La destra di governo e le sue sventurate terze gambe nell’opposizione – Azione e Italia Viva – privano il Paese di un pezzo di libertà. E per farlo manomettono, modificandolo, il codice di procedura penale lì dove ha consentito fino ad oggi che in un Paese libero, un giornalismo libero possa dare conto delle ragioni e delle circostanze di fatto in ragione delle quali, in un procedimento penale, un cittadino viene privato della sua libertà personale. Lo fanno vietando la pubblicazione “integrale o per estratto” delle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o all’udienza preliminare. Il che significa, volendo fare una stima a spanne dei tempi del processo penale, dai 6 (nella migliore delle ipotesi) ai 12 o 18 mesi dal giorno dell’arresto.
Accecata e imbavagliata dal segreto, la libera stampa sarà messa nelle condizioni di poter dare conto di un arresto solo e soltanto dai comunicati stampa o dalle dichiarazioni ufficiali di investigatori o magis…
La destra di governo e le sue sventurate terze gambe nell’opposizione – Azione e Italia Viva – privano il Paese di un pezzo di libertà. E per farlo manomettono, modificandolo, il codice di procedura penale lì dove ha consentito fino ad oggi che in un Paese libero, un giornalismo libero possa dare conto delle ragioni e delle circostanze di fatto in ragione delle quali, in un procedimento penale, un cittadino viene privato della sua libertà personale. Lo fanno vietando la pubblicazione “integrale o per estratto” delle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o all’udienza preliminare. Il che significa, volendo fare una stima a spanne dei tempi del processo penale, dai 6 (nella migliore delle ipotesi) ai 12 o 18 mesi dal giorno dell’arresto.
Accecata e imbavagliata dal segreto, la libera stampa sarà messa nelle condizioni di poter dare conto di un arresto solo e soltanto dai comunicati stampa o dalle dichiarazioni ufficiali di investigatori o magistrati. A meno di non voler violare la legge. Dunque, sarà costretta a venire meno al suo ruolo, costituzionalmente protetto, di controllo sull’esercizio dell’attività giurisdizionale e investigativa e sarà irrimediabilmente menomata nel suo dovere di dare conto con completezza e attendibilità di fatti e circostanze di rilevanza penale e di interesse pubblico. Quali che ne siano i protagonisti. Un’organizzazione mafiosa, un colletto bianco, una persona politicamente esposta, un femminicida.
L’esercizio dell’azione penale, gli indizi a carico di un sospettato vengono infatti sottratti alla conoscenza del Paese con lo strumento più antico e odioso. Quello adottato in ogni Paese illiberale. Il segreto. Sapendo che chi non sa o è messo nelle condizioni di non sapere potrà essere più facilmente manipolato da chi ha interesse a farlo. E, soprattutto, ha gli strumenti per farlo. Con la pervasività e il rumore della propaganda. Dunque, con la scelta selettiva di ciò che si deve sapere e di ciò che è meglio tacere.
Lo strappo è insieme spaventoso e intollerabile per gli scenari che apre e per la cultura che lo muove e che tradisce. Con una grottesca espropriazione semantica, e un escamotage procedurale (la norma è stata approvata nel corpo della legge che dà seguito a una direttiva europea sul rispetto dei principi dell’habeas corpus), la destra e suoi sciagurati alleati spacciano infatti quest’atto di censura come un omaggio ai principi costituzionali della presunzione di innocenza e del giusto processo. Come se la conoscenza delle ragioni per cui un cittadino è stato privato della sua libertà non fosse un atto di trasparenza democratica, ma un incidente da avvolgere nella pedagogia del silenzio. Lo fa, per giunta, tradendo proprio uno dei principi più volte ribaditi nella giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Quello in ragione del quale “la trasparenza delle funzioni del pubblico ministero e delle indagini” è una componente essenziale dello Stato di diritto e, al tempo stesso, una delle garanzie del giusto processo”.
Non più tardi del 2017 – anno della riforma Orlando della giustizia – il Parlamento aveva approvato una norma di segno opposto. Che, consentendo la pubblicazione del contenuto delle ordinanze di custodia cautelare, segnalava il percorso di definitivo affrancamento nel processo penale dalla cultura inquisitoria del segreto (il cui oggetto di tutela è l’integrità dell’indagine e non la privacy dell’indagato come spesso si finge di dimenticare). Sette anni e la destra al governo capovolgono un percorso di civiltà giuridica. Per ragioni inconfessabili. Che naturalmente non hanno nulla a che vedere con la presunzione di innocenza (che è una condizione ontologica dell’indagato e dell’imputato, protetta dalle garanzie del giusto processo e dalle norme dell’habeas corpus, e non un “sentiment” che si misura nello spazio pubblico). Ma che hanno visto la loro prova generale nel progetto di riforma della disciplina delle intercettazioni telefoniche, nelle nuove disposizioni sulla necessità che a decidere delle misure cautelari sia un organo collegiale, nella riforma della prescrizione. E che hanno a che fare con l’ossessione che la destra italiana coltiva da trent’anni ormai nei confronti dei poteri di controllo e garanzia di ogni democrazia liberale degna di chiamarsi tale. Il controllo giurisdizionale esercitato da una magistratura indipendente e lo scrutinio pubblico e costante garantito da una stampa libera.
Del resto, sarebbe sufficiente osservare quale segno abbia anche la legge in via di approvazione che riforma le norme sulla stampa per comprendere in quale conto la destra al governo tenga libertà costituzionalmente garantite come quelle che tutelano la professione giornalistica. Anche in questo caso, l’abolizione delle pene detentive per il condannato per diffamazione viene sostituita con pene pecuniarie elevatissime che, di fatto, mettono ogni forma di giornalismo non sostenuta dalla solidità di grandi gruppi editoriali nelle condizioni di non avventurarsi su terreni scivolosi.
Naturalmente, per nascondere questo funerale della libertà, verrà dato fondo allo stucchevole canovaccio del “circo mediatico-giudiziario”. Per sottrarsi a questo rumore, suggeriamo di provare a ricordare tutto ciò che, in questi anni, sarebbe rimasto ignoto alla conoscenza e alla coscienza del Paese se la stampa non avesse conosciuto la libertà che oggi le viene tolta. Sapendo che oggi abbiamo finalmente conferma in che cosa si sostanzi la nuova pedagogia del Potere. Decidere ciò che può essere conosciuto e ciò che invece deve essere sottratto allo scrutinio libero e responsabile del Paese. Sapendo, soprattutto, che in questo nuovo “proibizionismo” illiberale, naturalmente non tutti saranno uguali. Perché, in ossequio alla concezione classista della giustizia che muove questa destra, le ragioni per le quali un disgraziato sarà finito in galera saranno sicuramente meno “segrete” di quelle per le quali ci è finita una persona politicamente esposta o un colletto bianco. In un mercimonio – questo sì indecente – dove nessuno saprà chi sceglie le carte da scoprire e quelle da tenere coperte.