono scese allo 0,8% contro l’1% di primavera). Ma non basta. A breve sono attesi alcuni dati dell’economia cinese: preoccupano e potrebbero generare un peggioramento anche in Europa. E poi c’è la crisi seguita agli attacchi di Hamas del 7 ottobre: ha congelato dinamiche sfavorevoli al governo Meloni sul fronte del finanziamento del debito, ma presenterà presto il conto. La somma di queste cause genera ansia e spinge Meloni a irrigidirsi nella trattativa sul Patto.

Giancarlo Giorgetti è stato chiaro, in occasione dell’ultimo Ecofin: non daremo il nostro assenso a un’intesa che non possiamo sostenere. I ragionamenti che accompagnano questa presa d’atto - condivisi da Chigi - sono sostanzialmente questi: può essere addirittura meglio il ritorno alle vecchie regole che l’introduzione di un regime mai testato, che di certo penalizza un’economia ad alto tasso di indebitamento. In questa chiave, Meloni ha detto: «Bisogna fare una valutazione su quello che è meglio per l’Italia, sapendo che senza un accordo si torna ai precedenti parametri». È una posizione negoziale, perché farà di tutto per cercare comunque un compromesso con la Germania, il vero freno alla flessibilità richiesta dall’Italia. Un regime transitorio fino al 2027 servirebbe infatti ad ammortizzare (almeno in parte) le politiche di austerità che comunque l’esecutivo dovrà presto adottare. È in questo clima che si apre oggi a Bruxelles il Consiglio europeo, in vista dell’Ecofin straordinario sul Patto tra il 18 e il 21 dicembre. Con la questione del Mes che sembra ormai un rumore di fondo, utile a Meloni per attaccare i 5Stelle: a Palazzo Madama la premier sventola il fax con cui a fine gennaio 2021 Luigi Di Maio, allora ministro degli Esteri del dimissionario governo Conte, diede il via libera alla modifica del trattato.

Il nodo, è chiaro, resta spinoso. Ma la leader intende chiudere la partita del Patto di stabilità prima di affrontare il Salva Stati. La ratifica è sì all’ordine del giorno della Camera, ma i tempi della discussione del decreto Anticipi si allungano. Al punto che le opposizioni accusano Meloni di «autostruzionismo», per fare slittare la delicata conta sul Mes al 2024.

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