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Meloni preoccupata dal caso Verdini chiede di vedere le carte dell’inchiesta: “Non è una bella storia”

Giorgia Meloni

 (ansa)
Il segretario di Forza Italia Tajani: “Siamo garantisti. Ma Verdini non mi è né prossimo né parente”. L’imbarazzo nei capannelli leghisti in Transatlantico. Giorgetti: “Che cos’è il caso Freni?”
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ROMA – A casa con gli otoliti, Giorgia Meloni sull’affare Verdini-Lega si lascia andare poco. Però, racconta chi l’ha sentita in queste ore politicamente sensibili, tra manovra chiusa e inchiesta sulla cricca appena detonata, se n’è uscita con una battuta che molti dentro FdI condividono. E cioè che sia “una brutta storia”, come tutte le storiacce in cui c’è odore di malaffare e tangenti, “accuse che non sono mai belle”. Tutto da dimostrare, ovvio. FdI non tornerà in modalità forcaiola con un alleato che tiene in piedi la maggioranza di governo. Ma, proprio per questo, la premier è intenzionata a studiare le carte, prima di esporsi con una dichiarazione che sicuramente sarà sollecitata alla conferenza stampa rimandata al prossimo 4 gennaio. Insomma vuole capire, la capa di Fratelli d’Italia, cosa affiorerà dal pozzo dell’indagine di Roma. Se l’inchiesta avrà ricaschi mediatici e dunque politici solo sul Carroccio o se l’effetto sarà così corrosivo da macchiare anche l’esecutivo nel su…

ROMA – A casa con gli otoliti, Giorgia Meloni sull’affare Verdini-Lega si lascia andare poco. Però, racconta chi l’ha sentita in queste ore politicamente sensibili, tra manovra chiusa e inchiesta sulla cricca appena detonata, se n’è uscita con una battuta che molti dentro FdI condividono. E cioè che sia “una brutta storia”, come tutte le storiacce in cui c’è odore di malaffare e tangenti, “accuse che non sono mai belle”. Tutto da dimostrare, ovvio. FdI non tornerà in modalità forcaiola con un alleato che tiene in piedi la maggioranza di governo. Ma, proprio per questo, la premier è intenzionata a studiare le carte, prima di esporsi con una dichiarazione che sicuramente sarà sollecitata alla conferenza stampa rimandata al prossimo 4 gennaio. Insomma vuole capire, la capa di Fratelli d’Italia, cosa affiorerà dal pozzo dell’indagine di Roma. Se l’inchiesta avrà ricaschi mediatici e dunque politici solo sul Carroccio o se l’effetto sarà così corrosivo da macchiare anche l’esecutivo nel suo complesso.

Naturalmente davanti a microfoni e taccuini anche i colonnelli di via della Scrofa ieri ostentavano indifferenza. “Non leggo le intercettazioni”, metteva a verbale il capogruppo alla Camera, Tommaso Foti, mentre a pochi passi colleghi di rango raccontavano che le carte, invece, “vanno studiate”. E pure bene. Dato che finora la vicenda affaristico-giudiziaria sembra confinata nel campo leghista, c’è anche chi dentro FdI in queste ore rivendica la distanza da Verdini. Imperniandoci quasi una contro-storia della nascita di Fratelli d’Italia: “Ce ne siamo andati dal Pdl perché c’era lui!”. Ecco Giovanni Donzelli, il braccio destro di Meloni nel partito: “Noi non ci siamo mai messi in fila per mangiare al PaStation”, cioè il locale gourmet di Verdini jr dietro via Veneto. Come dire: col cognato di Salvini non abbiamo nulla a che spartire.

L’unico ad intrattenere buoni rapporti con “Denis”, non si sa quanto recenti, è Ignazio La Russa. “Ma non ci parlava di politica, erano altri a farlo, mica noi”, è la versione di Donzelli. Anche quando si rievoca qualche frase sibillina rilasciata a mezza bocca da Verdini senior, che recentemente si è auto-definito tra le persone “più informate d’Italia”, dentro FdI hanno la risposta pronta: “Noi, comunque, non siamo ricattabili”. Valeva per Berlusconi, figuriamoci per quello che fu uno dei suoi più fidati (e temuti) factotum.

Certo l’inchiesta sulla cricca agita comunque le acque nel governo. I postumi della manovra non sono ancora evaporati. FI sperava di ottenere molto di più col Superbonus e ha strappato poco più di un contentino. Passeggiando in Transatlantico, però, Antonio Tajani ieri non poteva che indossare l’abito del garantista. Dunque a domanda, seguiva declamazione del mantra: si è tutti innocenti fino a prova contraria. “No alle ghigliottine mediatiche”, la replica del segretario di FI. Ma bastava sfruculiarlo un po’, per cavarne fuori una battuta rivelatrice: Verdini? “Non mi è né prossimo né parente, io sono figlio unico». Quanto a Salvini, «se vuole venire in Aula», come chiede l’opposizione, «decida lui”.

E il punto è questo: il capo del Carroccio, di presentarsi davanti al Parlamento per parlare di Anas e corruzione, non ci pensa proprio. “Non cambio la mia agenda perché me lo chiedono i 5 Stelle o il Pd”, è il ragionamento riportato a chi, anche dentro FdI, l’aveva sondato sul tema ieri mattina. Dentro il Carroccio la difesa del capo – e del sottosegretario Federico Freni – suona più o meno così: le commesse sotto la lente dei pm sono roba vecchia. Epoca Draghi, anche se le carte smentiscono questa ricostruzione e anzi nelle intercettazioni la cricca esultava proprio perché il Ministero dei Trasporti era finito in mano a Salvini. Altra tesi diffusa dalla Lega: tra i manager indagati ce ne sarebbe uno nominato “dai 5 Stelle”.

Mentre nel fumoir di Montecitorio, davanti al capogruppo Riccardo Molinari, ieri pomeriggio qualcuno azzardava toni spavaldi, cimentandosi nel gesto delle manette (con risate), il segretario del Carroccio per tutta la giornata ha fatto trapelare di essere “serenissimo”. Senza però venire in Aula. Troncare e sopire, è l’ordine di scuderia che Giancarlo Giorgetti ha interpretato benissimo. In corridoio, mentre tutto intorno si parlava solo del caso Verdini-Freni, fingeva di cadere dal pero: “E cos’è il caso Freni?”.

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