✕

Il dilemma delle primarie: a Bari si litiga per l’eredità della primavera pugliese

Ascolta l'audio

Il centrosinistra si divide sul successore di Decaro e fioccano le autocandidature
4 minuti di lettura

BARI - Girare per i vicoli di Bari vecchia con il sindaco Antonio Decaro è come visitare la selva Lacandona in Chiapas accompagnati dal subcomandante Marcos o passeggiare per Roma con Francesco Totti, però senza mai incontrare un tifoso della Lazio. Una cosa contro ogni statistica. «Antò, vin’ qua, fatt’ salut’!», «Antò, s’è rotta la fontanella, pensaci tu». «Antò, mi viene da piangere che te ne vai». La fine del secondo mandato da sindaco si avvicina e Decaro, ex ingegnere Anas, già parlamentare del Partito democratico e attuale presidente dell’Anci, stringe mani, abbraccia e più spesso è abbracciato, accumula selfie, si commuove. «Mi prendono in giro per questo fatto che ogni tanto mi viene da piangere», si schermisce lui. «Ma ora chi ci mandate al posto tuo?», gli chiedono in tanti. Lui, per ora, allarga le braccia. Chi ci mandano? Saperlo. Se ne parla. Si discute. Si litiga pure. L’eccezionalità di Bari e della Puglia, nella mappa delle rogne del Pd e della sinistra, è che qui dop…

BARI - Girare per i vicoli di Bari vecchia con il sindaco Antonio Decaro è come visitare la selva Lacandona in Chiapas accompagnati dal subcomandante Marcos o passeggiare per Roma con Francesco Totti, però senza mai incontrare un tifoso della Lazio. Una cosa contro ogni statistica. «Antò, vin’ qua, fatt’ salut’!», «Antò, s’è rotta la fontanella, pensaci tu». «Antò, mi viene da piangere che te ne vai». La fine del secondo mandato da sindaco si avvicina e Decaro, ex ingegnere Anas, già parlamentare del Partito democratico e attuale presidente dell’Anci, stringe mani, abbraccia e più spesso è abbracciato, accumula selfie, si commuove. «Mi prendono in giro per questo fatto che ogni tanto mi viene da piangere», si schermisce lui. «Ma ora chi ci mandate al posto tuo?», gli chiedono in tanti. Lui, per ora, allarga le braccia. Chi ci mandano? Saperlo. Se ne parla. Si discute. Si litiga pure. L’eccezionalità di Bari e della Puglia, nella mappa delle rogne del Pd e della sinistra, è che qui dopo le liti, almeno, restano buone possibilità di vincere. Altrove è peggio: si scannano per decidere chi sarà il candidato battuto dalla destra.

Potesse presentarsi una terza volta, Decaro stavolta rischierebbe l’80 per cento. L’ultima volta, nel 2019, sfiorò il 70: si era votato per il Comune nello stesso giorno delle Europee e la gran parte dei baresi avevano scelto la Lega su una scheda e Decaro sull’altra. Bari è fluida. Bari è mobile (anche molto pulita, specie per chi viene da Roma). Qui e in Regione il centrosinistra ha costruito per vent’anni un mezzo miracolo politico: un solido blocco di maggioranza in un territorio che, di suo, starebbe dall’altra parte. Un’impresa possibile anche grazie agli errori altrui. Questo era un tempo il regno di Raffaele Fitto e ha provato invano a riprenderselo, figurarsi se ha rinunciato ora che è uno dei ministri più potenti dell’era Meloni. «Ma io dico sempre che Fitto dobbiamo tenercelo stretto, finché a guidare il fronte opposto c’è lui, siamo tranquilli», ghigna Michele Emiliano, che è uno dei pilastri del sistema, prima sindaco del capoluogo e poi governatore già eletto due volte, contestato per la sua tendenza ad arruolare avversari e inglobarli in maggioranza, 5Stelle, ex Forza Italia, ex An, ex tutto, persino il famigerato sindaco di Nardò, Pippi Mellone, in odore di CasaPound («È bravissimo, c’era sintonia umana con lui – spiega Emiliano – ma abbiamo capito che era meglio separare le strade»). Sulla trasversalità di Emiliano c’è una battuta di Massimo D’Alema ai tempi in cui il governatore pareva destinato a fare il leader di Articolo 1. D’Alema incrocia un gruppo di giornalisti e dice: «Smettetela di scrivere che la nostra è una scissione di sinistra radicale, noi abbiamo dentro di tutto, dai comunisti a missini». Pausa studiata, in attesa dell’ovvia domanda: come i missini? «Abbiamo Emiliano». «Io avevo la tessera del Pci, mio padre era missino», dice il governatore. E spiega: «Chi viene con noi lo fa per realizzare il programma, che è di ultrasinistra e sul quale sono sempre stato inflessibile. Io preferisco vincere allargando che perdere rimanendo puro». Un po’ il dilemma del Pd di Elly Schlein, forse. «Ma lei parla con tutti – la difende Emiliano – è come Vendola, comunista e democristiana insieme». Anche lui è un po’ tutto insieme.

La città dei Matarrese e dell’eco-mostro di Punta Perotti, che era in mano a quattro famiglie, ora è meno feudale. Dal Pnrr pioveranno ancora fondi per circa 1 miliardo, anche se restano problemi grandi nelle periferie. Ma la città vecchia, fortino dei clan dove fino a una ventina d’anni fa uscivi scippato o rapinato, se non a piedi davanti, è bonificata al punto da rischiare la gentrificazione: ormai sono più i bed and breakfast che i Nicola. «La prima volta che venni a Bari vecchia da assessore al Traffico per chiudere la zona alle auto – racconta Decaro – si affiancò un tizio e mi fece sentire che aveva la pistola in tasca. Qui in tanti hanno ancora un familiare in galera o nei clan serve pazienza, capacità di ascolto». Stavolta Decaro sarà in corsa per Strasburgo, come altri sindaci dem in uscita, Giorgio Gori e Dario Nardella. Forse come la stessa Schlein, se seguirà il consiglio di uno che conta non solo da queste parti, Francesco Boccia: «Devi candidarti», ha suggerito Boccia alla leader, che aspetta di capire le mosse di Meloni e Salvini. Quando Emiliano concluderà il mandato in Regione, a fine 2025 o primavera 2026, toccherà a Decaro, un’altra staffetta come in Comune. Ma siamo sicuri che Emiliano si farà da parte? O invece cercherà il terzo mandato? «Ho un ego smisurato, ma non al punto da misurarlo solo con un’altra rielezione. Non voglio interrompere la catena generazionale». Si ferma. «Poi, si sa, in politica possono succedere cose imprevedibili…».

I sondaggi per il Comune sono buoni, però un successore designato della star Decaro non c’è, un nome condiviso nemmeno e la situazione si sta ingarbugliando. Tra gli aspiranti candidati ci sono un paio di assessori comunali, Pietro Petruzzelli, il più amato nel Pd locale, e Paola Romano, la più vicina a Schlein; c’è il parlamentare dem Marco La Carra. Molti scommettono sul capo di gabinetto di Decaro, Vito Leccese, che fu giovanissimo parlamentare dei Verdi sul finire della Prima Repubblica, popolarissimo tra i cinquantenni per essere stato protagonista di uno sketch del duo comico Toti e Tata, star della tv pugliese anni Novanta. In campo è già l’avvocato Michele Laforgia, il penalista più famoso della città, una famiglia di sinistra-sinistra, un padre già sindaco per pochi mesi in un lontano passato. Lo ha lanciato Nichi Vendola, padre della primavera pugliese. Decaro storce il naso per il metodo. Emiliano ha dubbi più grandi: «Lo conosco da una vita, è un amico, ma ha quasi la mia età, nessuna esperienza di governo e guida il più grande studio legale della città. Nei cassetti ha gli atti con le intercettazioni di tutti i principali portatori di interessi verso il Comune: è sicuro di poter gestire il conflitto?». Come se ne esce? Altro dilemma tipico del Pd schleiniano. Nel partito c’è chi accusa la segretaria di voler rottamare le primarie. Decaro la pensa come Schlein: «Le primarie si possono fare e si possono non fare. A Firenze la coalizione ha puntato su un nome». Emiliano dice che le primarie sono obbligatorie: «Se il candidato lo sceglie il Pd, l’ha già ammazzato». Laforgia, di primarie non vuol sentire neanche parlare. Nel suo studio professionale, a due passi dalla sede della presidenza della Regione, si viene accolti da un manifesto elettorale del padre, candidato al Senato per i Progressisti di Achille Occhetto nel 1994, oltre che ex sindaco. Nella sala riunioni Laforgia poggia una mano sulla sedia accanto a lui e dice: «Se questa sedia si candida alle primarie e ha gli appoggi giusti, prende diecimila voti. Fosse stato per le primarie, persino Decaro avrebbe rischiato di non diventare sindaco. Servì una telefonata di Emiliano al suo rivale, a metà giornata, per convincerlo a smetterla a fare giochi strani». Tutto vero. In molte zone d’Italia è prassi “rimborsare” l’obolo speso ai gazebo (Emiliano conferma: «Succede») e l’avversario di Decaro stava esagerando, diciamo così. Laforgia potrebbe restare in campo da candidato di M5S e Sinistra Italiana. L’assessore Petruzzelli lo sfida già: «Io sono figlio di camionista, non di sindaco». Per carità, fa punteggio a sinistra. Ma qui, per vincere, conviene spacciarsi tutti per figli di Decaro.

(1.continua)

Leggi i commenti