Patto di stabilità, la retromarcia di Meloni per il timore delle Borse. E ora sul Mes c’è lo strappo della Lega
di Tommaso CiriacoIl ministro Giancarlo Giorgetti
(ansa)Per raccontare la partita del Patto di stabilità, conviene cominciare dalla coda. Ieri pomeriggio, nel salone del Quirinale. I ministri del governo Meloni passeggiano, in attesa di Sergio Mattarella. Ci sono Matteo Piantedosi, Gilberto Pichetto Fratin, Daniela Santanchè, Guido Crosetto, Raffaele Fitto, Maria Elisabetta Casellati, Andrea Abodi. Si creano capannelli. Le voci si accavallano. «Chiederemo il rinvio del Patto a gennaio», assicura uno. «Sì - dice un altro - Giancarlo mi ha detto che non possiamo votarlo subito, faremo un po’ di scena, poi chiuderemo con un nuovo Ecofin straordinario». Novanta minuti dopo, il colpo di scena: «Accordo fatto, c’è l’ok di Roma alla riforma». Cosa è successo? Di tutto. Ma soprattutto, è accaduto che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, nell’ultimo di mille contatti, prendono atto che l’Italia è rimasta sola, immobilizzata nella morsa franco-tedesca: «Se mettiamo il veto – è il senso del ragionamento su cui concordano - rischiamo il ritorno alle …
Per raccontare la partita del Patto di stabilità, conviene cominciare dalla coda. Ieri pomeriggio, nel salone del Quirinale. I ministri del governo Meloni passeggiano, in attesa di Sergio Mattarella. Ci sono Matteo Piantedosi, Gilberto Pichetto Fratin, Daniela Santanchè, Guido Crosetto, Raffaele Fitto, Maria Elisabetta Casellati, Andrea Abodi. Si creano capannelli. Le voci si accavallano. «Chiederemo il rinvio del Patto a gennaio», assicura uno. «Sì - dice un altro - Giancarlo mi ha detto che non possiamo votarlo subito, faremo un po’ di scena, poi chiuderemo con un nuovo Ecofin straordinario». Novanta minuti dopo, il colpo di scena: «Accordo fatto, c’è l’ok di Roma alla riforma». Cosa è successo? Di tutto. Ma soprattutto, è accaduto che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, nell’ultimo di mille contatti, prendono atto che l’Italia è rimasta sola, immobilizzata nella morsa franco-tedesca: «Se mettiamo il veto – è il senso del ragionamento su cui concordano - rischiamo il ritorno alle vecchie regole. E i mercati potrebbero colpirci».
Fin dalla notte di martedì, d’altra parte, realismo e rabbia si fondono in un inestricabile groviglio di sensazioni che la premier deve governare. Ha di fronte un bivio, ineluttabile: rompere, denunciando la mortificazione subita dall’annuncio unilaterale dei ministri di Parigi e Berlino sul Patto, oppure accettare il compromesso e pagare un prezzo in termini di reputazione. Per prendere tempo, lanciano la palla un po’ più avanti: «Trattiamo ancora fino all’Ecofin, l’accordo non è chiuso». In realtà, i margini per migliorare quel testo sono residuali. E c’è soprattutto da costruire una ritirata.
Mentre Palazzo Chigi studia la strategia – e mentre Meloni sente Emmanuel Macron, ma anche Matteo Salvini – la maggioranza sbanda. In Parlamento, dove la linea della premier si confonde nei duelli tra alleati. Succede al mattino: FdI e Forza Italia sono pronti a far votare in commissione Bilancio il parere sul Mes. È l’ultimo passo prima del passaggio in Aula. Il via libera arriverebbe dalle opposizioni, la maggioranza si asterrebbe. Eppure, qualcosa si incaglia: la Lega fa sapere che si opporrà. In fretta e furia, si decide per un rinvio.
Passa qualche ora. In videocollegamento, Giorgetti offre il via libera italiano al Patto. I ministri non se lo aspettano. A dire la verità, sono anche convinti che il Mes sarà votato soltanto a febbraio, dopo il Consiglio europeo straordinario sul bilancio comunitario. E invece, il titolare del Tesoro – rinnegando lo scetticismo con cui soltanto quattro giorni prima aveva sostenuto che non è consigliabile varare una riforma epocale in streaming – accetta la proposta franco-tedesca. È la svolta.
Tutto corre più veloce del previsto. Prima Giorgetti, poi Meloni benedicono l’intesa. «È importante - dice la premier - che sia stato trovato un compromesso di buonsenso. Risulta per l’Italia migliorativo rispetto al passato», perché presenta «regole meno rigide e più realistiche di quelle in vigore, che scongiurano il rischio del ritorno automatico ai precedenti parametri, che sarebbero stati insostenibili per molti Stati membri». In controluce, conferma la morsa: tornare al passato avrebbe peggiorato la sostenibilità dei conti ed esposto il Paese sui mercati.
Ma non è finita. Il ministro dell’Economia prova a spingere la maggioranza sulla strada del buonsenso sul Mes, consigliando una rapidissima approvazione. L’occasione, sulla carta, si presenterebbe già oggi, prima in commissione Bilancio, poi nell’Aula di Montecitorio. Salvini, però, si mette di nuovo di traverso. Nella Lega si scontrano due linee. Meloni, che non può accettare di sostenere il Salva Stati se il Carroccio si oppone, detta la linea: stamattina i capigruppo di maggioranza dovranno concordare una linea. Se Salvini accetta, il Salva Stati otterrà semaforo verde oggi stesso. Se si oppone, FdI e FI proveranno a rimandare tutto al 9 gennaio. Per farlo, dovranno dedicarsi all’auto-ostruzionismo in Aula. L’alternativa è una grave spaccatura tra la Lega e gli alleati, La situazione, però, è ancora imprevedibile. La giornata si annuncia campale.