Da Pontida al Metropol: il libro di Savoini (e le sue contraddizioni) sulla Lega e la Russia
di Matteo PucciarelliMatteo Salvini e Gianluca Savoini a Mosca
La Lega e la Russia: una storia che non nasce con Matteo Salvini, che affonda le sue ragioni sin dai tempi di Umberto Bossi, che è quindi un fatto quasi fondativo della storia e delle vicende del Carroccio, di ieri, di oggi e di domani. Parola di chi sa di cosa parla, cioè Gianluca Savoini, già portavoce proprio di Salvini e legatissimo al paese guidato da Vladimir Putin. Il suo libro da poco pubblicato, Da Pontida al Metropol - La lunga guerra dei poteri forti internazionali contro la Lega (SignsBooks), offre molti spunti per interpretare la vicinanza tra il partito sovranista e Mosca perché, scrive Savoini, «ho sempre trovato una continuità di pensiero e azione nella politica estera della Lega. L'idea di un'Europa dei popoli e non delle elites è rimasta la stella polare, oggi come ieri, aggiornata al susseguirsi degli accadimenti geopolitici».
La figura di Savoini è diventata famosa suo malgrado proprio per la faccenda dell'hotel Metropol, quando in un audio rubato lo si sentiva con…
La Lega e la Russia: una storia che non nasce con Matteo Salvini, che affonda le sue ragioni sin dai tempi di Umberto Bossi, che è quindi un fatto quasi fondativo della storia e delle vicende del Carroccio, di ieri, di oggi e di domani. Parola di chi sa di cosa parla, cioè Gianluca Savoini, già portavoce proprio di Salvini e legatissimo al paese guidato da Vladimir Putin. Il suo libro da poco pubblicato, Da Pontida al Metropol - La lunga guerra dei poteri forti internazionali contro la Lega (SignsBooks), offre molti spunti per interpretare la vicinanza tra il partito sovranista e Mosca perché, scrive Savoini, «ho sempre trovato una continuità di pensiero e azione nella politica estera della Lega. L'idea di un'Europa dei popoli e non delle elites è rimasta la stella polare, oggi come ieri, aggiornata al susseguirsi degli accadimenti geopolitici».
La figura di Savoini è diventata famosa suo malgrado proprio per la faccenda dell'hotel Metropol, quando in un audio rubato lo si sentiva conversare con emissari russi e italiani per organizzare una compravendita di tre milioni di tonnellate di gasolio e far arrivare attraverso una plusvalenza 60 milioni di euro di finanziamento nelle casse della Lega. Vicenda archiviata dalla procura di Milano lo scorso aprile, anche perché le autorità russe non sono mai state troppo collaborative. Per Savoini comunque, già giornalista alla Padania, quella storia fu "killeraggio a mezzo stampa", "squadrismo", "randello punitivo dei poteri forti" a opera di giornalisti e "massoni" e quindi evita accuratamente di addentrarsi davvero nella vicenda. Spiega che si trattò di un complotto ordito contro Salvini, che forse quella voce non era neanche sua, che forse la registrazione non era davvero avvenuta il 18 settembre 2018, che comunque esprimeva concetti che aveva sempre dichiarato pubblicamente, che «avrei potuto ottenere una consulenza di intermediazione (...) nulla di strano né illegale, evidentemente».
Insomma, il Savoini scrittore non aiuta il lettore a capire bene cosa accadde né qual era l'accusa principale che gli fu mossa, si contraddice (se forse non era neanche la sua voce, cosa c'entra la consulenza e l'eventuale «equo e regolare compenso economico»?) ma poco importa: quello fu «un tranello dai mandanti sconosciuti». Il Savoini che sapeva di essere «controllato, pedinato, spiato, intercettato» al massimo incorse «nel peccato di ingenuità».
Molto più interessante invece il racconto da militante di lunga data del Carroccio rispetto alle convergenze che, sin dagli anni ‘90, la Lega Nord ebbe con la Russia. Viaggi, convegni, relazioni politiche e diplomatiche, gli incontri con Putin: Savoini ricorda tutto, specifica che le sue iniziative avvennero sempre «in accordo con il vertice del movimento». Già nel 1997 il Parlamento della Padania di Chignolo Po fu visitato da Vladimir Zhirinovsky, all'epoca leader di un partito nazionalista russo. «I movimenti indipendentisti che potevano indebolire la struttura europea sottomessa ai desiderata di Washington erano ben visti da quelli come loro», ragiona Savoini. La Russia che voleva tornare grande e farsi «promotrice di una dimensione alternativa alla american way of life fondata sul consumismo, l'ultraliberismo, il predominio finanziario, l'individualismo più spinto» ben poteva parlarsi con il Bossi che contrario al «pensiero unico, alla globalizzazione portata agli estremi, alle migrazioni provocate per cambiare le identità etniche e culturali» sostenne la Serbia di Slobodan Milosevic. Il discorso pubblico sovranista di Salvini, a conti fatti, non poteva non riscoprire e coltivare quella fascinazione, certificata dall'accordo politico con Russia Unita (il partito di Putin) nel marzo 2017. Per capire comunque le entrature di Savoini nel mondo russo, basti pensare al progetto che aveva in mente per l'Italia, pensato assieme all'oligarca Konstantin Malofeev: aprire un canale di Tzargrad, la sua tv, anche da noi. «Conoscevo alcuni dirigenti di network televisivi e incontrai un paio di loro, interessati a vendere uno dei loro canali» ma «troppe difficoltà operative e i timori di qualche ritorsione portarono ben presto l’idea ad arenarsi». Savoini rimane comunque convintamente leghista e il saggio si conclude con lui presente all’ultimo pratone di Pontida, felice nel rivedere Marine Le Pen ospite di Salvini, convinto che la Lega rimanga parte di quelle «sacche di resistenza culturale allo strapotere mercatista e globalista».