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L’annuncio dell’accordo sul Patto di stabilità spiazza il governo di Roma: “Per noi non è chiusa”

Giorgia Meloni

 (ansa)
Giorgetti interpellato non si oppone alle idee di Francia e Germania. Gli alleati però bruciano i tempi e irritano Palazzo Chigi
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Stupore. Fastidio. Ma soprattutto smarrimento. Per il metodo, prima ancora che per il merito. Giorgia Meloni non può gradire che l’annuncio sulla riforma del Patto di stabilità arrivi senza coinvolgere ufficialmente Roma. Che sia affidato, come quasi sempre accade, a Francia e Germania. In un attimo, si incrina la narrazione di un’Italia di nuovo protagonista, tanto cara alla destra di governo. E traballa il tavolino attorno al quale la premier aveva trattato soltanto mercoledì scorso con Emmanuel Macron e Olaf Scholz. A sera, dopo alcune ore di silenzio imbarazzato, Palazzo Chigi fissa dunque una linea: “La trattativa continua, serve un via libera formale dell’Italia”. In effetti, nella notte si duella ancora sui parametri di riduzione del debito. Ma la sensazione è che l’esecutivo abbia subìto un duro colpo. E che tocchi alla presidente del Consiglio decidere adesso quale strada imboccare: alzare la voce, certificando una difficoltà, oppure accettare il compromesso senza strappare. …

Stupore. Fastidio. Ma soprattutto smarrimento. Per il metodo, prima ancora che per il merito. Giorgia Meloni non può gradire che l’annuncio sulla riforma del Patto di stabilità arrivi senza coinvolgere ufficialmente Roma. Che sia affidato, come quasi sempre accade, a Francia e Germania. In un attimo, si incrina la narrazione di un’Italia di nuovo protagonista, tanto cara alla destra di governo. E traballa il tavolino attorno al quale la premier aveva trattato soltanto mercoledì scorso con Emmanuel Macron e Olaf Scholz. A sera, dopo alcune ore di silenzio imbarazzato, Palazzo Chigi fissa dunque una linea: “La trattativa continua, serve un via libera formale dell’Italia”. In effetti, nella notte si duella ancora sui parametri di riduzione del debito. Ma la sensazione è che l’esecutivo abbia subìto un duro colpo. E che tocchi alla presidente del Consiglio decidere adesso quale strada imboccare: alzare la voce, certificando una difficoltà, oppure accettare il compromesso senza strappare. Di certo, ha in programma delicatissime telefonate con i due colleghi nelle prossime ore.

A dire il vero, il governo italiano non è del tutto estraneo alla bozza bollinata da Parigi e Berlino. Ieri i tecnici del Tesoro – che trattano in nome di Giancarlo Giorgetti - vengono coinvolti nelle novità elaborate dalle due Cancellerie alleate. Secondo fonti europee, forniscono anche un riscontro positivo. Il ministro dell’Economia viene consultato in videoconferenza alle 15, quando ancora non è noto il viaggio di Lindner a Parigi. Alle 16, i giornalisti vengono informati del bilaterale tra il tedesco e Le Maire. Tre ore dopo, infine, l’annuncio franco-tedesco.

Ma torniamo a Giorgetti. Garantisce un via libera italiano? Non si oppone, riferiscono sempre le fonti europee. Ma evita di pronunciare pubblicamente anche una sola sillaba. E rimanda l’ultima parola alla presidente del Consiglio, che dovrà comunque sbilanciarsi prima dell’Ecofin straordinario di oggi.

Meloni, come detto, non può gradire il metodo scelto da Macron e Scholz. Soltanto mercoledì scorso, nella lunga notte trascorsa a bere vino e champagne nel bar dell’hotel Amigo di Bruxelles, la leader e il francese avevano ragionato dell’opzione di allungare i tempi della riforma del Patto. Macron si era proposto come mediatore con Berlino. Meloni aveva raccolto la promessa di cooperare per migliorare il testo. Non però fino al punto da concedere a Parigi una delega in bianco sui dettagli della riforma, né di poter accettare un annuncio franco-tedesco, che è in realtà affermata tradizione continentale: il precedente più vicino nel tempo è quello sui fondi da destinare al Recovery Fund.

Lo stesso copione si ripete sulla nuova governance europea. Le basi dell’accordo tra i ministri Le Maire e Lindner vengono gettate in occasione dell’Ecofin dello scorso sette dicembre, durante lunghe trattative bilaterali che soltanto a tarda notte vengono allargate anche a Giorgetti. Il ministro francese torna a Parigi e riferisce a Macron che l’intesa con Berlino è ormai a portata di mano, grazie anche all’aiuto della spagnola Nadia Calviño. D’altra parte, è un lavoro che arriva da lontano: da settimane e dietro le quinte, i direttori del Tesoro di Francia e Germania negoziano anche le virgole. Pian piano i due Paesi convergono anche sul “wording”: la parola chiave è “flessibilità transitoria”. Con un orizzonte fissato al 2027, anno che per la Francia è più di un simbolo: rappresenta la fine del mandato di Macron.

L’ultimo miglio della trattativa segreta franco-tedesca viene percorso dagli sherpa nel G20 di Brasilia, la settimana scorsa. Le Maire e Lindner iniziano a progettare un annuncio pubblico, s’intendono sulla comunicazione: Lindner insisterà sul mantenimento di un “Patto di Stabilità”, Le Maire punterà su un “Patto di Crescita”. Conta però soprattutto la sostanza: i due ministri organizzano un incontro alla vigilia dell’Ecofin per ufficializzare la mediazione, ma si assicurano di coinvolgere almeno formalmente gli italiani.

Il viaggio di Lindner a Parigi, tenuto segreto fino a qualche ora prima, viene quindi preceduto dal trilaterale con Giorgetti. Quello che viene dopo è cronaca: il titolare di via XX settembre che non si mette di traverso – giurano i francesi - ma avverte che deve prima avere il via libera di Meloni. Prudenza che non impedisce a Le Maire e Lindner di esporsi in eurovisione. Una forzatura, indubbiamente. Se anche un affronto, lo si capirà soltanto oggi, ascoltando la reazione pubblica di Meloni.

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