Alla mostra su Berlinguer la nostalgica rimpatriata degli ex Pci. E Schlein posa davanti al manifesto storico
di Concetto Vecchio(Fotoservizio Concetto Vecchio)
Il primo ad arrivare è Gianni Cuperlo. “Le nuove leve!”, lo accoglie un vecchio compagno. Poi è la volta di Antonio Bassolino, giunto da Napoli. S’informa su certi funzionari del Pci che vivevano in un palazzo del partito. “Sono tutti morti!”, lo informa un’amica. Odore, di sigari, capelli bianchi, risuonano parole come “Ti ricordi? 1976, Pajetta, Marchais, Vietnam”. Vietnam! Ma “è una rimpatriata”, esclama una militante quando spunta Massimo D’Alema. E l’uomo che le sta accanto: “Finché ci si vede…”
La gioiosa macchina da guerra del comunismo italiano si è data appuntamento all’ex Mattatoio, a Testaccio, per l’inaugurazione della mostra su Enrico Berlinguer, fortissimamente voluta da Ugo Sposetti. Andate a vederla, merita. Cinque sezioni. Interattiva. E Berlinguer è sempre Berlinguer. Ma la sensazione che se ne ricava, da questo vernissage nel sole invernale romano, è piuttosto malinconico. La destra governa, occupando ogni ganglio vitale, la sinistra commemora il suo passato.
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Il primo ad arrivare è Gianni Cuperlo. “Le nuove leve!”, lo accoglie un vecchio compagno. Poi è la volta di Antonio Bassolino, giunto da Napoli. S’informa su certi funzionari del Pci che vivevano in un palazzo del partito. “Sono tutti morti!”, lo informa un’amica. Odore, di sigari, capelli bianchi, risuonano parole come “Ti ricordi? 1976, Pajetta, Marchais, Vietnam”. Vietnam! Ma “è una rimpatriata”, esclama una militante quando spunta Massimo D’Alema. E l’uomo che le sta accanto: “Finché ci si vede…”
La gioiosa macchina da guerra del comunismo italiano si è data appuntamento all’ex Mattatoio, a Testaccio, per l’inaugurazione della mostra su Enrico Berlinguer, fortissimamente voluta da Ugo Sposetti. Andate a vederla, merita. Cinque sezioni. Interattiva. E Berlinguer è sempre Berlinguer. Ma la sensazione che se ne ricava, da questo vernissage nel sole invernale romano, è piuttosto malinconico. La destra governa, occupando ogni ganglio vitale, la sinistra commemora il suo passato.
Il Pd è rappresentato da Orlando, Verini, Stumpo, Zingaretti, Martella, Braga, Furfaro, e scusate se dimentichiamo qualcuno. “È arrivato Walter”. Baci e abbracci. Walter Veltroni sembra il compagno di classe che ha fatto fortuna nella Capitale e che torna al paese. Poi si ritrova davanti D’Alema e i due si scambiano una veloce stretta di mano come due condottieri che hanno fatto la guerra dei cent’anni.
Ma quello non è Mollicone? Federico Mollicone, il presidente della Commissione cultura della Camera, il più missino dei meloniani, il pasdaran della egemonia culturale. Un intruso? Proprio lì tra D’Alema e Veltroni, col Borsalino. “Sono qui con spirito istituzionale, e spero che anche la mostra lo sia. Ma non dubito”. Del resto questa mostra ha il placet della presidenza del Consiglio, come ricorderà Sposetti, che da sempre vanta eccellenti rapporti personale con Giorgia Meloni.
Intanto sono arrivati anche Piero Fassino e Pietro Folena, Gilio Napolitano e Luciana Castellina. C’è anche Andrea Segre che sta girando un film sul Pci, con Elio Germano che fa Berlinguer. Tutti aspettano soltanto lei, Elly Schlein. Qui ci sono le radici del suo partito, e lei non poteva mancare, ma si capisce subito che fa parte di un’altra storia, non soltanto di un’altra generazione. Ed è giusto che sia così. I vecchi boss del partito non l’accolgono certo con le fanfare. Si sofferma davanti a un manifesto con la scritta “vota comunista”, per la gioia dei fotografi. Poi guarda una vecchia foto di D’Alema, e quando si gira se lo ritrova davanti: «Sono uscito dalla foto», fa lui.
La mostra contiene cimeli preziosi, come la scrivania di Berlinguer. “Aveva un’incredibile capacità di estraniarsi”, racconta la figlia Bianca. “Noi facevamo un gran baccano, lui stava lì in salotto, davanti allo scrittoio, e scriveva. Davvero non ho mai capito come facesse”. E lo racconta alla figlia Giulia. “Dalla morte di papà è cambiato proprio tutto, ma non l’affetto della gente, quello non è mai venuto meno. E il suo era tutto fuorché un partito personale”.
Un cronista di un’agenzia ferma D’Alema e gli chiede, con gentilezza, “ci sarebbe bisogno anche oggi di un Berlinguer?”. E D’Alema: “È una domanda stupida!”. Il giornalista insiste, e il vecchio Max: “Se vuole le faccio avere il mio libro, diciamo”.
Cosa è piaciuto a Mollicone? I libri di Nietzsche estrapolati dalla biblioteca personale di Berlinguer. Leggeva soprattutto di filosofia. Poi torna ad Atreju e dice: “Colpisce che quello che fu il leader del più grande partito comunista europeo fosse un attento lettore di Machiavelli, Carducci, Nietzsche e Gentile, una formazione e un atteggiamento più pluralista di Schlein, che non accetta il dialogo qui con noi”.
Poi tutti si ritrovano in fondo alla sala, per i discorsi. Lo spazio è strapieno. Parla il sindaco Roberto Gualtieri, Veltroni ricorda che sono venuti anche Antonio Rubbi, Anna Azzolini, la segretaria del leader, e i compagni della Vigilanza. “Con Berlinguer il Pci passa dal 20-25 per cento al 33, e con un leader timido, il che suona blasfemo nel tempo in cui viviamo”, Bianca elogia Sposetti “con te i nostri ricordi sono in buone mani”. Fioccano applausi calorosi. I vecchi compagni si guardano attorno con tenerezza, un mondo è scomparso per sempre, tra mille errori, ma alla fine prevalgono i ricordi belli di quel che si è stati.