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Nel Pd guida chi ha più voti. Il piano per lanciare l’intesa con il M5S e scegliere il leader

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Archiviata la stagione della “vocazione maggioritaria” il cantiere del centrosinistra andrà costruito in Parlamento
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Stati Uniti d’Europa, clima, nuova legge sull’immigrazione, difesa della Costituzione contro la riforma Meloni. Intorno a queste idee il Pd, per un giorno, si è riunito — riunificato? — e ha smesso di essere il solito condominio anarchico di correnti e correntine in cerca d’autore. Ma la vera novità è l’intervento-manifesto di Romano Prodi al forum sull’Europa. Una lectio magistralis, a margine della quale il padre fondatore del centrosinistra in Italia ha, per la prima volta, incoronato Elly Schlein come possibile federatrice della nuova alleanza che si opporrà alla destra. È un passaggio non banale, anche perché Prodi — come è noto — non figurava tra i sostenitori di Schlein alle primarie ed è rimasto in questi mesi in una posizione piuttosto defilata rispetto al nuovo corso dei democratici. Cosa abbia fatto cambiare idea al Professore è facile da comprendere, anche perché è stato egli stesso a indicarlo nel suo intervento. È la natura di questa destra al governo, la sua mancanza di…

Stati Uniti d’Europa, clima, nuova legge sull’immigrazione, difesa della Costituzione contro la riforma Meloni. Intorno a queste idee il Pd, per un giorno, si è riunito — riunificato? — e ha smesso di essere il solito condominio anarchico di correnti e correntine in cerca d’autore. Ma la vera novità è l’intervento-manifesto di Romano Prodi al forum sull’Europa. Una lectio magistralis, a margine della quale il padre fondatore del centrosinistra in Italia ha, per la prima volta, incoronato Elly Schlein come possibile federatrice della nuova alleanza che si opporrà alla destra. È un passaggio non banale, anche perché Prodi — come è noto — non figurava tra i sostenitori di Schlein alle primarie ed è rimasto in questi mesi in una posizione piuttosto defilata rispetto al nuovo corso dei democratici. Cosa abbia fatto cambiare idea al Professore è facile da comprendere, anche perché è stato egli stesso a indicarlo nel suo intervento. È la natura di questa destra al governo, la sua mancanza di autocritica sui fondamentali, la continua ricerca di nemici interni, il dominio quasi plebiscitario dell’informazione pubblica, le alleanze europee con chi l’Unione punta a sfasciarla del tutto per trasformarla in una semplice area di libero scambio. È avendo in mente Orbàn e Le Pen, Abascal e Trump che Prodi ha detto quello che ha detto. Facendo degli studios sulla Tiburtina il controcanto europeista della Atreju sovranista.

Tuttavia è importante anche la postilla aggiunta da Prodi all’endorsement di Schlein come federatrice: “…Sempre che gli altri si facciano federare”. Ecco, il punto debole e ineludibile del centrosinistra resta ancora questo. A dimostrazione che davvero non è più possibile far tornare le lancette indietro all’epoca della vocazione maggioritaria. Di fronte a quel Pd veltroniano, forte della sua spinta programmatica e della freschezza dell’idea, stava infatti un panorama di cespugli. Partiti che, chi più chi meno, non potevano non riconoscerne la supremazia. Ma oggi?

I sondaggi indicano che l’alleanza possibile sarà, per lo meno, a quattro gambe. Con due di queste gambe — democratici e cinque stelle — quasi a pari livello. Difficile immaginare che, prima delle elezioni, volontariamente il Movimento di Giuseppe Conte accetti di fare un passo indietro concedendo a Schlein la leadership. Non accadrà. Però qualcosa sta cambiando dopo la rottura traumatica dello scorso anno su Draghi. In questi mesi i due partiti si sono riavvicinati a piccoli passi.

I leader hanno fatto capolino nelle rispettive piazze. Ci sono lavori in corso per candidature comuni alle regionali e alle amministrative. E in Parlamento, come confida un dem vicino alla segretaria, “ormai il 99 per cento delle volte votiamo insieme”. Questo raccordo, che spesso ha incluso anche Calenda e +Europa, lo si è visto su molti temi, dal salario minimo alla sanità. E, da ultimo, sulla decisione — piccola ma molto potente dal punto di vista simbolico — di concentrare nella lotta contro la violenza di genere tutti i (pochi) fondi della legge di bilancio che il governo ha lasciato nella disponibilità delle opposizioni.

Le differenze che restano, pensiamo solo all’Ucraina, sono ancora rilevanti. Ma c’è una cosa che, a sentire i vertici del M5S, non deve essere dimenticata: il movimento di Grillo, nato anti-sistema e populista, indifferente alla destra e alla sinistra (“Noi siamo sopra”, ricordate?), da tempo ha compiuto una scelta di campo. Il campo è quello progressista, come è chiaro dalla Carta dei principi e dei valori approvata sotto la guida di Conte. Il resto si costruirà nei prossimi mesi, passo dopo passo, dicono all’unisono nei rispettivi quartieri generali. Invitando a guardare al cantiere avanzato della collaborazione quotidiana in Parlamento piuttosto che al macro-tema della coalizione per le Politiche. Ma è chiaro che prima o poi anche quel problema dovrà essere affrontato e andrà concordato un metodo. Anche perché dalle parti di Schlein — e la segretaria in persona lo ha confermato nel suo colloquio con Repubblica pochi giorni fa a Bruxelles — cominciano a pensare che l’appuntamento con il voto politico potrebbe arrivare anche prima dei quattro anni previsti.

Dunque si torna al metodo. Così, come dieci anni fa era il centrodestra a pensare di copiare il centrosinistra e le sue primarie (fu la sfida, poi soffocata sul nascere, di Meloni alla leadership di Berlusconi), adesso alcuni nel futuro “campo progressista” iniziano a guardare in casa del nemico. Le primarie infatti, nonostante le nostalgie uliviste di molti, sembrano un attrezzo inservibile del passato. E anche a livello locale sono diventate più l’eccezione che la regola. E come fa da sempre il centrodestra a scegliere chi guida la coalizione? Il metodo, semplice nella sua brutalità, è quello di chi prende più voti sul campo. Il primo che arriva dà le carte e riceve l’incarico di formare il governo se la coalizione vince le elezioni. È così che il centrodestra è riuscito a tenere insieme forze molto diverse, partiti anti-euro come la Lega e membri del Ppe come Forza Italia, chi faceva il governo con Draghi e chi gli si opponeva fino al giorno prima. “Alla fine — ammettono nei Cinque Stelle — non riusciremo a decidere prima del voto chi sarà il leader o il federatore. Saranno i cittadini a deciderlo per noi”. Non sarà il nuovo Ulivo, questo è sicuro. Ma forse oggi nemmeno un nuovo Prodi basterebbe a tenerlo insieme.

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