Sì al nuovo patto di stabilità Ue, l’Italia cede a Francia e Germania
dal nostro corrispondente Claudio TitoIl ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in videoconferenza al vertice Ecofin
(ansa)Bruxelles - Francia e Germania stringono il Patto. L’Italia, ancora una volta isolata, si deve arrendere e accettare le condizioni di Berlino e Parigi. Alla fine, dunque, è stato raggiunto l’accordo sul nuovo Patto di Stabilità e Crescita. Ieri la riunione dell’Ecofin, con i 27 ministri finanziari in videoconferenza, ha dato il via libera al testo messo a punto l’altro ieri dai “colleghi” francese e tedesco. Il summit tra Le Maire e Lindner, svoltosi martedì nella capitale d’Oltralpe, aveva di fatto definito il “pacchetto” e l’unico Paese che ancora non aveva dato il suo via libera era l’Italia. Una situazione insostenibile, a giudizio degli alleati. Di fronte al “sì” di tutti i “falchi” del nord Europa e delle “colombe” del sud come la Spagna (che da presidente di turno dell’Ue ha spalleggiato Eliseo e Cancelleria), il governo Meloni appariva sempre più come il partner dispettoso ma debole. La verità è che Palazzo Chigi non è stato in grado di inserirsi nella direttrice Macron-Scholz…
Bruxelles - Francia e Germania stringono il Patto. L’Italia, ancora una volta isolata, si deve arrendere e accettare le condizioni di Berlino e Parigi. Alla fine, dunque, è stato raggiunto l’accordo sul nuovo Patto di Stabilità e Crescita. Ieri la riunione dell’Ecofin, con i 27 ministri finanziari in videoconferenza, ha dato il via libera al testo messo a punto l’altro ieri dai “colleghi” francese e tedesco. Il summit tra Le Maire e Lindner, svoltosi martedì nella capitale d’Oltralpe, aveva di fatto definito il “pacchetto” e l’unico Paese che ancora non aveva dato il suo via libera era l’Italia. Una situazione insostenibile, a giudizio degli alleati. Di fronte al “sì” di tutti i “falchi” del nord Europa e delle “colombe” del sud come la Spagna (che da presidente di turno dell’Ue ha spalleggiato Eliseo e Cancelleria), il governo Meloni appariva sempre più come il partner dispettoso ma debole. La verità è che Palazzo Chigi non è stato in grado di inserirsi nella direttrice Macron-Scholz. La linea sterile dei pugni sul tavolo, dunque, ottiene risultati nella propaganda interna ma non consegue alcun obiettivo a livello comunitario. Tanto che negli ultimi contatti tra i ministri il messaggio lanciato a Giorgetti e Meloni - in particolare da Lindner e Le Maire - è stato esplicito: «Se direte no da soli, ne pagherete da soli le conseguenze sui mercati». Un modo nemmeno tanto implicito di minacciare che gli investitori finanziari non gradirebbero e che l’Europa non aprirebbe uno “scudo” in difesa dell’Italia.
Resta il fatto che Francia e Germania cantano vittoria e parlano di «intesa storica». L’Italia ammette che ci sono «aspetti positivi e aspetti negativi». Per Lindner, vengono «combinate cifre chiare per deficit inferiori e rapporti debito/Pil. La politica di stabilità è stata rafforzata». Secondo Le Maire, si garantisce «la tenuta dei conti in tutta Europa». Il commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, ritiene che non si abbia bisogno di nostalgie dell’austerity e che questo compromesso ci aiuterà in questa direzione». Mentre, appunto, Giorgetti sembra ammettere la sconfitta: «Ci sono alcune cose positive e altre meno. L’Italia ha ottenuto però molto e soprattutto quello che sottoscriviamo è un accordo sostenibile per il nostro Paese volto da una parte a una realistica e graduale riduzione del debito mentre dall’altra guarda agli investimenti specialmente del Pnrr con spirito costruttivo».
Ma cosa prevede la nuova governance economica dell’Europa? Il primo punto riguarda il deficit: i Paesi, come l’Italia, con un debito superiore al 90% dovranno ridurre il disavanzo all’1,5 per cento del Pil. Ora l’Italia è al 5,3. Dovranno aggiustarlo con un taglio dello 0,4 per cento minimo ogni anno nei successivi quattro anni estendibili a sette. In quel caso il taglio minimo del deficit sarà dello 0,25 per cento. Ma sempre con l’obiettivo di arrivare all’1,5 per cento. Per il nostro Paese si tratterebbe di una sforbiciata media di dieci miliardi l’anno. Nel primo triennio verrà in parte scomputata dal calcolo la spesa per interessi sui titoli di Stato ma con l’impegno a fare investimenti nelle riforme.
Solo dopo aver raggiunto il traguardo del disavanzo, si inizierà a comprimere il debito con una riduzione dell’1 per cento ogni anno. Un altro importo che potrebbe aggirarsi intorno a 20 miliardi annui se il tasso di crescita non salirà. C’è un ulteriore clausola: i Paesi sotto procedura dovranno concordare l’uso dei fondi pubblici con la Commissione europea nel rispetto delle traiettorie di aggiustamento del debito.
Sostanzialmente queste regole imporranno a partner come l’Italia di concordare quasi tutta la politica economica con Bruxelles. E difficilmente ci saranno margini per esaudire i “sogni” presentati in campagna elettorale da questa maggioranza. Soprattutto se si tiene conto delle previsioni non esaltanti sul Pil. Che già adesso sono nettamente inferiori a quelle proclamate nell’ultima Nadef. Il governo Meloni, insomma, forse non è commissariato ma di certo è avvertito.