“Chiamateci deputate”: lettera di Boldrini a Fontana, anche alla Camera si invoca la parità di genere
di Emanuele Lauria“Chiamateci deputate”. L’ex presidente della Camera Laura Boldrini invia una lettera all’attuale numero uno di Montecitorio, Lorenzo Fontana, invitando colleghi e colleghe a sottoscriverla. La richiesta è quella di declinare al femminile le cariche istituzionali: “Se una donna che siede alla Camera chiede di essere chiamata «la deputata», se una donna a capo di un ministero – scrive Boldrini - chiede di essere chiamata «la ministra», se una donna che è in magistratura chiede di essere chiamata «la giudice», se una donna che fa carriera in polizia chiede di essere chiamata «la commissaria», è per affermare che non c’è più un’esclusiva maschile per certi ruoli e certi lavori, non c’è più una «normalità» maschile della quale le donne sarebbero provvisorie eccezioni”.
Secondo Boldrini “declinare i ruoli al femminile è sostanza, è riconoscere un percorso, una storia, sacrifici, rinunce. Non è vuoto formalismo”. Già nei giorni scorsi 76 senatori e senatrici di diversi gruppi politici hanno …
“Chiamateci deputate”. L’ex presidente della Camera Laura Boldrini invia una lettera all’attuale numero uno di Montecitorio, Lorenzo Fontana, invitando colleghi e colleghe a sottoscriverla. La richiesta è quella di declinare al femminile le cariche istituzionali: “Se una donna che siede alla Camera chiede di essere chiamata «la deputata», se una donna a capo di un ministero – scrive Boldrini - chiede di essere chiamata «la ministra», se una donna che è in magistratura chiede di essere chiamata «la giudice», se una donna che fa carriera in polizia chiede di essere chiamata «la commissaria», è per affermare che non c’è più un’esclusiva maschile per certi ruoli e certi lavori, non c’è più una «normalità» maschile della quale le donne sarebbero provvisorie eccezioni”.
Secondo Boldrini “declinare i ruoli al femminile è sostanza, è riconoscere un percorso, una storia, sacrifici, rinunce. Non è vuoto formalismo”. Già nei giorni scorsi 76 senatori e senatrici di diversi gruppi politici hanno rivolto un appello al presidente del Senato, Ignazio La Russa, affinché in Aula e nelle Commissioni venga «sempre garantito il rispetto del linguaggio di genere» e «riconosciuto il diritto di ogni senatrice a essere chiamata “senatrice” e non “senatore”». Una questione, quella della declinazione di genere, aperta all’inizio della legislatura dalla premier Giorgia Meloni, che aveva disposto di essere chiamata “il presidente” senza l’uso del femminile. Ora un moto di ribellione in senso contrario nei due rami del Parlamento.