Consulta, incostituzionali i maxi emendamenti che contengono norme estranee alle finalità del decreto legge
di Liana MilellaROMA - Non c’era solo il Barbera-pensiero dietro la ramanzina sui maxi emendamenti del governo che ampliano a dismisura il contenuto dei decreti legge. Pronunciata dal neo presidente giusto nel corso della conferenza stampa di insediamento. Con parole forti: “I maxi emendamenti sono obbrobriosi perché raccolgono istanze, interessi e progettini che i parlamentari non riescono nemmeno a conoscere e su cui si chiede la fiducia. Tutto questo crea problemi e la Corte costituzionale non può che essere preoccupata da quest’alterazione. Stiamo attenti a non trasformare espressioni di debolezza dei governi in espressioni di prevaricazioni".
Ma dietro queste parole c’era anche una sentenza firmata dallo stesso Augusto Barbera e dal giudice relatore Marco D’Alberti, ex consigliere giuridico a palazzo Chigi di Mario Draghi e scelto da Mattarella per la Corte. Per giunta una sentenza depositata l’11 dicembre, cioè il giorno prima dell’elezione di Barbera. Sentenza che riguarda un atto del preceden…
ROMA - Non c’era solo il Barbera-pensiero dietro la ramanzina sui maxi emendamenti del governo che ampliano a dismisura il contenuto dei decreti legge. Pronunciata dal neo presidente giusto nel corso della conferenza stampa di insediamento. Con parole forti: “I maxi emendamenti sono obbrobriosi perché raccolgono istanze, interessi e progettini che i parlamentari non riescono nemmeno a conoscere e su cui si chiede la fiducia. Tutto questo crea problemi e la Corte costituzionale non può che essere preoccupata da quest’alterazione. Stiamo attenti a non trasformare espressioni di debolezza dei governi in espressioni di prevaricazioni".
Ma dietro queste parole c’era anche una sentenza firmata dallo stesso Augusto Barbera e dal giudice relatore Marco D’Alberti, ex consigliere giuridico a palazzo Chigi di Mario Draghi e scelto da Mattarella per la Corte. Per giunta una sentenza depositata l’11 dicembre, cioè il giorno prima dell’elezione di Barbera. Sentenza che riguarda un atto del precedente governo e fissa dunque una posizione della Consulta su decreti e maxi emendamenti che non può essere etichettata come “politica” in chiave anti Meloni visto che il provvedimento “bocciato” appartiene al governo Draghi.
La sentenza accoglie un ricorso del Consiglio della giustizia amministrativa della Regione siciliana contro il decreto anti Covid battezzato Sostegni bis e divenuto, due mesi dopo la sua uscita da palazzo Chigi, un maxi emendamento. Che contiene anche una norma sulle Camere di commercio siciliane, con la creazione di un paio di nuove sedi su cui i giudici amministrativi dell’isola si mettono di traverso e bussano alla Consulta. Che li ascolta e gli dà ragione.
Con parole che adesso, dopo quelle di Barbera, conviene rileggere con attenzione perché il governo in carica dovrebbe considerale una sorta di vademecum in vista dei futuri maxi emendamenti. La Corte scrive che “dall’esame della genesi, del contenuto e della ratio della disposizione censurata emerge la sua palese estraneità rispetto ai contenuti e alle finalità del decreto legge in cui è stata inserita”. Un decreto, è necessario sottolinearlo, che nasceva con l’obiettivo di sostenere i settori dell’economia più colpiti dalla pandemia.
Lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quando la legge fu promulgata, il 23 luglio 2021 inviò una lettera ai presidenti di Camera e Senato e allo stesso premier Draghi, in cui sottolineò le discrasie tra il decreto originario e la legge di conversione uscita alla fine dalle aule parlamentari. E disse esplicitamente che alcune modifiche “alla luce del disposto costituzionale sollevano perplessità in quanto perseguono finalità di sostegno non riconducibili all’esigenza di contrastare l’epidemia e fronteggiare l’emergenza, pur intesa in senso ampio, oppure appaiono del tutto estranee, per finalità e materia, all’oggetto del provvedimento“.
Tra queste anomalie, per esempio, c’erano le norme sulla revisione e la nuova istituzione delle Camere di commercio siciliane che non ci “azzeccavano” per niente con un decreto che mirava a rilanciare l’economia dopo la batosta del Covid. Ed è il motivo che spinge adesso la Consulta a dichiarare incostituzionali proprio quelle norme accogliendo la richiesta del giudice amministrativo. La Corte boccia la legge di conversione “per difetto del necessario requisito dell’omogeneità, in assenza di qualsivoglia nesso funzionale tra le disposizioni del decreto legge originario e quella introdotta, con emendamento, in fase di conversione”. E ricorda poi come “da tempo la giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto che il rispetto del requisito dell’omogeneità e dell’interrelazione funzionale tra disposizioni del decreto-legge e quelle della legge di conversione sia di fondamentale importanza per mantenere entro la cornice costituzionale i rapporti istituzionali tra governo, Parlamento e presidente del Repubblica nello svolgimento della funzione legislativa“.
Alla luce di questa sentenza si comprende come il monito del neo presidente Barbera non avesse affatto un sapore “politico”, bensì avesse un fondamento costituzionale molto lineare e preciso. Nessuno governo, a prescindere dal suo “colore”, può violare la Carta. Il decreto legge non può essere usato come un grimaldello per arrivare a una legge di conversione che sfrutta l’urgenza per misure che non la richiedono. Tutto qui. E quindi Meloni e i suoi possono stare tranquilli. Alla Corte siede un presidente il cui obiettivo è far rispettare le regole costituzionali.