Giorgetti sul Mes: “Io avrei dato l’ok”. Il ministro schiva ancora le dimissioni
di Antonio Fraschilla , Emanuele LauriaROMA – Ancora una volta si è fermato all’ultimo metro. Non ha tagliato il traguardo, di nuovo, sostenendo che il traguardo non fosse il suo. Ed è pronto a una nuova corsa. Giancarlo Giorgetti fa finta di nulla. Dando corpo a quell’abilità di restare a galla, anche in tempi di almeno apparenti rovesci, che lo hanno reso il più democristiano tra i leghisti, fin dai tempi del suo “maestro” Umberto Bossi. Eccolo, l’anti-salviniano per antonomasia (o semplice narrazione?) che alla prova dei fatti non deraglia dalla linea del segretario.
Non è accaduto neppure stavolta: fino a qualche giorno fa rassicurava a mezza bocca i partner europei sul fatto che il governo avrebbe ratificato il Mes, salvo poi scartare di lato quando Salvini — trainando Giorgia Meloni — sancisce che è ora di far bocciare dall’aula la ratifica del trattato. In privato, a quel punto, dice che “l’Ue ce la farà pagare”. In pubblico fa spallucce: “Non c’è alcuno strappo sul Mes e l’Europa non ha sempre ragione”. E sub…
ROMA – Ancora una volta si è fermato all’ultimo metro. Non ha tagliato il traguardo, di nuovo, sostenendo che il traguardo non fosse il suo. Ed è pronto a una nuova corsa. Giancarlo Giorgetti fa finta di nulla. Dando corpo a quell’abilità di restare a galla, anche in tempi di almeno apparenti rovesci, che lo hanno reso il più democristiano tra i leghisti, fin dai tempi del suo “maestro” Umberto Bossi. Eccolo, l’anti-salviniano per antonomasia (o semplice narrazione?) che alla prova dei fatti non deraglia dalla linea del segretario.
Non è accaduto neppure stavolta: fino a qualche giorno fa rassicurava a mezza bocca i partner europei sul fatto che il governo avrebbe ratificato il Mes, salvo poi scartare di lato quando Salvini — trainando Giorgia Meloni — sancisce che è ora di far bocciare dall’aula la ratifica del trattato. In privato, a quel punto, dice che “l’Ue ce la farà pagare”. In pubblico fa spallucce: “Non c’è alcuno strappo sul Mes e l’Europa non ha sempre ragione”. E subito a parlar d’altro: “Ad esempio su Ita Bruxelles ci sta facendo perdere tempo”. Un minuto dopo, fuori dall’aula, ammette: “Sì, il mio interesse era approvare il nuovo trattato, ma non c’era aria”. Un passo in avanti e uno indietro. Molti invocano le sue dimissioni come “fatto naturale”. Da ministro — è l’accusa della minoranza — ha garantito a Bruxelles una posizione poi sconfessata dalla presidente del governo di cui fa parte e dal capo politico del suo partito. “In Europa adesso lo prenderanno per un inaffidabile o per un imbroglione”, azzarda il capogruppo di Iv alla Camera Davide Faraone. Ma lui non fa una piega: “Dimissioni? I consigli delle opposizioni sono utili. Permettetemi che poi decida io”. Giorgetti resta a bordeggiare, come sempre.
Facendo sfoggio di una capacità diplomatica che si è consolidata da quando, coi favori del Senatur (“Da lui ho imparato il 90 per cento di quello che so”), nel 2006 va a presiedere la commissione Bilancio della Camera. In quel formidabile punto di incontro fra le istanze di maggioranza e opposizione vengono subito fuori le doti di Giorgetti come gran tessitore di rapporti, all’insegna del low profile: è il periodo in cui coltiva i rapporti con i “poteri forti”, a partire da quello con l’allora presidente di Bankitalia Mario Draghi.
Metropolis/473 - Merry Christ-Mes. Con Bertinotti, Fornero, Molinari, Gancitano, Paragone e Sorgi (integrale)
E infatti, da gennaio 2021, non solo entra nel governo Draghi. Ma è il più draghiano di tutti, a disdoro di quanti nella Lega (Salvini il primo) poco tollerano il premier tecnico. Con il segretario sono duelli pubblici e private ritirate. In un’intervista per il libro di Bruno Vespa si spinge a sferzare Salvini: “Non possiamo restare con Le Pen. Se vuole istituzionalizzarsi in modo definitivo, Salvini deve fare una scelta — diceva nel libro di Vespa dato alle stampe nel novembre 2021 — lui è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico. È difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep”. Sono i tempi in cui Giorgetti propugna l’ingresso della Lega nel Ppe (adesso è in prima fila ai convegni dell’ultradestra, vedi Firenze). E per quelle frasi consegnate a Vespa, Giorgetti viene processato in una riunione del consiglio federale del partito dallo stesso Salvini. Ai forzisti che fremono pensando ad una spaccatura nella Lega, Mariastella Gelmini sussurra: “Giancarlo lo conosco bene. Al dunque, si riallineerà”. Infatti chiederà scusa ai colleghi di partito e avanti così.
Quando il Carroccio, nel luglio 2022, non vota la fiducia all’ex presidente della Bce, Giorgetti incassa con aplomb. Non troverete una parola fuori posto: “Finalmente mi riposo, mi curo”, dice ai cronisti a fine settembre del 2022, fuori dalla Sala Umberto, al termine della prima assemblea dei parlamentari della Lega. Dopo un mese giura al Quirinale nel governo Meloni. Ad agosto uno dei passaggi più sofferti dell’attuale esecutivo: la premier in Consiglio dei ministri porta la tassa sugli extraprofitti della banche. Una norma, si apprende subito, scritta a Palazzo Chigi col Mef non esattamente d’accordo, visto che lo stesso Giorgetti poche settimane prima aveva rassicurato l’Abi. Fare un gesto pubblico di dissenso? Macché. Il ministro rimane al suo posto e a Pontida, davanti a una base di lumbard non certo tenera nei confronti dei banchieri, difende il testo. Quando già tutti sapevano che sarebbe stata cambiata.