Green e volti noti. Le scelte di Conte per superare il tabù Europee
di Matteo PucciarelliGiuseppe Conte
(ansa)MILANO - Ci sono dei numeri, delle tendenze storiche, che impensieriscono i 5 Stelle in vista delle Europee, e questo nonostante i buoni sondaggi che li attestano al 17 per cento. Maggio 2014, il Movimento è entrato per la prima volta in Parlamento da un anno, sta all’opposizione: i sondaggi lo accreditano attorno al 25%, la campagna elettorale è aggressiva e antisistema, si parla di referendum per l’uscita dall’euro, Alessandro Di Battista si gira mezza Italia in motorino, anche Beppe Grillo si spende parecchio, le piazze sono piene. Il M5S prende il 21 per cento, il Pd di Matteo Renzi che doveva essere abbattuto quasi lo doppia al 40. Passano cinque anni, il governo gialloverde è in carica da un anno, il reddito di cittadinanza è varato e dal cilindro comunicativo esce fuori la storia del franco svizzero (chi se la ricorda?). I sondaggi danno i 5 Stelle — che stavano soffrendo la competizione con l’ex alleato Matteo Salvini — tra il 22 e il 24: prendono il 17, doppiati anche stavolt…
MILANO - Ci sono dei numeri, delle tendenze storiche, che impensieriscono i 5 Stelle in vista delle Europee, e questo nonostante i buoni sondaggi che li attestano al 17 per cento. Maggio 2014, il Movimento è entrato per la prima volta in Parlamento da un anno, sta all’opposizione: i sondaggi lo accreditano attorno al 25%, la campagna elettorale è aggressiva e antisistema, si parla di referendum per l’uscita dall’euro, Alessandro Di Battista si gira mezza Italia in motorino, anche Beppe Grillo si spende parecchio, le piazze sono piene. Il M5S prende il 21 per cento, il Pd di Matteo Renzi che doveva essere abbattuto quasi lo doppia al 40. Passano cinque anni, il governo gialloverde è in carica da un anno, il reddito di cittadinanza è varato e dal cilindro comunicativo esce fuori la storia del franco svizzero (chi se la ricorda?). I sondaggi danno i 5 Stelle — che stavano soffrendo la competizione con l’ex alleato Matteo Salvini — tra il 22 e il 24: prendono il 17, doppiati anche stavolta ma dalla Lega.
Ecco, la costante è una: alle elezioni per l’europarlamento il Movimento va sempre peggio del previsto. E in cima alle ragioni che ogni volta ci si prova a dare, c’è la questione delle preferenze. Da (già) non-partito senza radicamento, con personale politico ridotto e regole ferree per le candidature — no alle candidature civetta, no ai terzi mandati, votazioni interne sul blog e oggi sul sito che premiano gli attivisti, spesso sconosciuti al grande pubblico — diventa poi difficile presentarsi con nomi da centinaia di migliaia di preferenze, che insomma possano trainare un po’ la lista. Anche se nel corso del tempo quelle regole si sono allentate, alcune rimangono e così ad esempio un nome di spicco come Roberto Fico non potrà tornare in pista, se non per eventuali possibili e futuri ruoli di governo. Giuseppe Conte ha chiara e non da oggi la faccenda e secondo i maligni ne vede il bicchiere mezzo pieno: è così, con le esclusioni a rigor di statuto, che è riuscito a modellare a propria immagine e somiglianza i 5 Stelle. La sua leadership non è più in discussione, i nuovi gruppi parlamentari sono allineati, l’apparato è composto da fedelissimi e ora il sogno sarebbe superare anche di un solo voto il Pd. Ma se invece, per ipotesi, il Movimento finisse sotto il 10 per cento un processo politico non glielo toglierebbe nessuno, con esiti difficilmente prevedibili.
Anche andare sotto al risultato delle Politiche di un anno fa (15,5 per cento) lo indebolirebbe parecchio, sia internamente, sia nel rapporto con i dem, in un’alleanza tutta ancora da costruire ma dove molto conteranno i rapporti di forza decisi dai voti veri e propri e non da quelli ipotetici. Serve quindi perlomeno un risultato in linea con il 2022; per arrivarci qualche nome da affiancare al voto d’opinione tributato all’opposizione dura e pura al governo, che Conte sta cercando di incarnare, servirà trovarlo. In via di Campo Marzio a Roma giurano che il dossier verrà aperto dopo le feste ma intanto ci sono i tre cardini della campagna elettorale, che indicano un po’ dove si andrà a pescare: il tema della pace e della riduzione delle spese militari, la questione sociale (l’idea di un reddito cittadinanza europeo) e quella ambientale, con la proposta di una specie di superbonus targato Ue per andare incontro alle normative sull’efficientamento energetico. Una piattaforma che vuol essere progressista ma anche di critica allo status quo, e in questa chiave va letto il no in aula della ratifica del Mes.
La candidatura dell’ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico è ormai assodata, nella circoscrizione sud. Il capo della comunicazione Rocco Casalino ci sta ancora pensando, anche se alla fine è più probabile che per lui scatti un posto alle prossime Politiche. Spazio per Livio De Santoli, professore alla Sapienza esperto di politiche energetiche, candidato da capolista ma senza successo anche l’anno scorso. Molto stimato da Conte, c’è l’ex ministro Andrea Riccardi, anima della comunità di Sant’Egidio, nome perfetto per richiamare il mondo pacifista, ma — così come per l’ex direttore di Avvenire, Marco Tarquinio — sembra difficile un suo coinvolgimento nella corsa per Bruxelles. Nel collegio Italia centrale può candidarsi Gianluca Ferrara, già vicecapogruppo al Senato, specializzato in politica estera e in libreria con La resa dei conti (“oggi è in discussione il modello a guida statunitense: lo scontro è tra l’asse occidentale diretto dagli Usa e il multilateralismo sostenuto da Cina e Russia”, la sua tesi).
Girano i nomi del giornalista e conduttore tv Luca Sommi e dell’immancabile Di Battista, amatissimo ma forse troppo dal mondo 5 Stelle, nonostante abbia fondato una sua associazione indipendente, “Schierarsi”. Poi: qualche personalità di richiamo, magari militante, del mondo della cultura e dello spettacolo? Chissà. L’esperimento Donatella Bianchi per la presidenza del Lazio non è andata bene: eletta in Regione, ha mollato subito per tornare in Rai. Dopodiché ci sono coloro che tentano la riconferma e sui quali non pende la mannaia del limite dei mandati: Mariangela Danzì, Mario Furore, Sabrina Pignedoli. Con un 15 per cento, il Movimento potrebbe eleggere 12-13 persone e giocarsi post-voto la richiesta di iscrizione nel gruppo dei Greens. Scelta non più rinviabile dopo cinque mesti anni di europarlamento nel gruppo dei non iscritti, ahimè penalizzato dai regolamenti.